Intervista a Gabriele Roberto

Intervista a Gabriele Roberto

Gabriele Roberto, questo sconosciuto. Esagerazioni a parte, in Italia sono ancora poche le persone edotte sull’arte di Roberto, compositore che negli ultimi anni sta facendo parlare molto di sé nel sud est asiatico: il suo biglietto da visita sono state le colonne sonore composte per Tetsuya Nakashima (Memories of Matsuko e Paco and the Magical Book) e Pang Ho-cheung (Exodus e Dream Home); lavori poliedrici, in cui Roberto mette in mostra un’inventiva e una classe davvero non indifferenti. Nella speranza che anche questo breve scambio di battute possa servire alla meritata notorietà del compositore in Italia, ecco il resoconto della chiacchierata portata a termine durante le giornate del dodicesimo Far East, a Udine.

Iniziamo con una tua breve presentazione, visto che sei forse il caso più unico che raro di italiano poco conosciuto in patria e invece affermato in estremo oriente. Come sei arrivato a lavorare così lontano dall’Italia?

Gabriele Roberto: Dopo il diploma in composizione e questo master che ho conseguito a Londra, non essendo mai vissuto a Roma e dunque non avendo contatti diretti con registi o compositori romani, ho preparato un demo cd con le esecuzioni per l’orchestra del conservatorio in cui ho studiato, o le composizioni create durante il master, e l’ho inviato a varie case di produzione e distribuzione cinematografica e musicale, semplicemente per far sentire le mie cose. I giapponesi sono stati i primi a contattarmi e a darmi questa opportunità, e una volta messo alla prova sono stato anche fortunato perché Memories of Matsuko, che era il primo film per il quale lavoravo, è andato molto bene, forse anche al di là delle previsioni della produzione, e la mia musica è stata anche premiata con il Japan Academy Award. A quel punto la casa di produzione giapponese mi ha chiesto di rimanere a lavorare a Tokyo, si sono proposti anche come miei agenti con la Grand Funk: sono molto agguerriti, e mi fanno lavorare davvero a progetti molto diversi tra loro. E poi quello che ho trovato in Asia è un particolare dinamismo, per cui ad esempio Pang Ho-cheung aveva visto Memories of Matsuko a Hong Kong, era rimasto colpito dalle musiche e mi ha fatto contattare dalla sua assistente. Un mese dopo ci siamo incontrati al Tokyo Film Festival e mi ha chiesto subito di collaborare a Exodus. È stato un periodo particolare, in cui non avevo neanche il tempo di rendermi conto di quello che stava realmente succedendo.

A proposito proprio di Hong Kong e del Giappone: tu passi dai lavori di Nakashima, che sono traboccanti di un pop davvero debordante, a quelli di Pang che si muovono in tutt’altra direzione. Come approcci la materia compositiva una volta che hai avuto modo di leggere il copione?

Gabriele Roberto: Diciamo che Nakashima e Pang non potrebbero avere modi di lavorare più diversi, nel senso che Nakashima mi dà il film fatto, finito, e quando inizio a lavorare alle musiche so che il montaggio potrà cambiare sì e no di un secondo. Tra l’altro ha anche le idee abbastanza chiare sulla musica, con richieste dettagliate e specifiche: poi sta a me dare la mia impronta personale alla composizione, ma per esempio in Paco and the Magical Book c’era un pezzo in minore, in una scena particolarmente drammatica, ma lui voleva su una certa parola un accordo in maggiore, per dare l’idea di un raggio di sole, di speranza, che squarciasse la cupezza. Con Pang invece inizio a scrivere i temi prima ancora che il film venga girato, sulle sinossi: per esempio per Exodus ero talmente entusiasta di iniziare a lavorare con lui che quando mi ha mandato le prime bozze della storia ho iniziato a scrivere un tema che poi è diventato il leit-motiv del film. Tra l’altro al contrario di Nakashima, Pang sperimenta in continuazione al montaggio, per cui anche io mi trovo a cambiare continuamente direzione durante la lavorazione. Pang mi lascia molto più libero di sperimentare, tanto che in Exodus ho scritto una colonna sonora per solo pianoforte, scelta davvero inconsueta per un film, con echi quasi bachiani riletti in chiave moderna. Anche per Dream Home ho dovuto rivoluzionare il mio linguaggio, perché c’è quasi tutta musica elettronica sulle scene di omicidi, quindi ho dovuto mettere da parte la mia formazione classica.

Visto che prima accennavi al carattere quasi sperimentale di determinati lavori, soprattutto per quanto riguarda Pang, non credi che forse in questo momento le colonne sonore siano il veicolo migliore, per un compositore che non si affida alla prassi pop della musica ma cerca un altro tipo di linguaggio, per raggiungere un vasto pubblico?

Gabriele Roberto: Sì, infatti! Alla fine la musica scritta, soprattutto quando è scritta per orchestra, è eseguita da musicisti preparati, registrata con microfoni particolari in studi attrezzati… anche solo da un punto di vista economico è un investimento non indifferente e nella musica “da concerto” se non ci sono sovvenzioni è impossibile andare avanti. Il cinema diventa dunque il veicolo di maggior diffusione per pezzi che altrimenti rischierebbero di non poter essere neanche incisi.

Dopo i tuoi primi successi hai mai ricevuto proposte lavorative dall’Italia?

Gabriele Roberto: Per adesso no. Ho ricevuto dei complimenti e dell’interesse da persone, come ad esempio Walter Fasano, un montatore che ha ora anche firmato la cosceneggiatura di I’m in Love, per cui ha scritto le musiche John Adams, un vero e proprio mostro sacro. Però al di là di questo per adesso concretamente con l’Italia non è ancora successo niente.

So che Nakashima sta lavorando al suo nuovo film, Kokuhaku. La collaborazione tra voi due continuerà?

Gabriele Roberto: Per Kokuhaku la situazione è particolare: il film è molto diverso rispetto ai suoi precedenti, una sorta di noir completamente privo di computer grafica, e ha scelto di utilizzare soprattutto canzoni preesistenti, tra l’altro alcune di Thom Yorke, e quindi io ho dovuto solo riarrangiare alcuni brani. Però so che ha in cantiere un nuovo film a grosso budget e credo che per quello tornerò a scrivere la colonna sonora. Anche perché i giapponesi sono molto legati allo slogan “squadra vincente non si cambia”.

E questi riarrangiamenti che hai curato, visto che citavi Thom Yorke, sono pianistici in stile radioheadiano?

Gabriele Roberto: In realtà sono un po’ di tutto, perché ho dovuto arrangiare il canto di una bambina in chiave jazzistica anni ’30, poi un brano di Bach, per il quale ho davvero ringraziato gli anni di conservatorio passati a studiare la fuga e il contrappunto… insomma, un po’ di tutto…

Bè, si è trattato anche di un bell’esercizio per te, allora…

Gabriele Roberto: Sì, solo in oriente poteva capitarmi una cosa del genere, probabilmente. In appena quattro o cinque film ho dovuto completamente cambiare approccio, stile… tutto.

E hai altri progetti a cui stai lavorando?

Gabriele Roberto: Se dovessi dirti un titolo definitivo, no, ma ci sono molte cose in ballo. E poi lavoro per questa agenzia produttiva per la quale curo moltissimi jingle pubblicitari, che in Giappone sono qualcosa di più del semplice stacchetto a cui siamo abituati in Italia. Se vuoi ti svelo una curiosità: devo scriverne uno per domenica per cui devo tornare a lavorare in albergo, e un altro per martedì per cui spero di potermi godere il festival perché devo anche lavorare. In pratica devo girare con la tastiera e il computer ed essere sempre reperibile…

Info
Il sito ufficiale di Gabriele Roberto.

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