Ottobre

Nella sezione Il canone rivisitato è stata presentata alle Giornate del Cinema Muto una magnifica versione di Ottobre, film con cui Ejzenstejn provò a rivoluzionare teorie e pratiche della Settima Arte. Parlare oggi di un’opera tanto nota può servire a ricordarci quel che il cinema – e non solo il cinema –  avrebbe potuto essere e non è stato.

Per la notte un film di Ejzenstejn sulla Rivoluzione

Pietroburgo, febbraio 1917. La rivoluzione borghese di Kerenskij ha sostituito l’oppressione zarista e il proletariato è sempre più sfruttato, affamato e infreddolito. Finalmente in aprile Lenin torna dall’esilio per organizzare la rivolta popolare. Le truppe controrivoluzionarie del generale Kornilov si preparano a difendere la città. In ottobre le guardie rosse si stringono attorno al Palazzo d’Inverno, che cadrà sotto i colpi di un assedio finale. [sinossi]

Quando si entra nei musei, si muore. Il cinema di Sergej M. Ejzenstejn ha fatto questa fine, museificato e mummificato, reso innocuo e, spesso (almeno da noi), anche oggetto di sberleffo. Eppure probabilmente non è esistito nella storia del cinema un altro cineasta così coraggioso, così imprevedibile, così spudoratamente sperimentale. L’unico altro nome che gli si può accostare è quello di Jean-Luc Godard, con la differenza che Ejzenstejn per portare avanti il suo discorso avanguardistico ha dovuto lottare contro il potere, rimettendoci anche la salute.
Film cardine della sua filmografia è proprio Ottobre, realizzato per celebrare i dieci anni della Rivoluzione russa e premessa della sua caduta in disgrazia, visto che l’autore di La corazzata Potemkin venne accusato di aver realizzato un film troppo sperimentale ed estetizzante.
Oggi, di Ottobre si possono dire – e, ovviamente, negli anni sono state dette – tantissime cose. Ma la prima che viene in mente, dopo averlo rivisto alla 34esima edizione delle Giornate del Cinema Muto, è che si tratta di un film che, proprio in quanto lungamente canonizzato, ha finito per essere in qualche modo privato della sua naturale forza istintiva, del suo vigore davvero rivoluzionario.
Ottobre è un film violento, di una violenza che chiama alla rivolta (il cadavere del cavallo che penzola nel vuoto, il marinaio linciato da una disgustosa folla di borghesucci); è un film prepotentemente sarcastico (il montaggio tra il menscevico Kerenskij e il pavone, i rappresentanti del potere reazionario i cui corpi spariscono letteralmente e di cui non restano altro che i vestiti); è un film commovente (quegli operai, quei contadini, dai volti segnati dalla sofferenza, che si ribellano istintivamente e con coraggio all’autorità); è un film che lavora come nessun altro sul corpo come icona rivoluzionaria. E, oltre a questi piccoli accenni, è ancora e tuttora mille altre cose. Perciò, per evitare di addentrarci in un dedalo di argomenti e collegamenti in cui potrebbe essere facile perdere l’orientamento, forse è il caso di scegliere di concentrarci su una delle possibili chiavi di lettura del film, vale a dire il confronto/scontro che Ejzenstejn instaura tra l’opera d’arte tradizionale e quella veramente rivoluzionaria, cosa che ci riporta anche al discorso sulla museificazione.

Il 26 ottobre del 1917 le guardie rosse riuscirono a prendere il Palazzo d’Inverno entrando dagli scantinati dell’Ermitage, il celebre museo di San Pietroburgo che era parte della residenza dello zar e che ancora oggi è ospitato in quegli spazi. Ejzenstejn non si limita ovviamente a mettere in scena i fatti così come andarono, ma approfitta del locus Ermitage per mostrarci una serie di opere d’arte del passato. Tra queste, quella cui viene dato un ruolo chiarissimo è una statua di Rodin, Primavera, in cui due corpi nudi sono avvolti in un sinuoso abbraccio. E il piccolo oggetto viene osservato da una donna, una guardia tra l’altro contro-rivoluzionaria, che lo guarda senza riuscire a capire cosa abbia di tanto bello. Ma lo stesso discorso vale anche per la statuetta di Napoleone, che viene mostrata a più riprese da Ejzenstejn per metterla a confronto con il vacuo sogno del comando di Kerenskij. Finché la statuetta si rompe.
Nel frattempo, quello che vediamo è un film in cui non vi sono protagonisti, in cui lo stesso Lenin appare raramente e in una di queste apparizioni finge persino di essere un senzatetto per non venire riconosciuto. Ancora: quando vediamo Lenin arringare la folla, il suo corpo quasi scompare dietro le bandiere rosse, eppure ci pare di poter sentire la sua voce tuonare per tutte le piazze della Russia.
Ottobre non si limita dunque ad essere un film corale, ma si impone piuttosto come un grande film collettivista, in cui si dà volto a migliaia di persone che, con la loro bellezza sottoproletaria, si mostrano come un unico grande popolo. E questo permette di farci capire come Ejzenstejn voglia ribaltare d’un sol colpo l’arte del passato: non più delle icone da ossequiare (si pensi al dipinto in cui si vede un Cristo che dona il potere direttamente nelle mani dello zar), quanto un protagonismo collettivo che arrivi ad occupare interamente lo spazio concesso alla macchina da presa.

In tal senso, allora, il cinema è l’unica arte davvero rivoluzionaria perché dà voce a tutti e perché, grazie al montaggio, permette di smontare e di mettere in ridicolo sia l’ideologia capitalista sia l’opera d’arte reazionaria, che da sempre – in particolare nelle sue declinazioni religiose – è stata strumento di sottomissione del popolo.
Questo discorso che Ejzenstejn propone in Ottobre in maniera più esplicita che in ogni altro suo lavoro venne purtroppo rigettato dal regime stesso, visto che alla fine degli anni Venti ci si trovava già in epoca staliniana; ma – in modo forse ancora più drammatico – il film ha finito con gli anni per essere visto come strambo oggetto d’antan, da collezionare al fianco di tutte le altre mille geniali soluzioni inventate dalle avanguardie storiche. E, invece, Ejzenstejn con Ottobre voleva davvero rivoluzionare il cinema e voleva riaffermare la straordinaria consapevolezza – sociale ed estetica – della Rivoluzione bolscevica. Non era così, o almeno non era già più così. Perciò ritrovare oggi Ottobre come un curioso oggetto d’epoca, buono per mandare in brodo di giuggiole una piccola nicchia di spettatori, fa rimpiangere ancora di più quel che il cinema – e non solo il cinema – poteva essere e non è stato.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto.
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