Sorrow and Joy

Sorrow and Joy

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E’ il 1984 quando il regista Johannes è costretto a confrontarsi con la più sconcertante tragedia: sua moglie in un raptus di follia ha ucciso la loro bambina di nove mesi. Mentre la donna è ricoverata coattivamente in ospedale, il marito si adopra affinché possa essere reinserita rapidamente nella società.[sinossi]

Raccontare il dolore per la perdita di un figlio, elaborare il lutto e gestire l’incontrollabile flusso di sensi di colpa: non è la prima volta che il pluripremiato regista danese Nils Malmros attinge alla sua vicenda personale come fonte di ispirazione per i suoi progetti, ma a fare la differenza stavolta è la gravità e la drammaticità dei fatti trasposti. A quasi trent’anni dall’infanticidio di sua figlia per mano della moglie, il regista danese con Sorrow and Joy cristallizza su pellicola le dinamiche di una famiglia segnata dalla degenerazione dell’amore e dalle fragilità psico-emotive: sullo sfondo il cinema, con i suoi meccanismi complessi, ma soprattutto l’egoismo e la superficialità di un uomo incapace di comprendere le difficoltà della donna che gli è accanto, distratto dall’ascesa professionale di cui è protagonista, accecato dal “fuoco dell’arte” e dalla necessità di vivere in prima persona le emozioni e i turbamenti che animano i personaggi dei suoi film.

Ed è proprio questa lettura improntata a una “compartecipazione di colpe” nell’omicidio della piccola Maria a fare da leit-motiv nello svolgimento della storia, che ripercorre a ritroso la storia d’amore fra Johannes e Signe alla ricerca di indizi, segnali, elementi che potessero far presagire la tragedia: grazie a un lungo ed articolato colloquio del protagonista con lo psichiatra cui è stata affidata la perizia tecnica su Signe, Sorrow and Joy scava nel passato della coppia, dal loro primo incontro al dettagliato resoconto del giorno dell’omicidio. Sullo schermo prende forma così la cronaca di un amore totalizzante mentre riemergono le cicatrici della difficile adolescenza della donna, segnata dall’instabilità psicologica di diversi elementi della sua famiglia: un tacito ma inesorabile gorgo l’ha lentamente soggiogata, fra fragilità mai realmente comprese, un generale senso di inadeguatezza, l’assenza di punti di riferimento, il progressivo ingigantirsi di ossessioni, psicosi e gelosie. Malmros non sembra andare alla caccia di dichiarazioni di assoluzione o colpevolezza, si limita ad osservare un nucleo familiare alle prese con la sua autodistruzione, rileggendo i fatti attraverso lo sguardo di Johannes e puntando i riflettori sulla leggerezza con la quale l’uomo convinse la compagna ad interrompere l’assunzione degli antidepressivi: la storia finisce quindi per svilupparsi su due piani trasversali, uno dedicato alla descrizione del tumultuoso universo emotivo di Signe, l’altro incentrato su suo marito, con la sua spiazzante razionalità, il suo apparente distacco e il suo senso di colpa.

A fronte di tragedie immani come quella di un infanticidio è fin troppo facile – nell’assecondare l’inevitabile e imprescindibile sdegno e orrore che accompagnano un delitto del genere – cedere alle lusinghe del patetismo e speculare biecamente sul dolore: Malmros segue una direzione totalmente opposta, che asciuga ogni forma di sentimento per restituire un ritratto trattenuto, anaffettivo. Eppure anche questa soluzione presenta presto tutti i suoi limiti, atrofizzando ogni emotività della storia e trasformandola in un freddo susseguirsi di scontri e incontri, piccole gioie e grandi turbamenti: una ricetta che probabilmente trova le sue radici nell’inevitabile coinvolgimento del regista rispetto ai fatti narrati e alla difficoltà nel trasportarli su pellicola, ma che si dimostra poco funzionale per quanto concerne la successiva fruizione del pubblico.

Presentato in anteprima mondiale nell’ambito del Concorso del Festival Internazionale del Film di Roma Sorrow and Joy è rigoroso e granitico, interessante non solo per la ricostruzione delle dinamiche domestiche pre e post infanticidio, ma anche per quanto concerne le riflessioni più generali sul ruolo dell’amore, sulla possibilità del perdono: eppure il film (che non risparmia neanche un rapido sguardo alla contestualizzazione sociale dei fatti, con l’immediato tentativo di riassorbimento del trauma da parte della comunità: Signe è un’insegnante e i genitori degli studenti, affiancati dal preside, chiedono il suo reintegro al lavoro) sembra voler rimanere sempre in superficie, limitandosi a tratteggiare un’algida bozza di un racconto che avrebbe potuto rivelarsi molto più coinvolgente e avvincente e manifestando ben presto tutte le sue crepe.

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