Cherry Juice

Cherry Juice

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L’attrice bosniaca Mersiha Husagic esordisce alla regia di un lungometraggio con Cherry Juice , commedia sentimentale che nasconde alle proprie spalle il racconto di una terra martoriata come la Sarajevo dilaniata dalla guerra. In sala dopo essere stato presentato al Trieste Film Festival 2024.

Amore o paura?

Selma, bosniaca di Sarajevo, ha scritto una sceneggiatura sulla sua esperienza di rifugiata in Germania dopo la guerra nell’ex Jugoslavia. Quattro settimane prima dell’inizio delle riprese però il progetto viene cancellato. Mentre affoga le sue frustrazioni nell’alcol, Selma dimentica di informare tutti i membri della troupe dell’annullamento delle riprese e un attore di Amburgo di nome Niklas lo scopre solo dopo l’arrivo a Sarajevo. Decide di restare, finisce per conoscere Selma e i loro mondi si scontrano: una bosniaca pessimista e riservata e un tedesco affascinante e ottimista, uniti dallo stesso sogno di fare cinema. Trascorrono insieme il Capodanno e vivono una notte emozionante che cambierà la loro vita. [sinossi]

L’ipotesi del racconto “tutto in una notte”, prendendo la terminologia dal titolo di un celebre film di John Landis, possiede sempre una sua attrattiva particolare, soprattutto quando si ha l’ambizione di tratteggiare l’istante di una storia d’amore, di un sentimento magari effimero ma destinato a cambiare forse per sempre le vite dei protagonisti. Era così per l’appunto nel rocambolesco Tutto in una notte, ma anche a ben vedere in Prima dell’alba di Richard Linklater, uno dei film che tornano alla mente durante la visione di Cherry Juice, esordio alla regia di un lungometraggio per l’attrice bosniaca Mersiha Husagic che giunge in sala grazie a Lo Scrittoio dopo la presentazione del gennaio 2024 al Trieste Film Festival nella sezione “Fuori dagli sche(r)mi”. Una gentile rom-com che non nasconde la sua filiazione dall’indie statunitense contemporaneo: ha i tratti del “Sundance Movie”, Cherry Juice, ma guarda anche dalle parti del Michel Gondry di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, al punto da citarlo apertamente in almeno due passaggi, con tanto di corpi sdraiati senza troppe preoccupazioni nella neve. Si svolge d’altronde in un gelido Capodanno, il film di Husagic, che vede per protagonisti la regista Selma e l’attore Niklas: lei è di Sarajevo, lui di Amburgo, ed entrambi dovrebbero lavorare insieme al film che la donna ha scritto sulla propria stessa vita, rifugiata in Germania per sfuggire al conflitto che insanguinò la Bosnia-Erzegovina per quasi quattro anni tra il marzo 1992 e il dicembre 1995, portando in tragica dote oltre centomila morti, quasi tutti bosgnacchi. Il condizionale è però d’obbligo, perché le riprese del film saltano producendo una profonda depressione in Selma che non riesce ad avvisare tutta la troupe, motivo per cui il tedesco Niklas raggiunge in ogni caso la capitale bosniaca. I due, che non si conoscono, potranno dunque trascorrere la notte di Capodanno insieme.

Partendo da questa intuizione Husagic architetta una commedia mesta, ardimentosa nel cercare di superare l’ovvietà della situazione ricorrendo a soluzioni visive e grafiche tra loro disparate (ci sono anche illustrazioni), vagando tra i formati alla ricerca di una forma-contenuto che non sia preordinata, e non lasci il sentore di una retorica lasca, semplicistica, prevedibile. Il risultato, per quanto di quando in quando un po’ forzatamente, può definirsi riuscito, anche grazie all’interpretazione della stessa Husagic e di Niklas Löffler, che si disperdono in una notte folle, dove all’apparenza tutto potrebbe succedere. Ne viene così fuori un viaggio tutt’altro che banale non solo nella Sarajevo odierna, ma anche nella storia degli ultimi trent’anni di questa città così in profondità straziata dagli orrori di una guerra di cui il resto d’Europa ha scelto di dimenticarsi in fretta e furia. Riemerge dalla notte gelida il tentativo anche di raccontare la città che fu, il sogno forse ormai perduto di un idillio nazionale che non prevedeva sangue intestino. Husagic sa come raccontare il fragore delle bombe anche quando fisicamente di quelle non c’è più traccia, e nelle sue inquadrature si avverte il vuoto di un’esistenza che si è dovuta traslare altrove per riuscire a sopravvivere, ad andare avanti nonostante tutto. È questo forse il pregio principale di Cherry Juice, quello di credee ancora nell’umano, al di là di ogni evidenza; credere nell’umano, e negli affetti, e nella possibilità di scegliere ancora oggi l’amore al posto della paura. Un’opera prima non priva di pregi, intelligente e sincera, qualità da tenersi sempre strette.

Info
Cherry Juice sul sito del Trieste Film Festival.

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