Tatsumi

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Tatsumi non è solo un dovuto omaggio a un gigante dell’arte sequenziale, ma un lungometraggio stratificato che cattura l’essenza stessa dei manga e dei mangaka e che ripercorre più storie individuali e collettive.

Il foglio bianco

Nel Giappone occupato dell’immediato dopoguerra, la passione del giovane Tatsumi per i fumetti diventerà alla fine un mezzo per sostenere la propria famiglia. Pubblicato fin dall’adolescenza, incontrerà il suo idolo Osamu Tezuka, il celebre mangaka che sarà un’imprescindibile fonte d’ispirazione. Malgrado il costante successo, Tatsumi rimetterà in discussione il proprio lavoro, le opere destinate a un pubblico di giovanissimi. Nel 1957 inventerà il termine gekiga (immagini drammatiche), sviluppando un nuovo genere di manga destinato a un pubblico adulto… [sinossi]

Le vie dell’animazione sono infinite. Accogliamo con malcelato entusiasmo, non solo per questioni artistiche ma anche produttive, l’ottimo Tatsumi di Eric Khoo, talentuoso cineasta singaporegno [1] che ha portato sul grande schermo la vita e le opere del maestro nipponico Yoshihiro Tatsumi, mangaka tra i più importanti e celebrati e vincitore nel 2009 del Tezuka Osamu Cultural Prize e nel 2010 dell’Eisner Awards per la sua autobiografia A Drifting Life. Lo sforzo creativo e produttivo di Khoo, assolutamente a suo agio in un contesto tecnico-artistico altro rispetto al cinema live action, catapulta l’animazione singaporegna a livelli inattesi, assai elevati: l’ennesima dimostrazione che talento e volontà produttiva possono compiere piccoli miracoli.

Alla base dell’ispirato e rigoroso Tatsumi c’è una chiara idea di messa in scena, funzionale all’animazione e soprattutto alla tecnica utilizzata da Yoshihiro Tatsumi nelle sue opere più mature: Khoo, che prevedibilmente opta per un approccio rispettoso e filologico nei confronti del character design e della composizione delle inquadrature, realizza un lungometraggio che trasforma i limiti tecnici in pregi, riecheggiando le intuizione e innovazioni registiche dell’animazione giapponese degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta. Senza spingersi all’affascinante fissità della mise-en-scène di Cronache delle imprese dei ninja (Ninja bugei-cho, 1967) di Nagisa Ôshima, Khoo limita il movimento interno, disegnando essenziali scenografie, tratti semplici che suggeriscono contorni e dati essenziali per l’immaginazione. Una scelta estetica che accompagna anche l’evoluzione delle tavole e dei cromatismi del mangaka e lo scorrere del tempo, della storia personale e dell’intero Sol Levante. Khoo ricostruisce, infatti, un percorso umano, artistico e storico di calibrata lucidità: Tatsumi ripercorre l’autobiografia di Yoshihiro Tatsumi, porta sul grande schermo le spiazzanti e tragiche tavole di Hell, Beloved Monkey, Just a Man, Occupied e Good-bye, racconta passaggi fondamentali del Novecento nipponico come il dramma incalcolabile del bombardamento atomico, il trattato con gli Stati Uniti del 1951, la Guerra di Corea, la crescita economica degli anni Cinquanta e Sessanta. Tatsumi non è solo un dovuto omaggio a un gigante dell’arte sequenziale, ma un lungometraggio stratificato che cattura l’essenza stessa dei manga e dei mangaka e che ripercorre più storie individuali e collettive.

Le agghiaccianti ombre sul muro di Hell, episodio in bianco e nero, la disperata solitudine di Beloved Monkey, arricchito di tonalità di grigio, i fondali fuori fuoco e il tratteggio a matita di Just a Man, i colori di Occupied e gli effetti brûlée di Good-bye catturano stati d’animo ed evoluzioni stilistiche, in un felicissimo connubio tra pura tecnica e sincero sguardo sulla condizione umana.
Quasi commovente l’omaggio nell’omaggio, il ricorrente rimando al “dio del manga” Osamu Tezuka, padre spirituale di più di una generazione di disegnatori e protagonista della nascita dell’industria televisiva e cinematografica degli anime. Tatsumi, gioiello da recuperare assolutamente, trasuda rispetto e amore da ogni tavola/fotogramma. Un film che nasce dalla comprensione del valore della tavola bianca e dell’importanza dei singoli gesti, delle semplici linee.

Note
1. La cinematografia singaporegna può vantare almeno due giovani cineasti di rilievo: il suddetto Khoo, noto soprattutto per Be with Me (2005) e My Magic (2008), e il simpaticissimo e un po’ stralunato Royston Tan (15: The Movie, 4:30, 881).
Info
Il trailer sottotitolato di Tatsumi.
Tatsumi sul sito del Festival de Cannes.
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