Prove per una tragedia siciliana

Prove per una tragedia siciliana

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Con Prove per una tragedia siciliana John Turturro mette in scena una preziosa prova d’amore nei confronti della Sicilia, isola cui lo lega un profondo legame biografico per via della madre originaria della cittadina di Aragona. Fuori concorso a Venezia 2009.

Sicilia, Sicilia, dove seeei?

L’attore e regista italo-americano John Turturro racconta il suo “ritorno” in Sicilia, la terra da cui i suoi genitori emigrarono in cerca di fortuna senza mai farvi ritorno. Il suo viaggio parte da Palermo e si conclude a Agrigento, l’antica Aragona, nella casa natale di sua madre. A bordo di una Vespa guidata da Vincenzo Pirrotta, Turturro si lascia guidare alla scoperta di Palermo, tra il mercato della Vucciria e il teatrino dei Pupi di Mimmo Cuticchio. Nel corso del suo viaggio incontra alcuni dei testimoni più autorevoli della tradizione siciliana: Andrea Camilleri gli racconta dell’usanza di fare dei regali ai bambini in occasione del 2 novembre e Gioacchino Lanza Tomasi lo fa entrare nella casa del suo avo Tomasi di Lampedusa… [sinossi]

Prove per una tragedia siciliana di John Turturro e Roman Paska, presentato Fuori Concorso alla 66ª Mostra Internazionale del Cinema diVenezia, è la preziosa prova d’amore dell’attore italo-americano nei confronti della Sicilia, isola cui lo lega un profondo legame biografico per via della madre originaria della cittadina di Aragona. E infatti il comune agrigentano è il locus privilegiato della recherche turturriana: i suoi palazzi, le sue piazze, il monastero servono a Turturro per ripercorrere alcuni dei luoghi in cui visse la madre, morta da poco, e dunque per riscoprire le proprie radici.
L’attore-cineasta da subito si mette in scena rapportandosi ai diversi abitanti di Aragona, a partire dalle suore del monastero, e lo fa con una discrezione e una forma di umanità tali da non far mai dubitare della sincerità dell’operazione e tali da porsi in una posizione di apertura verso l’Altro che del resto è tratto caratteristico del cinema documentario. Ma – e qui sta la grandezza del film – Prove per una tragedia siciliana parte dal privato per allargare presto il suo campo d’osservazione a tutta la Sicilia, alla mentalità che soggiace alla complessa natura isolana e allo stretto legame che nella cultura sicula hanno la vita e la morte, frutto di secoli di dominazioni e tragedie. A far da esperto c’è lo scrittore Andrea Camilleri che di tanto in tanto nel corso del film aiuta Turturro, e con lui lo spettatore, a comprendere la natura del luogo, mentre a far da compagni di viaggio vi sono Donatella Finocchiaro e alcuni pupari e cuntisti (ndr, cantastorie).

Turturro, infatti, visto il suo background attoriale, non può esimersi dall’addentrarsi anche nelle tradizioni teatrali siciliane, concentrandosi sull’Opera dei Pupi, che tanta influenza ha avuto ed ha nella cultura popolare locale; a Palermo incontra Mimmo Cuticchio, il più importante depositario dei segreti di questa forma particolare di teatro delle marionette che, a livello tematico, si caratterizza per la rielaborazione delle gesta degli eroi carolingi.
L’incontro Cuticchio-Turturro è senza dubbio il momento più divertente del film, poiché il primo con fare severo tenta di edurre il secondo a proposito delle tecniche di quel tipo di recitazione e declamazione (Turturro ad esempio fatica a manovrare i pupazzi nel giusto modo e solo con molto sforzo riesce a riprodurre il doloroso vibrato dell’Orlando abbandonato, il suo “Angelica, Angelica, dove sei, dove seeei…”.
Dopodiché Turturro incontra il regista e attore Vincenzo Perrotta, insieme al quale si produce in una serie di casting a giovani aspiranti attrici. I vari passaggi di esperienze recitative fanno sì che in Prove per una tragedia siciliana si riesca a riprodurre in modo abbastanza fedele l’indispensabile elemento dell’oralità che connota consustanzialmente sia il mestiere dell’attore che le varie culture popolari.

Da qui Turturro, con l’aiuto della Finocchiaro, mette in scena dei rapidi schizzi fictionali, in cui lui interpreta un marinaio di ritorno da un lungo viaggio e la Finocchiaro la donna che lo attende. Si tratta forse del frammento di un film che l’attore italo-americano vorrebbe girare nell’isola da quando nel 1987, tra gli interpreti de Il siciliano di Michael Cimino, rimase soggiogato dall’aura potente e misteriosa del luogo? Forse, ma quel che importa qui è che il presunto film di finzione da girare funge esclusivamente da scusa narrativa per far sì che Turturro proceda con la sua quest. Una ricerca e un vagabondare resi perfettamente dalla struttura narrativa del film, che non segue un percorso preciso, non è diviso in capitoli, quanto piuttosto si lascia guidare da delle suggestioni e da rapide intuizioni. Questo senso d’improvvisazione è però solo una superficie cui lo spettatore si abbandona facilmente, sempre imbrigliato dalle rinnovate scoperte e visioni e dai numerosi incontri; in realtà alle spalle vi è una precisa riflessione sia narrativa che simbolica.
In tal senso ci sembrano particolarmente significativi due momenti: il primo è un incontro in piazza, verso la fine del film, in cui Cuticchio si lancia a briglia sciolta in un monologo da cuntista, dove è naturalmente centrale l’arte dell’improvvisare (e dunque vi si riflette indirettamente sulla struttura del film), il secondo è la visita che la Finocchiaro fa ad una suora, cui chiede alcune informazioni sui dolci del 2 Novembre. La sequenza che si vede a circa metà film, viene più volte richiamata nei momenti in cui si dice che quei dolci insieme ai regali, ancor prima del Natale, simboleggiavano i doni che i morti portavano ai loro familiari e in particolare ai bambini, in segno della comunanza e della benevolenza che gli “abitanti” dell’aldilà volevano testimoniare a chi era ancora vivo (e qui si affrontano, sia pur rapidamente, alcune riflessioni di pertinenza antropologica, come ad esempio gli studi di Ernesto De Martino e di Claude Levy-Strauss).

Questo discorso, partito come una semplice scenetta con protagonista la Finocchiaro, trova poi la sua chiusa e il suo valore di leit-motiv al termine del film, quando Turturro riconosce nella sua stanza quei dolcetti simbolici e non può che attribuirli, con commozione e irrazionalità, alla testimonianza ultra-terrena dell’affetto materno. E dunque il cerchio si chiude e si esce dalla sala con la certezza che Prove per una tragedia siciliana abbia permesso di carpire con semplicità e immediatezza il carattere siciliano, uno dei più complessi e affascinanti mondi a sé di cui è fatto il nostro paese.

Info
Prove per una tragedia siciliana sul sito della Biennale.
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