Mohenjo Daro

Mohenjo Daro

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Film di chiusura in Piazza Grande a Locarno, Mohenjo Daro è il nuovo kolossal epico bollywoodiano di Ashutosh Gowariker, l’autore di Lagaan: Once Upon a Time in India. Una ricostruzione immaginaria della primordiale civiltà della valle dell’Indo tanto debitrice del cinema peplum dove si vede come anche il cinema indiano soffra di dipendenza dalla CGI.

Sale e scende la marea

Nella civiltà preistorica della valle dell’Indo, nel 2016 a.C., a causa dell’avidità di un uomo malvagio una delle più antiche città del mondo, Mohenjo Daro, sta per venire distrutta. Samar, un giovane e coraggioso coltivatore di indaco, si innamora di Chaani, la figlia del Sacerdote. La ragazza è già stata promessa a Moonja, figlio del Capo del Senato. Dopo una resa dei conti fra i due, Sarman non solo viene a conoscenza della sua vera identità e del motivo del suo profondo legame con la città di Mohenjo Daro, ma capisce persino come guidare il Nuovo Ordine, anche se ciò significa sacrificare l’antica città al Dio Fiume. [sinossi]

Ci si aspettava un po’ di più da Ashutosh Gowariker, l’autore di Lagaan: Once Upon a Time in India. Film, quest’ultimo, apice degli sforzi produttivi di Bollywood, che riuscì a esportare nel mondo quel cinema, tanto da avere avuto una distribuzione italiana e da essere stato nominato all’Oscar. E tutto ciò rimanendo sempre in film ingenuamente e semplicisticamente patriottico. Quel film stupì tutti per la capacità di reggere quasi quattro ore raccontando qualcosa come una partita di cricket. Lagaan: Once Upon a Time cominciò il suo percorso proprio dal Festival di Locarno dove coronava una retrospettiva sul cinema indiano. Passati quindici anni, Ashutosh Gowariker torna a Locarno portando il suo nuovo kolossal, Mohenjo Daro. Ma tante cose sono cambiate da allora.

Una prima scritta di Mohenjo Daro mette le mani avanti contro una qualsiasi accusa di inverosimiglianza nella ricostruzione storica. Sappiamo pochissimo dell’antica civiltà della valle dell’Indo, la documentazione archeologica è decisamente scarsa e quel poco che si sa è stato rispettato accuratamente. Salvo il discorso dei costumi: le poche raffigurazioni rimaste dipingono persone nella loro nudità e questo non era riproponibile al cinema. Questa mancanza di informazioni è in realtà una manna per un film e permette a Gowariker di usare quel contesto come un grande contenitore in cui si può mettere di tutto.
Tante situazioni per esempio dall’Antica Roma, come la lotta nell’arena tra gli equivalenti dei gladiatori passando qui per L’Uomo Tigre e Mad Max. E nel tutto anche tante reminiscenze del cinema peplum classico, da Cleopatra a I Dieci comandamenti. E dalla storia del cinema anche tanti archetipi narrativi, come l’eroe che si scopre essere il figlio del cattivone, vedi Dart Fener e Luke Skywalker.
Mentre il villain Maham porta un vistoso copricapo alla Loki, vale a dire un elmetto con due poderose corna in stile vichingo. E la mancanza di vincoli di attendibilità permette a Gowariker di divertirsi creando delle situazioni alla Flinstones. Come misurava il tempo quella popolazione? Risolviamo il tutto con la battuta, che diventa ricorrente “Molti monsoni fa”. Il regista valorizza comunque ciò che si sa dal sito archeologico di Mohenjo Daro, come il Grande Bagno in mattoni cotti che nel film è ripreso dalla scena di una grande festa in questa vasca.

Come Lagaan: Once Upon a Time il senso manicheo deve essere molto semplice e schematico: succedeva appunto nel precedente film che i protagonisti si convincessero improvvisamente dell’ingiustizia della suddivisione in caste della società. Così qui abbiamo sempre l’eroe buono, bello e puro, Sarman che sentenzia che gli uomini non debbano uccidere gli uomini. E nemmeno gli animali se non per necessità o difesa. Così Sarman giustifica d’aver ucciso, nella sua prima impresa titanica del film, un gigantesco coccodrillo che minacciava i naviganti. Saranno lacrime di coccodrillo? E le scene di danza nello stile Bollywood, qui solo due in realtà e assolutamente staccate dal contesto narrativo, sono dei momenti di conciliazione, dove tutti, buoni e cattivi, cantano.
La città di Mohenjo Daro, secondo gli archeologi, fu abbandonata per una deviazione del corso del fiume e Ashutosh Gowariker inventa una situazione alla Chinatown, una guerra d’acqua dove la città parassita il prezioso elemento rubandolo grazie a una grande diga. “Sale e scende la marea e tutto copre e tutto crea” recitava la canzone sigla dello sceneggiato Sandokan che vedeva protagonista l’attore indiano Kabir Bedi che ritroviamo qui nel ruolo del cattivo Maham. E anche in questo film sarà un qualcosa di simile, un’inondazione fluviale, a fornire la catarsi finale, riecheggiando a modo suo I dieci comandamenti.
L’acqua purificatrice che il film usa per costruire un epos indiano simboleggiato dalla figura dell’unicorno, che ricorre nelle raffigurazioni sopravvissute della civiltà della valle dell’Indo, ripreso in effetto flou. Quale sarà il nuovo fiume originato da quel cataclisma acquatico, in cui si stabiliranno i nostri eroi? Non è difficile immaginarlo.
Peccato che le buone idee del film – e anche le ingenuità nazionalistiche sarebbero perdonabili – anneghino, è il caso di dirlo, in una CGI davvero scadente. Andrebbero fatte riflessioni sui danni provocati dalla computer grafica al cinema, con l’illusione che ha creato di poter rappresentare tutto.

Info
La scheda di Mohenjo Daro sul sito del Festival di Locarno.
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