Case départ
di Fabrice Eboué, Lionel Steketee, Thomas Ngijol
Una commedia sullo schiavismo e sulla discriminazione razziale: Case départ – diretto dal trio di registi Fabrice Éboué, Thomas Ngijol e Lionel Steketee – diverte il pubblico del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina.
Non ci resta che piangere
I fratellastri di origine africana Joel e Regis si conoscono appena. Joel è disoccupato e vede nella Francia, “paese razzista”, la causa di tutti i suoi fallimenti; Regis, invece, è del tutto “integrato”, tanto da negare completamente le sue origini. Giunti al capezzale del padre morente nelle Indie Occidentali, strappano con noncuranza l’atto di emancipazione che ha dato la libertà ai loro antenati schiavi. Una zia misteriosa, indignata, li punisce con un incantesimo rispedendoli ai tempi della schiavitù! Paracadutati nel 1780, in un susseguirsi di gag irresistibili, i due cercheranno disperatamente un modo per tornare nel XXI secolo… [sinossi]
Non ci resta che piangere – rimembrando il duo Benigni-Troisi – o forse, in onore alla sezione tematica, bisognerebbe dire non ci resta che “continuare a ridere...”?
Presentato all’interno del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina, Case départ di Fabrice Éboué, Thomas Ngijol e Lionel Steketee va a comporre insieme a Beur sur la ville e De l’huile sur le feu il trittico di film che animano la sezione dedicata alla commedia – scelta che per la 22^ edizione è caduta sul cinema beur (1).
“Case départ” indica la casella del via del monopoli o del gioco dell’oca ed è proprio questo che i registi, soprattutto in qualità di attori protagonisti (Joël è interpretato da Thomas Ngijol e Régis da Fabrice Éboué), sembrano voler realizzare con Case départ. Giocano con lo stereotipo e per farlo schierano in campo tutto l’humour francese fino a toccare toni alla Molière.
Il pretesto per iniziare un “a spasso nel tempo” è costituito da una condizione di partenza semplice, ai limiti del banale: due fratellastri, totalmente opposti tra loro, si rincontrano in occasione della morte del padre e di fronte ad un’eredità – apparentemente – insignificante («l’atto ufficiale che ha reso liberi i vostri schiavi» afferma la zia fattucchiera) la reazione all’unisono è di strapparlo. Una nuvola di fumo ed un campo lungo ci immerge in una distesa di terra mentre Joël e Régis assistono alla fuga di un uomo di colore per poi darsela a gambe anche loro – seppur con scarso esito. Coloro che nel terzo millennio si rivelavano più razzisti dei bianchi (esemplificativa la scena in cui Régis cerca di scacciare il ragazzo che si avvicina per lavare il parabrezza affermando alla moglie che i difetti fisici sono una messa in scena per far impietosire e invece…), proiettati nel 1780 provano cosa significhi essere merce in vendita e da sfruttare, assumono nomi da schiavi (Gedeon e Gaspar) per essere a servizio di un signore.
Il centro del discorso di Case départ si rivela così una comédie humaine con l’intento di trattare il razzismo con un tono leggero, a tratti in bilico tra il surreale e l’assurdo, ma mai irriverente né volgare – inevitabile pensare a La vita è bella (1997) di Roberto Benigni, al suo tocco delicato, dolcemente ironico con cui ha messo in scena la deportazione degli ebrei, certo Case départ non lo si può porre a confronto in primis con la raffinatezza registica che il film di Benigni mostra. Surreale (guardandola ancor più coi nostri occhi) e in pieno stile francese è la scena di incontro tra Joël, Régis e l’ebreo: uno scambio di botta e risposta in cui le due parti fanno a gara tra chi sia stato più torturato nella storia se gli ebrei o gli afro-americani.
Per quanto Case départ presenti un meccanismo narrativo tutt’altro che originale – vedi Non ci resta che piangere (1984) di Benigni – il film pone l’attenzione su un tema, quello del razzismo e della discriminazione, i cui i cliché vengono vengono messi in ridicolo con intelligenza – e in questo è funzionale il passaggio dietro la macchina da presa (e co-sceneggiatori) di Ngijol (2) e Éboué (3) in quanto comici.
Ci piace pensare che il trio registico abbia voluto dar corpo anche al significato figurato di “case départ”: ricominciare da zero traslandolo nel concetto di un ricominciare dalle origini per comprendere il presente. Case départ intreccia così il filone del viaggio di formazione – colorato e animato da gag – che ben si sposa con una funzione educativa senza cadere nella pretesa di insegnare o (ancor peggio)di far la morale.
Note
1. Termine col quale si indica quel cinema nato a metà degli Anni ’80 da giovani registi di origine nordafricana (Fabrice Éboué e Thomas Ngijol hanno, infatti, origini camerunesi), nati o cresciuti in Francia e che han vissuto l’immigrazione di riflesso continuando ad essere influenzati dalla cultura di provenienza. Uno dei volti esponenti del cinema beur e conosciuti in Italia è Abdellatif Kechiche – la sua opera di esordio, Tutta colpa di Voltaire (2000) tratta, infatti, dell’immigrazione.
2. Umorista e attore francese, inizia la sua carriera di comico nei caffè parigini. Nel 2008 conduce una rubrica quotidiana su Canal , diventando uno dei comici preferiti dai francesi.
3. Comico e cabarettista.
Info
Il trailer di Case départ su Youtube
- Genere: commedia
- Titolo originale: Case départ
- Paese/Anno: Francia | 2011
- Regia: Fabrice Eboué, Lionel Steketee, Thomas Ngijol
- Sceneggiatura: Fabrice Eboué, Jerome L'hotsky, Thomas Ngijol
- Fotografia: Jean-Claude Aumont
- Montaggio: Frédérique Olszak
- Interpreti: Alain Fromager, Catherine Hosmalin, David Salles, Doudou Masta, Eriq Ebouaney, Etienne Chicot, Fabrice Eboué, Franck de la Personne, Franck Migeon, Isabel del Carmen Solar Montalvo, Jean-Claude Duverger, Jean-Yves Rupert, Joséphine de Meaux, Max Baissette de Malglaive, Michel Crémadès, Souleymane Diamanka, Stefi Celma, Sylvain Tempier, Thomas Ngijol, Vincent Solignac
- Colonna sonora: Alexandre Azaria
- Produzione: Légende Films, Mars Films, TF1 Films Production
- Durata: 94'







