Venezia 2014 – Presentazione

Venezia 2014 – Presentazione

Presentato a Roma il programma ufficiale della settantunesima edizione della Mostra, la terza dopo il ritorno di Alberto Barbera. Venezia 2014 sembra avere uno sguardo proteso verso il passato, più che sull’oggi…

Il gioco delle conferenze stampa prefestivaliere, si sa, rappresenta uno dei circoli viziosi in cui il popolo cinefilo ama perdersi, lasciandosi cullare dalle suggestioni di titoli e autori da sempre amati. È il gioco del “chissà come sarà”, in cui si grida al capolavoro preventivo o ci si lascia andare a bocciature senza appello di film che nessuno, al di là della stretta cerchia di osservatori e selezionatori, ha ancora avuto modo di vedere. A prima vista si potrebbe dunque ritenere sterile tentare un ragionamento sulla selezione che approfondisca le epidermiche reazioni scaturite dalla lettura della lista che andrà a comporre il programma ufficiale della settantunesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la terza dal ritorno nelle vesti di direttore di Alberto Barbera. Eppure, nell’intrico di titoli provenienti da ogni dove, si può forse rintracciare non solo un’idea di cinema – già peraltro evidenziata nelle due passate edizioni – ma anche la posizione che la Mostra veneziana sta occupando nello scacchiere festivaliero internazionale.
Sarebbe ingenuo, infatti, interpretare le scelte del comitato di selezione capitanato da colui che è anche (ancora) direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino senza gettare un occhio ai programmi di Locarno e Toronto, alle anticipazioni del New York Film Festival, di San Sebastián, di Tokyo. La sfida della Venezia di Barbera non sembra più protesa verso la competizione con Cannes – a cui dovrebbe naturalmente aspirare, e che nell’ultimo decennio aveva vissuto una renaissance salvifica – ma piuttosto appare indugiare con lo sguardo in direzione di un arroccamento su posizioni di difesa. Perseguendo in un cammino intrapreso con decisione fin dal 2012, la Mostra preferisce puntare sui nomi consolidati, magari perdendo per strada alcuni dei titoli più pregiati in circolazione (impossibile fare a meno di notare la scelta newyorchese di David Fincher e soprattutto Paul Thomas Anderson, un regista che a Venezia aveva trovato ospitalità con The Master appena due anni fa, al di là delle supposte decisioni della distribuzione internazionale legate al marketing) ma circondandosi di fedelissimi.

È ampiamente condivisibile la scelta di inserire in concorso film come quelli di Roy Andersson (che con A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence firma il suo quinto lungometraggio in quarantaquattro anni di carriera), il Pasolini tratteggiato da Abel Ferrara, The Postman’s White Nights di Andrei Konchalovsky, The Look of Silence di Joshua Oppenheimer e il nuovo Shinya Tsukamoto, che con Nobi torna in concorso a Venezia per la seconda volta dopo il largamente incompreso Tetsuo: The Bullet Man che lottò per il Leone d’Oro nel 2009; eppure è altrettanto preoccupante che dei venti titoli che si daranno battaglia per la vittoria finale la maggior parte sia il parto creativo di registi consolidati, affermati. Qual è la scommessa nell’accogliere in concorso nel 2014 registi come Benoît Jacquot, Fatih Akin, Xavier Beauvois, Alejandro González Iñarritu, Wang Xiaoshuai?
L’impressione, quella di una Mostra intenta a rimirare il passato invece di concentrarsi sul contemporaneo (e sul futuro), è rafforzata dalla scarna pattuglia asiatica: nessuno mette in discussione autori di primaria importanza come il già citato Tsukamoto, Peter Ho-sun Chan, Ann Hui, Im Kwon-taek e Hong Sang-soo, ma com’è possibile che l’area geografica attualmente più ricca, da un punto di vista qualitativo, numerico ed economico, del cinema mondiale, non proponga nessun nome nuovo alla Mostra di Venezia? La kermesse che diede il la alla scoperta del cinema giapponese in occidente nel 1951 con la selezione di Rashomon di Akira Kurosawa non può permettersi di perdere questo primato: perché Lav Diaz si è dovuto spostare prima a Cannes e ora a Locarno? Perché Sion Sono dopo il superbo Why don’t You Play in Hell? non è stato confermato nella selezione del 2014?

Un discorso che inevitabilmente si intreccia alle riflessioni, ancora una volta amare, sull’involuzione vissuta nell’ultimo triennio da Orizzonti: la sezione che nell’era mülleriana aveva accolto le istanze di ricerca cinematografica, legandole a una puntuale ricognizione sul cinema difforme, espanso, irriducibile, è ora relegata a un concorso di secondo livello, con qualche timido segnale in controtendenza (Cymbeline di Michael Almereyda, tra i titoli più attesi della Mostra, Réalité di Quentin Dupieux, Belluscone, una storia siciliana di Franco Maresco, Court dell’indiano Chaitanya Tamhane, Nabat di Elchin Musaoglu) e poco più.
Sensazioni, ovviamente, alle quali non bisogna comunque dare un eccessivo peso: la realtà dei fatti, come sempre, la si potrà sperimentare solo durante i giorni della Mostra, quando il Lido si popolerà di registi, attori, critici, giornalisti e, per fortuna, film. E, relegati nel buio della sala con grandi amori del presente e del passato – ai titoli già citati non si può fare a meno di aggiungere She’s Funny That Way di Peter Bogdanovich, Burying the Ex di Joe Dante, The Sound and the Fury di James Franco, O velho do restelo di Manoel de Oliveira e molti dei recuperi di “Venezia Classici” – si rinnoverà una volta di più quella scintilla magica, bruciante e dolcissima allo stesso tempo, che i più distrattamente chiamano cinema.

Info
Il sito di Venezia 2014.
Venezia 2014: il programma.

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