Venezia 2015 – Presentazione

Venezia 2015 – Presentazione

Presentato a Roma il programma ufficiale della settantaduesima edizione della Mostra, la quarta dopo il ritorno di Alberto Barbera. Venezia 2015 sembra proseguire nel solco scavato dalle annate precedenti…

“Ci sarà anche …?” (aggiungere titolo o nome a piacere)
“No, non credo, andrà a Toronto o a New York; piuttosto secondo me dobbiamo aspettarci …”
“Dici? Oddio, sono venti anni che non fa un film decente.”

Ci risiamo. Come ogni dodici mesi il microcosmo di addetti ai lavori, appassionati e giornalisti interessati al cinema è pervaso da parole sommesse, mormorii nel buio, neanche si fosse i protagonisti di uno dei racconti che compongono il «Ciclo di Cthulhu» di H.P. Lovecraft. Si aspetta la proclamazione ufficiale del programma della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, accompagnati da desideri, speranze, sogni e paure recondite. Il gioco è sempre lo stesso, quello del “se fosse” che si fa fare ai bambini caratteriali per tenerli buoni; attraverso l’elenco di titoli che andranno a comporre il Concorso, il Fuori Concorso e Orizzonti il cinefilo crea un percorso tutto personale, a volte luminoso e lastricato d’oro, più spesso abbondante di insidie di vario tipo. Difficile, o meglio ozioso, fermarsi a ragionare su come saranno i film selezionati per la quarta edizione del cosiddetto Barbera-bis: il valore delle scelte potrà essere giudicato solo a Mostra finita, tra un mese e mezzo. Più interessante, semmai, cercare di leggere in filigrana il modo in cui sta cambiando (se sta cambiando) la politica della Mostra e quella festivaliera nel suo complesso.
La settantaduesima edizione del più antico festival di cinema del mondo arriva in un anno già di per sé significativo: Cannes ha cambiato direttore, e dopo quattordici anni con Gilles Jacob alla guida, ha affidato le redini a Pierre Lescure. Questo ha significato, fin dallo scorso maggio, un sostanziale – e sostanzioso – slittamento del festival in direzione di una difesa ancor più corporativa del prodotto nazionale, sia esso artistico o puramente organizzativo.
Il “fare sistema” sulla Costa Azzurra non ha trovato, almeno sulla carta, una risposta pronta nelle uniche realtà internazionali che cercano di muoversi sulla scia di Cannes. Ieri è stato annunciato il programma di Toronto, oggi è stata la volta di quello di Venezia. Non si tratta, come già scritto, di denunciare questa o quell’altra mancanza – anche se fino all’ultimo i più speranzosi, o i più creduloni, hanno davvero pensato che in laguna o in Canada arrivassero Guillermo Del Toro e Quentin Tarantino – ma di interrogarsi sulla direzione che un evento di portata mondiale deve tentare di intraprendere.

La verità, forse, è che Venezia non può permettersi di vagheggiare corse in direzione di Cannes. Non lo può fare non tanto per le scelte più o meno illuminate del direttore e del comitato di selezione che lo coadiuva nel lavoro, ma perché è il sistema-Italia a impedirlo. Il Festival di Cannes corre spedito perché alle spalle ha una struttura organizzativa e governativa che lo sostiene senza esitazione, costruendogli attorno una rete di protezione che lo pone al sicuro da qualsiasi malrovescio. Il sistema-Francia non manda solo cinque titoli in concorso (Barbera risponde con quattro italiani: l’atteso ritorno di Giuseppe M. Gaudino, il nuovo Marco Bellocchio, l’esordiente Piero Messina e Luca Guadagnino con A Bigger Splash), ma lavora per far sì che il cinema e il prodotto francese escano dai confini, stabilizzino la propria posizione di predominio all’interno dell’Unione Europea. Si tratta di una spartizione equa dell’Europa, in fin dei conti: alla Germania spetta lo spicchio tecnologico, finanziario e scientifico, la Francia riceve in dono quello culturale. Nulla di nuovo, era già così ai tempi di Napoleone III e Otto von Bismarck.
Nella Venezia del 2015 si conta un numero minore di film diretti da francesi rispetto al recente passato (Xavier Giannoli e Christian Vincent in concorso, Yann Arthus-Bertrand come proiezione speciale del Fuori Concorso, Samuel Collardey in Orizzonti, Alain Mazars e Yves Montmayeur tra i documentari di Venezia Classici), ma se si passa in rassegna la lista delle produzioni, ci si rende conto di come più di venti titoli siano stati portati a termine grazie anche all’intervento economico transalpino. Tra i ventuno titoli che puntano a ricevere il Leone d’Oro, ben undici hanno anche una partecipazione francese. Compresi gli italiani, tutti e quattro…
Di fronte a un’azione d’urto così forte e sensibile, il già traballante sistema cinematografico italiano non può che scricchiolare una volta di più, forse quella definitiva. A paragone con lo sfavillio della Croisette, il Lido assume la postura dimessa della “decomposta fiera” di ungarettiana memoria. La mancanza di strutture, che mette in difficoltà anche le sezioni parallele, è evidente, così come la mancanza di volontà nell’affrontare una volta per tutte un discorso serio e approfondito su quel che significa avere una politica culturale. Da troppi anni oramai l’immagine simbolo della Mostra è l’enorme buco che si apre a fianco del Casinò.

Tra guerre intestine, poca attenzione all’innovazione, e pigrizia culturale, anche la Mostra di Venezia continua a rallentare il passo, seguendo la linea di una nazione sempre più povera, economicamente e culturalmente. O meglio: economicamente povera anche perché culturalmente povera.
Per questo non può far altro che arroccarsi sulla difensiva, sorpassata anche sotto certi punti di vista dalla vicina Locarno, e bombardata a distanza da Toronto – che pure non sembra vivere già più nell’età dell’oro –, Telluride, New York, San Sebastián, Pusan e Tokyo. Con una bagarre festivaliera così accesa da dover amministrare, la Mostra di Venezia non può essere lasciata da sola, alla mercé del destino. E non ci si può accontentare di un prestigio che non verrà mai meno, ma che inizia a non mostrare più prospettive. Registi come Jerzy Skolimowski, Aleksandr Sokurov, Arturo Ripstein, Tsai Ming-liang e Frederick Wiseman non rinunceranno con facilità a una visita al Lido, e la Mostra continuerà a intercettare alcuni dei titoli più interessanti dell’anno (in questo 2015 le speranze vengono riposte soprattutto su Behemot di Zhao Liang, già autore degli ottimi Return to the Border, Crime and Punishment e Petition; Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson; Un monstruo de mil cabezas di Rodrigo Plá; il tragicamente postumo Non essere cattivo di Claudio Caligari), ma rischierà di perdere posizioni nello scacchiere internazionale.
La politica culturale deve ripartire anche dalla Mostra, perché il cinema ha tuttora un potenziale economico non indifferente da sprigionare, e che l’Italia continua a mortificare con un gesto autolesionista. La macchina festivaliera è un’avanguardia che sta perdendo efficacia e forza: un tempo i migliori registi del mondo, sia tra i noti che tra gli sconosciuti innovatori, vedevano il Lido come il naturale approdo delle loro opere. Nel 1954 la Mostra ospitò in concorso Luis Buñuel e Renato Castellani, Alfred Hitchcock e Heinosuke Gosho, Edward Dmytryk e Jean Negulesco, Roberto Gavaldón e Harald Braun, Folco Quilici e Robert Wise, Luigi Zampa ed Elia Kazan, Luchino Visconti e Akira Kurosawa, Kenji Mizoguchi e Federico Fellini. Se una tale ricchezza di nomi non può essere eguagliata, la posizione centrale è ancora un obiettivo praticabile. Ancora per poco.

Info
Il sito di Venezia 2015.
Venezia 2015: il programma.

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