Sagràscia

Sagràscia

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Sagràscia, opera prima del regista sardo Bonifacio Angius, raggiunge le sale italiane grazie al coraggio e alla lungimiranza di Distribuzione Indipendente. Un lavoro affascinante e distante da qualsiasi logica commerciale usurata.

Il miracolo di Sant’Antonio

In una Sardegna antica, ricca di ninna nanne e di filastrocche, dietro i profumi ed i colori di un’estate bruciata dal sole, Antoneddu, un bambino di dieci anni, cammina sulle strade ed i sentieri di un mondo magico, per raggiungere la chiesa del santo che gli ha “salvato la vita”, gli ha fatto “Sa Grascia”. Lungo il viaggio, i viottoli bianchi e polverosi sono popolati da personaggi dolci e bizzarri, da buffi vagabondi intrappolati in una realtà confusa e contraddittoria, dove il bene e il male si mescolano in un’armonia malinconica e surreale. Un miracolo, un santo, una nonna che prega, un funerale, Antonio che cade per le scale, una biglia, una mela, dove arriva la realtà oppure il sogno? E’ lontana la chiesa di Sant’Antonio? E soprattutto, chi è che sta sognando? [sinossi]

Esistono vari modi di muoversi nello spazio. Vi è quello che prevede una meta prefissata, da raggiungere per quante deviazioni si facciano; la fuga, nella quale solo il punto di partenza è conosciuto; lo spostamento circolare, teso a una continua e ineluttabile quadratura del cerchio. Tutte dinamiche ampiamente sfruttate nel corso della storia del cinema, spesso con risultati eccellenti: ciononostante Sagràscia, esordio alla regia del ventinovenne Bonifacio Angius, pur essendo in tutto e per tutto un road-movie non rientra in nessuna delle suddette sotto-categorie del genere. La storia del piccolo Antoneddu che dopo essere sopravvissuto a una brutta caduta dalle scale viene letteralmente spedito in pellegrinaggio alla chiesa di Sant’Antonio, per portare i suoi omaggi al divino protettore che gli ha riservato la grazia della vita, si sviluppa nella sua interezza attraverso un andirivieni caotico, apparentemente privo di una reale logica. Solo in apparenza, però, perché in realtà Angius fa sprofondare la sua opera prima in un’atmosfera onirica, nella quale spazio e tempo perdono le coordinate reali a favore di una fluttuazione visiva che sembra di quando in quando perseguire un senso anadiplotico, con gli elementi in scena che si accumulano per creare una sorta di concatenazione razionale: in realtà, a voler ragionare per figure retoriche, siamo più dalle parti dell’anfibologia, perché Angius dissemina Sagràscia di ambiguità sintattiche e logiche, lasciando interamente all’interpretazione dello spettatore quel che avviene sullo schermo. Difficile e ingiusto ridurre Sagràscia a un mero esercizio di stile, comunque, per quanto sia innegabile la volontà dell’autore di approfittare delle contingenze (auto)produttive per concedersi una libertà sperimentatrice che in contesti più irrigimentati difficilmente potrebbe vedere la luce: la deflagrante potenza immaginifica di cui è dotato il film ha il pregio di non assecondare mai divagazioni citazioniste, ma di spingersi sempre un passo più in là, con il coraggio (ma forse anche in minima parte l’inconsapevolezza) di non accontentarsi mai del già fruito, del già metabolizzato, del preesistente.
Non è un film perfetto, Sagràscia, ma possiede anzi la spavalderia di mostrare fino in fondo tutti i propri difetti, ricordando al pubblico una verità troppo spesso dimenticata nell’affrontare le gravi problematiche che affliggono il cinema italiano contemporaneo: l’inesattezza, lo sbaglio, l’imprecisione non devono essere accolti necessariamente come l’insuccesso di una poetica. Perché a fronte di una pletora infinita – e interminabile gettando uno sguardo al futuro prossimo, visti i tristi figuri che tirano le redini della produzione cinematografica nazionale – di commedie e drammi inesorabilmente uguali a sé stessi, replicanti ottusi di una prammatica produttiva che non sa o non vuole uscire da uno schematismo fin troppo abusato, Angius trascina la sua creatura su territori liberi da preconcetti, in cui il cinema torna alla sua essenza primigenia, immagine in movimento in grado di suscitare emozione. Non concede alcun appiglio al pubblico, Sagràscia, e rappresenta una sfida non solo per il regista ma anche per la sempre più volitiva Distribuzione Indipendente, che l’ha inserito nel proprio listino e lo fa uscire in sala in ben nove regioni.

Sarebbe facile accusare il film di risultare troppo ostico e abbandonarlo così al proprio destino, ma la realtà è che è nessuna opera potrebbe sintetizzare l’idea di controcultura portata avanti da Giovanni Costantino, Alessandra Sciamanna e Daniele Silipo meglio di Sagràscia: un film dal budget miserrimo, portato a termine nel corso di tre lunghi anni, grazie alla dedizione e alla passione di un gruppo di ragazzi che, semplicemente, volevano provare a tradurre in immagini suggestioni personali, derivate in parte da memorie familiari e in parte da frammenti del cinema amato e studiato con attenzione.
In effetti schegge di Pasolini, del surrealismo felliniano, dell’elemento magico di Jodorowski, perfino della destrutturazione sognante di Lynch è possibile rintracciarle, ma a far presa è un universo del tutto svincolato dall’abitudinario, in grado di sfruttare nel migliore dei modi gli splendidi panorami delle campagne nei dintorni di Ploaghe, piccolo comune del sassarese: un incidere che non procede mai in maniera piana, ma si avviluppa, torna su se stesso e accelera, per poi cambiare ritmo, modificandosi passo dopo passo senza mai perdere la propria coerenza. In un orizzonte produttivo che ha distorto a tal punto il senso del termine “indipendente” da legarlo in maniera esclusiva a dinamiche economiche o addirittura istituzionali, Sagràscia svolge il ruolo della bomba, squarciando i veli che coprivano gli occhi dei più: l’indipendenza non si può giudicare dallo stile, dal genere di appartenenza o dai soldi investiti, ma solo dall’approccio con cui si affronta la messa in scena. Il cinema italiano non è morto, e per accorgersene basta spostare lo sguardo dalla mediocrità imperante e cercare negli anfratti più nascosti, dove ancora si possono rintracciare film come Sagràscia, vitali, ironici, onirici e realistici allo stesso tempo. L’esordio di Bonifacio Angius  per un’ora e un quarto – o poco meno – asservisce lo spettatore a sé, trascinandolo in un mondo magico e vecchio di millenni, eppure carico di spudorata freschezza: alla fine non si applaude solo l’eleganza della regia, la cura della fotografia o la naturale simpatia che sprigiona il cast, ma si stima e si applaude il concetto alle spalle dell’insieme. E non è cosa da poco.

Info
Il trailer di Sagràscia.
Sagràscia sul sito di Distribuzione Indipendente.

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