Roma 2013 – Presentazione

Roma 2013 – Presentazione

La seconda edizione diretta da Marco Müller conferma lo sguardo a 360° sul cinema e muove i primi passi in direzione di un festival finalmente “cittadino”.

La presentazione dell’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma permette, tra le altre cose, di fare il punto sulla tumultuosa annata vissuta dalla cultura nella Capitale. Appena dodici mesi fa, lo scenario che si presentava di fronte al cinefilo ignaro era quello di uno scontro a fuoco persistente: da un lato la direzione del Festival, passata da Piera Detassis a Marco Müller, e dall’altro una parte della stampa, decisa a combattere apertamente colui che era stato definito (con una pratica retorica a dir poco becera) un “uomo di Alemanno e Polverini”. Questa contrapposizione ha fatto sì che nel 2012 in ben pochi si siano ricordati di dare spazio all’epicentro inevitabile di qualsiasi kermesse cinematografica, vale a dire le (in gran parte ottime) opere selezionate: al contrario, la dieci giorni dell’Auditorium è vissuta sul filo delle polemiche, dalla scelta di alcuni titoli all’assenza di altri, dall’utilizzo del denaro alla mancanza di divi, e via discorrendo, in un corto circuito che ha palesato solo ed esclusivamente l’appannato stato di forma di un determinato approccio al giornalismo. L’eco di queste burrasche si è avvertito anche nei primi mesi di quest’anno, quando rimbalzavano da una pagina all’altra i nomi di coloro che sarebbero succeduti a Müller una volta che il centrosinistra, capitanato da Ignazio Marino, avesse vinto le elezioni comunali.
Quindi, proprio a ridosso dell’effettivo successo di Marino, le nubi hanno cominciato a svanire dall’orizzonte, le voci di ribaltoni in seno al festival si sono via via chetate fino a silenziarsi completamente, e i detrattori sono scesi a più miti consigli (temporanei o meno che siano, questo è dato da verificare nel futuro prossimo), seppellendo l’ascia di guerra.

Probabilmente a spingere in questa direzione è stato anche un programma veneziano non tra i più brillanti che memoria d’uomo (o di accreditato) rammenti, oltre alla scelta di Müller di abbandonare l’oltranzismo in fatto di prime mondiali a favore di un palinsesto che coniughi queste ultime a prime internazionali e – per alcuni casi specifici, come Las brujas de Zugarramurdi di Álex de la Iglesia e Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée – italiane. Fatto sta che durante la conferenza stampa di rito nella quale viene svelato il programma si è tornati a parlare, dopo dodici mesi di assenza, di cinema: certo, non sono mancate le solite domande oziose (quali star verranno? Dove si svolgeranno le anteprime stampa?), ma l’impressione netta è che l’atmosfera sia radicalmente cambiata nell’arco di un anno. Il che, ça va sans dire, non può che essere una notizia di cui felicitarsi. Dopotutto lo afferma proprio il direttore artistico nell’incipit del suo consueto intervento di presentazione: “Roma 2013, ricominciano le avventure dell’occhio, le capriole della visione planetaria”.
Ecco, il primo dettaglio che salta all’occhio scorrendo il lungo elenco di titoli è che, come l’anno scorso, il festival si muoverà in direzione di uno scandaglio a trecentosessanta gradi del panorama contemporaneo. Basta in tal senso osservare come nel concorso coabitino paradigmi cinematografici all’apparenza poco conciliabili come i nuovi parti creativi di Takashi Miike, Isabel Coixet, il già citato Jean-Marc Vallée, Paulo Morelli e Nils Malmros, per rendersi conto della conferma di un approccio già sperimentato durante la reggenza lidense di Müller e teso alla continua ricerca di linguaggi, stili e immaginari.

Le “capriole della visione” del 2013 pongono di fronte agli occhi degli spettatori universi in fieri e retaggi del passato (gli omaggi a Fellini – Rossellini – Castellani – Lizzani – Tessari, la retrospettiva sui pepla e quella dedicata a Claudio Gora), realtà consolidate del presente e grandi maestri ancora in attività. Su tutti loro, idealmente, lo sguardo tutelare di Aleksei J. German, scomparso lo scorso febbraio ma presente al festival con il suo irrimediabilmente postumo Hard to Be a God, atteso a tal punto da scomodare anche la penna di Umberto Eco. Uno dei film attorno ai quali costruire un intero festival, come Snowpiercer di Bong Joon-ho o Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon 3D di Tsui Hark, entrambi ospitati nel fuori concorso. Un festival, come si affermava dianzi, che non smarrisce il proprio obiettivo di incessante ricerca cinematografica ma lo declina in direzione di un festival dalle ambizioni metropolitane. In tal senso si evidenzia il ruolo di titoli in grado di solleticare i capricci anche degli spettatori meno attenti (Out of the Furnace di Scott Cooper, Gods Behaving Badly di Mark Turtletaub, Au bonheur des ogres che Nicolas Bary ha tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Pennac), e la presenza di una folta rappresentanza di cinema popolare, internazionale e italiano. Proprio la pattuglia nostrana rende necessaria una ulteriore appendice al discorso appena affrontato: sfrondata la sezione Prospettive Italia delle opere di finzione, Müller e il suo staff hanno da un lato aperto il fianco a un buon numero di titoli fuori competizione (tra i quali vale la pena citare quantomeno il noir Song ‘e Napule dei fratelli Manetti e il thriller La santa di Cosimo Alemà), lavorando dall’altro in modo rigoroso sui film nostrani da inserire in concorso. Al di là di quello che sarà poi il giudizio critico post-visione, la scelta di Tir di Alberto Fasulo, I corpi estranei di Mirko Locatelli e Take Five di Guido Lombardi non può che essere accolta con soddisfazione, risposta sulla carta vincente a una crisi dell’immaginario italiano sempre più evidente e disperante.

La sfida della seconda edizione targata Müller deve essere necessariamente quella di avvicinare il popolo romano a una kermesse che fino a oggi è stata accolta con un certo scetticismo e serpeggiante disinteresse. Disinnescare l’idea illogica e pretestuosa di un evento creato ad hoc per gli addetti ai lavori potrebbe essere di non facile attuazione, ma le armi scelte – una miscela seducente di grandi affreschi popolari, cinema di genere, opere di ricerca e di sperimentazione del linguaggio – sembrano quelle più adatte a scardinare le cattive abitudini. Un primo passo verso la definitiva realizzazione di un festival che sia realmente cittadino, svicolando dalle banalità semantiche sulla dicotomia festival/festa e ragionando in maniera più seria, rigorosa e “utile” sul senso dell’esistenza di un mastodonte simile. Perché Roma ha bisogno di un evento che catalizzi l’attenzione in questi dieci giorni, ma la direzione artistica dovrebbe avere la libertà di ragionare su una piattaforma di discussione sulla cultura che sia attiva tutto l’anno, senza cadere nella trappola di rassegne appannate e confusionarie come la recente Cinema al Maxxi. Se l’intento delle istituzioni è davvero quello di aprire le porte del cinema agli abitanti di Roma – e in questi casi il condizionale è d’obbligo – allora si deve agire in questa direzione, lavorando in maniera capillare trecentosessantacinque giorni all’anno, creando eventi, dibattiti, proiezioni estemporanee, in una logica della diffusione dell’immagine che metta insieme retrospettive e omaggi, focus e bagliori di contemporaneità, senza aver paura di porre uno accanto all’altro il mainstream e l’indipendenza, la ricerca espressiva e il cinema popolare, i grandi classici e le nuove tecnologie. Solo quando Roma si renderà conto di avere un festival senza bisogno del tam tam mediatico che lo accompagna, l’obiettivo potrà essere raggiunto.
Il primo deciso passo in questa direzione è stato mosso. Che non venga in mente a nessuno di tornare indietro.

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