Intervista a Vivian Qu

Intervista a Vivian Qu

Abbiamo incontrato la regista di Trap Street, presentato in concorso nella Settimana Internazionale della Critica.

Al di là delle conferme di autori su cui saremmo stati disposti a mettere la mano sul fuoco, la settantesima edizione della Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia ha permesso anche di scoprire nuovi registi dal brillante futuro (reloaded?). Tra questi impossibile non soffermarsi sull’esordio di Vivian Qu, Trap Street, presentato in concorso all’interno della Settimana Internazionale della Critica. Uno scandaglio della Cina contemporanea che mostra anche una notevole disinvoltura nel muoversi tra generi e timbriche, passando in maniera radicale dalla commedia al thriller paranoico. Abbiamo avuto l’occasione di intervistare la regista il giorno successivo alla proiezione stampa, comodamente seduti sulle poltroncine del Quattro Fontane.

Lei ha cominciato la sua carriera come produttrice. Vorremmo sapere quale è stata la molla che l’ha portata a esordire alla regia.

Ho sempre voluto diventare una regista. Quando ho cominciato nel ruolo di produttrice, al mio ritorno in Cina dieci anni fa, c’erano molti registi che lavoravano in maniera indipendente, ma poiché non avevano alcun tipo di finanziamento internazionale mi è sembrato importante aiutarli. Così ho cominciato a produrre i loro film. Questo è stato tra l’altro un esercizio molto utile anche per me, perché mi ha permesso di acquisire esperienza sul set, lavorando con la troupe. Così, alla fine, ho pensato che fosse arrivato il momento di girare il mio film.

Volevamo sapere qualcosa sulla struttura narrativa del film, nella quale si avverte uno scarto deciso. A una prima metà quasi da commedia segue una seconda parte con toni più oscuri, vicini al thriller kafkiano. In che modo ha lavorato alla sceneggiatura?

Non volevo che il film cominciasse con elementi oscuri e loschi già visibili, volevo che iniziasse mettendo in scena una vita normale, ordinaria, perché per me questa storia dovrebbe riflettere la realtà, riflettere il modo in cui scopriamo il vero volto della società, ed è più complicato di quanto un thriller potrebbe mai raccontare. Quindi è una scelta cosciente quella di svolgere lentamente la storia per fare in modo che tutto sembri “normale”, anche se ho provato a lasciare dei segnali all’interno della storia, così che si potesse scoprire qualcosa fin dal principio. Ma poi ho pensato che in fin dei conti non fosse necessario sapere più di tanto…

Cosa ci può dire del riferimento alla cartografia, così presente nel film? Trap Street, il titolo scelto per la vendita internazionale, è la traduzione letterale dell’originale?

Sì, il titolo è la traduzione letterale. Per quanto riguarda la cartografia negli ultimi anni le città cinesi, in particolare le metropoli, si sono sviluppate con una velocità tale che quasi ogni mese nuove costruzioni vengono tirate su e tutto cambia in continuazione. Così, per poter utilizzare le mappe e i gps è necessario che alcune persone registrino le modifiche; ma allo stesso tempo, ogni volta che usiamo i gps, ci troviamo di fronte a strade che non è più possibile rintracciare, ed è su questo che ho iniziato a costruire la mia idea.

Qual è il suo rapporto oggi con la scena indipendente cinese, e in particolare con l’opera di Jia Zhangke?

Conosco il cinema di Jia Zhangke, anche se non abbiamo mai lavorato insieme. Alcuni dei miei collaboratori (il tecnico del suono, l’operatore alla camera) hanno avuto modo di lavorare sul set con lui. Credo che nel cinema indipendente cinese, per quanto ognuno lavori singolarmente, ci siano dei punti di vista comuni sia riguardo la società con cui dobbiamo confrontarci sia con i problemi sociali che fronteggiamo, anche se ognuno affronta questi temi dalla propria prospettiva. Io per esempio voglio girare film sulla classe media e sullo scontro tra le grandi città e la campagna…

Sempre a proposito del cinema indipendente cinese, abbiamo letto sull’Hollywood Reporter che il festival del cinema indipendente di Pechino per il secondo anno consecutivo ha incontrato delle difficoltà con le istituzioni. Volevamo sapere se la notizia è vera e cosa ne pensa.

La notizia è vera, il festival è stato interrotto; nessuno di noi ha capito perché sia successo, visto che il festival era un punto di ritrovo per i cineasti, per gli studenti e per i critici. È tutto molto strano, davvero non so cosa sia successo né cosa si possa fare: era solo un festival che ospitava film di studenti di cinema girati con micro-budget…

Le ultime due domande. A proposito di questo discorso, viene naturale porne una sulla censura, visto che il film non presenta il logo del bureau che autorizza la proiezione pubblica in Cina. Infine una curiosità: per il finale di Trap Street si è ispirata in qualche modo a La conversazione di Francis Ford Coppola?

Non ho pensato al film di Coppola, che ho visto una sola volta dieci anni fa, per Trap Street. In realtà La conversazione neanche lo ricordo, mi spiace… Il senso che volevo dare alla sequenza finale è che per me tutto il film ruota attorno allo sguardo, lo sguardo fuori campo e quello in campo, così volevo che la storia finisse con qualcuno che sta guardando, fissando il ragazzo. Ovviamente volevo che il personaggio vivesse una sensazione di paranoia, e che questa fosse la realtà con cui avrebbe dovuto confrontarsi per il resto della sua vita. Ma allo stesso tempo, forse, il nostro sguardo su di lui ci permette di iniziare a pensare…

E per quanto riguarda la censura?

Ah, la censura. Non so, può capitare di tutto. (ride, n.d.r.)

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