Time Still Turns the Pages

Time Still Turns the Pages

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Convenzionale melodramma psicologico con struttura di detection dell’anima, Time Still Turns the Pages di Nick Cheuk affronta il tema del rigido sistema educativo hongkonghese spaziando dagli ambienti scolastici a quelli familiari. Pur con qualche debolezza e ricatto sentimentale di troppo, il film si produce in una sincera e sentita disamina dell’accidentata costruzione dell’identità maschile nel sistema sociale di Hong Kong. In concorso al Far East Film Festival di Udine 2024.

Essere bravi

Nella Hong Kong di oggi Mr. Cheng è uno stimato insegnante, separato dalla moglie, che sa farsi apprezzare anche dai suoi studenti per la capacità di entrare in empatia con loro. A scuola viene ritrovata una lettera fatta a pezzi in cui l’autore annuncia il proprio suicidio. Le istituzioni scolastiche si allarmano e si mettono subito in cerca dell’autore della lettera, mentre l’inquietante episodio suscita in Mr. Cheng un doloroso confronto con il proprio passato, segnato dalla violenza fisica e psicologica di un ricco padre/padrone esigentissimo dal punto di vista del rendimento scolastico dei propri figli. [sinossi]

La memoria, il dolore, il rimpianto. E una paralisi emotiva ed esistenziale dalla quale non si riesce a ripartire. Opera prima di Nick Cheuk e e grande successo di pubblico sul mercato di Hong Kong, Time Still Turns the Pages è un melodramma cristallino che trae spunto da un tema sociale per chiudersi progressivamente in un’intima indagine psicologica intorno al coraggio di vivere. Al centro dell’analisi si erge la materia scottante del sistema educativo hongkonghese, inteso nella sua doppia accezione scolastica e familiare. Se da un lato la scuola locale si fonda infatti su un sistema spietatamente competitivo, dall’altro Cheuk racconta di una rigidissima famiglia alto-borghese dove di nuovo efficienza e competizione dominano incontrastati. Non c’è tempo né spazio per i dubbi, per le fragilità, per il bisogno d’affetto. A chi non sta al passo non resta che il disprezzo degli altri, l’emarginazione, l’esclusione dal caldo abbraccio della stima altrui e dell’autostima. In tal senso Time Still Turns the Pages propone un caso esemplare di caduta e riscatto per un insegnante giovane adulto, Mr. Cheng, separato dalla moglie, che mostra una particolare sensibilità per le fragilità dei suoi studenti. Nella scuola viene ritrovata una lettera fatta a pezzi in cui si annuncia il suicidio dello scrivente. L’allarme è immediato, con il corpo degli insegnanti che si mette in cerca dell’autore della lettera. Prendendo le mosse da questo spunto Cheuk articola poi il racconto su due piani temporali, alternando il presente dell’indagine intorno alla lettera con il passato personale di Mr. Cheng, dove a poco a poco si scopre la ragione della sua affinità con i problemi dei suoi giovani allievi. Anche lui infatti viene da una famiglia dove si staglia una terribile figura di padre-padrone, uomo ricco e acculturato che tuttavia tratta moglie e figli con puntuali episodi di violenza domestica. Con il figlio più piccolo, soprattutto, i maltrattamenti fisici e psicologici sono costanti e brutali. Considerato la pecora nera di casa per i suoi brutti voti a scuola, il piccolo Eli vive una schiacciante condizione quotidiana di solitudine, frustrazione e isolamento, privato del pur minimo calore di un abbraccio.

Cheuk sceglie dunque di affrontare il delicato tema della depressione giovanile e infantile dando forma a un dramma psicologico diretto e immediato, impregnato di un sentimentalismo spontaneo e senza filtri, certo non privo di una schietta tendenza al ricattatorio e allo strappalacrime. È purissimo melodramma, enfatico e insistente, qua e là pure a rischio di ridicolo involontario per la rigida unilateralità dei profili umani narrati e per la monolitica struttura dei rapporti fra i personaggi, che tuttavia è visibilmente ispirato da una dolorosa adesione emotiva a una tematica sinceramente percepita come pressante e urgente nella società hongkonghese. Rifiutando i toni della diretta denuncia sociale, Cheuk sembra voler espandere la riflessione del suo film intorno alla difficile costruzione di un’individualità sicura di sé in una società tanto schiacciante e competitiva. Per via delle sue traumatiche esperienze infantili Mr. Cheng ha sì sviluppato doti non comuni di empatia con i suoi giovani studenti ed è dunque diventato un ottimo professionista, ma non mostra tuttavia di aver alimentato in sé la solidità di un adulto nella vita privata. Venuto da un orrendo modello di padre, Mr. Cheng rifiuta la gravidanza della sua donna e vive sostanzialmente ritirato dal mondo, sprofondato nel rimpianto dell’amore perduto per la compagna che l’ha abbandonato. Se dunque Cheuk sembra sulle prime voler sfuggire al cinema di diretto impegno civile rifugiandosi nelle comode pieghe del melodramma codificato, in realtà la struttura narrativa a due livelli temporali consente a Time Still Turns the Pages di amplificare le potenzialità di una riflessione intorno alle difficoltà incontrate dall’essere umano nel processo di costruzione d’identità individuale nella società di Hong Kong.

Il discorso del film sembra anzi incentrarsi specificamente sulla costruzione dell’identità maschile, chiamata, in una società ancora fortemente patriarcale, al gravoso compito di assumere i nettissimi tratti di un padre/marito/professionista efficientissimo, mai titubante, mai colto in un momento di debolezza, indiscutibile punto di riferimento del sistema familiare. Il destino di Mr. Cheng costituisce di per sé presa di distanza da tali modelli, a fronte, però, di un’incessante sofferenza per le inevitabili ricadute di un tragico e opprimente passato familiare. Articolando il racconto su due livelli temporali Cheuk mette a frutto le possibilità d’intrigo offerte dalla struttura di detection esistenziale (il mistero, in questo caso, non è nient’altro che il passato del protagonista e le ragioni del suo presente) e si avvale pure di un twist a due terzi del racconto che spinge a rileggere in altro modo tutto quel che si è visto fino a quel momento, riapplicando le risorse di una sorpresa à la Shyamalan a un contesto narrativo di tutt’altro genere. Come da melodramma sul passato che si rispetti, il sentimento dominante è un dolorosissimo rimpianto, dovuto a uno spietato fare i conti con se stessi che può riempire e accompagnare una vita intera. Time Still Turns the Pages si chiude in realtà con un filo di speranza e di apertura verso la comprensione dell’altro, ribadendo una volta di più che per farsi davvero amare è necessario un bagno di totale sincerità con se stessi e con gli altri. Nella catarsi individuale vi è l’unica possibilità di essere felici e riconciliati con l’altro. Per tutte queste ragioni l’opera prima di Nick Cheuk mostra sì più di una debolezza e una capacità fin troppo scaltrita di tirare la lacrima, ma ha anche qualcosa da dire e sembra dirlo al suo pubblico con il cuore in mano. E allora stiamo al gioco, e alla fine piangiamo anche noi.

Info
Time Still Turns the Pages sul sito del FEFF.

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