Entre nós

1992. Nell’isolamento bucolico di una lussuosa tenuta isolata nella campagna brasiliana, un gruppo di amici ventenni decide di scrivere delle lettere indirizzandole a loro stessi e di seppellirle in una scatola, con la promessa di riaprirla a distanza di dieci anni: quello stesso giorno però uno di loro muore in un terribile incidente. 2002. Un decennio è ormai trascorso e la comitiva di allora è pronta a rincontrarsi e a dissotterrare le vecchie missive, ma un oscuro segreto sembra destinato ad uscire dall’ombra. [sinossi]

Una vacanza fra ventenni, con tutta l’energia e la vitalità di quegli anni, un drammatico incidente: dieci anni dopo ricontrarsi e riprendere le fila di quei discorsi lasciati in sospeso. È un’impalcatura classica quella congegnata da Paulo e Pedro Morelli per raccontare le frustrazioni e la voglia di riscatto della manciata di trentenni insoddisfatti protagonisti di Entre nós, in Corcorso al Festival di Roma: qualcuno non è riuscito a realizzare i propri sogni di gioventù, qualcun altro al contrario ha ottenuto ciò che desiderava ma si sente ugualmente incompleto, altri faticano a costruirsi un presente, tra maternità negate, coppie poco affiatate e sensi di colpa raggelanti. In ognuno degli amici di Entre nós si è insinuato il tarlo dell’insoddisfazione, della frustrazione e del disagio, amplificato dall’assenza di Rafa, la cui morte improvvisa in quel giorno di festa ha reso immortale l’entusiasmo, la creatività e il vigore della sua gioventù.

Le rimpatriate fra amici – specie quando lo scorrere del tempo ha reso i rapporti meno costanti e la nuova riunione è l’occasione per rincontrarsi dopo anni – forniscono da sempre massicce dosi di materiale per la letteratura e il cinema che vogliano confrontarsi con il tema della crescita, del progressivo abbandono dell’ingenuità e della sfrontatezza della gioventù, e di come le nuove certezze/incertezze dell’età adulta si ripercuotano inevitabilmente sulle relazioni umane. Paulo e Pedro Morelli – padre e figlio dietro la macchina da presa – si inseriscono in questa tradizione – occhieggiando in primis Il Grande Freddo di Lawrence Kasdan – puntando l’obiettivo sulla disgregazione dell’idillio: qualcosa ormai è inevitabilmente compromesso nella comitiva di amici, che nel corso di un decennio ha smarrito la spensieratezza di un tempo, soverchiata dalle ansie quotidiane, e che adesso maschera dietro all’entusiasmo per la reunion il timore del confronto con le aspettative e i sogni che ognuno di loro aveva riposto nell’avvenire.

Ben ritmato, il film segue uno sviluppo coerente, capace di cadenzare con intelligenza i momenti più disimpegnati rispetto a quelli di maggiore “tensione” emotiva: a minare però la solidità del progetto nel suo insieme è l’estrema prevedibilità che permea l’intera pellicola, che si arrotola intorno a cliché visti e rivisti, qui riproposti senza riuscire a estrarne una nuova lettura. Il dramma dei protagonisti si fa artificioso, impregnato di stereotipi e convenzionalismi: schemi e soluzioni narrativi paiono troppo scontati e non basta la bellezza più che suggestiva dei luoghi e una fotografia che sa valorizzare al meglio la lussureggiante natura circostante per sopire la sensazione di essere di fronte a qualcosa di già visto. I riferimenti letterari si sprecano (decisamente marcato in particolare l’omaggio kafkiano con i cervi volanti), così come non mancano dialoghi fin troppo costruiti, dalle riflessioni sulla politica a quelle sullo stato dell’arte e della critica, che si alternano a momenti di puro amarcord, in cui rispolverare i successi musicali degli anni Ottanta e Novanta: così, fra un tuffo in piscina, una partitella di calcetto e una soffusa melodia suonata con la chitarra, i Morelli tratteggiano il loro affresco di saudade post-giovanilistica, sicuramente realizzato con competenza e attenzione ai dettagli, ma che pare mancare della spontaneità e della freschezza necessaria per imprimere un segno più deciso.

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