Lost Persons Area

Lost Persons Area

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L’esordio alla regia di Caroline Strubbe, Lost Persons Area, ha dalla sua la scelta di un ambiente particolare, una spianata solitaria attraversata da giganteschi piloni dell’alta tensione. Peccato che la regia indugi in direzioni fin troppo esibite, quasi a depotenziare la forza naturale del soggetto.

Mai mischiare il tonno con le pesche sciroppate

Bettina e Marcus sono una coppia innamorata che vive nel bel mezzo di un campo infinito di tralicci dell’elettricità. Marcus è a capo della squadra di manutenzione di queste linee elettriche, mentre Bettina gestisce la mensa per gli operai. La loro figlia Tessa, salta la scuola e vaga nella grande zona industriale, cercando di occupare il tempo. Quando entrerà nella vita della famiglia un ingegnere ungherese, Szabolcs, assunto da Marcus nella sua società, il loro modo di vivere cambierà radicalmente. [sinossi]

L’idea di fondo riscontrata in Lost Persons Area, coproduzione anglo-magiaro-olandese inserita non a caso nel Concorso Eurimages – Nuova Europa del MedFilm Festival dopo la presentazione alla Semaine de la Critique di Cannes, poteva essere tra le più stimolanti: esplorare le potenzialità drammaturgiche di un nonluogo, dare rilievo alle prerogative stranianti del paesaggio, cogliere il progressivo deformarsi delle relazioni umane in un simile contesto. Quello posto in atto da Caroline Strubbe è senz’altro un tentativo interessante, che però a nostro avviso va molto presto ad infrangersi nell’utilizzo fin troppo compiaciuto della macchina da presa, come anche in un’assenza di ritmo che pesa sulla narrazione quanto un macigno, al punto di strangolarla proprio quando il disagio dei personaggi sembra emergere dallo sfondo.
Ciò nonostante siamo consapevoli di come il film sia stato guardato in modo generalmente favorevole dalla critica, a partire dalla sua apparizione a Cannes. Del resto non si può dire che l’autrice manchi di valide referenze. Caroline Strubbe ha infatti alle spalle un solido percorso di documentarista per ARTE, ma anche i suoi primi lavori di fiction realizzati negli anni ’90 hanno raccolto consensi, col cortometraggio Melanomen capace di vincere diversi premi, mentre il successivo mediometraggio Taxi Dancer, da lei girato in bianco e nero così da accarezzare il mito di Rodolfo Valentino, è stato poi accolto con una menzione speciale al Sundance Film Festival.

Indubbiamente la Strubbe ha un suo stile dietro la macchina da presa, stile indirizzato verso l’esasperazione della messa a fuoco, i primi piani, i dettagli. Ed è questa una propensione che si abbina, con esiti talvolta interessanti, a quella vocazione semi-documentaristica che nel lungometraggio d’esordio Lost Persons Area si è manifestata in primis attraverso la scelta di un ambiente così particolare: il film si svolge in una spianata solitaria attraversata da giganteschi piloni dell’alta tensione, il nonluogo di cui sopra, dove Marcus e la sua famiglia hanno dovuto trasferirsi compatibilmente con il lavoro di manutenzione della rete elettrica ricevuto in appalto dall’uomo. La forte attrazione fisica tra Marcus e sua moglie Bettina (interpretata dalla sensuale Lisbeth Gruwez, famosa in Belgio sia come ballerina che come coreografa), al pari della tendenza di Tessa, loro figlia, a girovagare per i campi circostanti raccattando oggetti d’ogni tipo, sembrano prevalere per un po’ sul senso di vuoto e spaesamento che quegli spazi desolati quasi inevitabilmente suggeriscono: una specie di paesaggio post-industriale, connotato appena dai piloni dell’elettricità e dai prefabbricati poco accoglienti, dove alloggiano la famiglia del capo e alcuni tecnici ungheresi da lui assunti. Tra loro vi è anche Szabolcs, un introverso ingegnere che fa presto a guadagnarsi la fiducia di Marcus. Alla noia inevitabilmente generata dal (non)luogo è destinata però ad aggiungersi una sottile tensione, dovuta al fatto che il taciturno ingegnere magiaro sembra nutrire un morboso interesse per la bella e disinibita Bettina… Purtroppo dobbiamo subito dire che, al di là di qualche bella ripresa in grado di confermare uno sguardo stilisticamente maturo, la regista sembra concentrarsi esageratamente sullo spessore delle atmosfere, lasciando che i personaggi si muovano in questo scenario un po’ come fantocci, palesando la natura dei loro rapporti in maniera o troppo diretta (l’annoiatissima Bettina che sculetta di fronte a Szabolcs indossando una maglietta già attillata e provocante di suo, per l’occasione pure bagnata) o troppo ermetica (alcuni deliri autistici della bambina, gli sguardi persi nel vuoto dell’ungherese). Anche il puntare su certe stravaganze caratteriali o sui cedimenti nervosi di alcuni personaggi rischia di diventare caricaturale: la scena della madre che offre a Tessa pesche sciroppate farcite col tonno in scatola ha suscitato in sala reazioni stizzite, e non solo da parte dei più convinti buongustai. Tirando le somme, quindi, è il piano del racconto a soffrire nel film di pericolose strozzature. Fino a un epilogo che condensa la potenziale tragicità degli ultimi sviluppi diegetici in termini eccessivamente bruschi, per quanto non del tutto inattesi.

Info
Lost Persons Area, un trailer.

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