The Cheese and The Worms

The Cheese and The Worms

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Con l’ombra della malattia della madre che aleggia su tutto il lavoro, The Cheese and The Worms costruisce attraverso una serie di video amatoriali un delicato e gioioso ritratto di una quotidianità impregnata dal continuo passaggio fra vita e morte. Tra i titoli della retrospettiva Made in Japan, Yamagata 1989 – 2021.

La gioia delle piccole cose senza importanza

La regista filma la vita quotidiana di sua madre, malata terminale di cancro, e quella dell’anziana nonna, fra campi di fiori, piccoli lavori nel giardino, le visite dei nipotini e le periodiche ospedalizzazioni per le cure…[sinossi]

La regista Haruyo Katō sceglie il titolo del famoso libro di Carlo Ginzburg del 1976 sulla storia del mugnaio friulano Domenico Scandella detto Menocchio, condannato al rogo alla fine del Cinquecento, per raccontare la quotidianità apparentemente anodina di tre donne nella provincia giapponese. Queste tre protagoniste – nel lavoro si vedono pochissimi uomini – sono la regista stessa, la madre Naomi, che soffre di una malattia terminale, e la sua anziana nonna. Oltre al titolo The Cheese and The Worms, la regista apre il suo documentario con una citazione dal libro di Ginzburg, quella che descrive la genesi dell’universo dal caos, quando si mescolarono i quattro elementi, terra, acqua, fuoco e aria per formare una massa, come il formaggio, da cui poi si svilupparono i vermi, gli angeli, sempre secondo Menocchio. L’apertura e il titolo quindi ci forniscono un quadro concettuale con cui affrontare il lavoro che nel suo prosieguo è in tutto e per tutto un home-movie, vale a dire una serie di video realizzati da Katō come testimonianza del passaggio di sua madre sulla terra, per non dimenticarla.
The Cheese and The Worms è strutturato in una serie di episodi di vita quotidiana in cui la regista filma la madre e la nonna: si vede Naomi cucinare, guardare la televisione, fare delle brevi passeggiate e curare il suo giardino e orto dove coltiva le verdure, ma anche piantare dei fiori per l’anno prossimo, anche se non è sicura che li potrà vedere. Il documentario non è tanto un’esplorazione della malattia o della vecchiaia, quanto piuttosto una descrizione di cosa significhi vivere all’ombra della morte incombente, attraverso i piccoli momenti del quotidiano che alla fine costruiscono una vita. La prima parte è intrisa di momenti gioiosi e leggeri con Naomi che cerca di trovare la felicità nelle piccole cose, come ritornare ai vecchi passatempi, suonare lo shamisen, una sorta di chitarra, o dipingere in preparazione di una mostra organizzata da insegnanti in pensione. Ma anche accogliere nella sua casa i suoi due giovani nipoti e un terzo che nasce durante le riprese, oppure festeggiare il compleanno dell’anziana nonna tutti insieme.
L’ombra della possibile scomparsa si percepisce però dai cambiamenti fisici della madre, che prima perde i capelli e che quando comincia a frequentare l’ospedale diventa più debole fino a cambiare il colore della propria pelle a causa dei forti trattamenti contro il cancro a cui è sottoposta. Come si diceva, nella prima ora del documentario la morte non è quasi mai nominata, se non quando veniamo a sapere che la regista ha perso il padre quando era ancora piccola e che questo è diventato un evento traumatico nella vita delle tre donne e specialmente di Haruyo.

Le immagini di vita quotidiana sono presentate come frammenti intervallati da schermate bianche accecanti che introducono quello che vedremo nella prossima scena attraverso una o due parole. Il momento centrale, temuto e che arriva nell’ultima parte di The Cheese and The Worms è la morte della madre. Una delle scene più toccanti dell’intero documentario avviene quando il corpo della donna è esposto in casa, con i vicini e i parenti che vengono a darle l’ultimo saluto: una delle piccoli nipoti trotterella intorno al corpo della defunta mangiando un biscotto come se niente fosse, nuova vita e vita che si estingue leggermente si toccano per un attimo, prima che la bambina quasi inciampi sul corpo e si metta a piangere. Nei tempi successivi al decesso, la regista e la nonna rimangono a guardare i video che la regista ha registrato della madre, quasi un voler a tutti costi serbar ricordo della scomparsa, anche se la casa, il campo, e l’agenda con gli appuntamenti a cui la donna scomparsa avrebbe dovuto partecipare sono lì a ricordare la sua dolorosa assenza.

Oltre a essere una testimonianza leggera e toccante del passaggio continuo tra vita e morte (i vermi che ritornano terra che spesso vengono mostrati ne sono un simbolo più che diretto), il film ha anche il pregio di riconfigurare e di riproporre una domanda importante riguardo all’arte delle immagini in movimento. Uno degli effetti secondari che il lavoro ha verso lo spettatore, soprattutto quello interessato ai mezzi di comunicazione visivi, e che fa scaturire la domanda, naturalmente senza dare nessuna risposta, è se gli home movie possano essere considerati cinema, e che rapporto esista tra i video amatoriali e il documentario. Una direzione possibile, indicata più dal titolo stesso che dal lavoro in sé, è che gli home movie, come successe per libro di Ginzburg, possano configurarsi come una microstoria, una storia cioè fatta dal basso e creata dalle esperienze individuali e apparentemente senza niente di speciale della quotidianità.

Info
La scheda di The Cheese and The Worms sul sito dello YIDFF.
The Cheese and The Worms su DAfilms.com.

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