Incinerator
di Shuntarō Uchida
Kozue, una bambina particolare nell’ambito di una famiglia particolare, è la protagonista di Incinerator, ultima opera di Shuntaro Uchida tratta dalla celebre scrittrice Kaori Ekuni. Racconta l’esplorazione del mondo, le scoperte della vita, l’amore e la morte, da parte di una bambina sulla soglia della preadolescenza, dal carattere anticonformista come tutta la famiglia. Nella Proxima Competition del 60° Karlovy Vary International Film Festival.
Tutto questo Kozue non lo sa
Kozue, una bambina di dieci anni ossessionata dall’idea di gettare oggetti nell’inceneritore della sua scuola, vive la sua prima cotta per uno studente universitario. Questo sentimento la condurrà a compiere un gesto silenzioso ma inquietante, destinato a segnare il suo passaggio dall’infanzia all’adolescenza. [sinossi]
Un tema che attraversa tutto il cinema giapponese è quello della famiglia, dai ritratti dei nuclei famigliari tra tradizione e modernità di Ozu a quelli disfunzionali di Takeshi Miike. Ancora sul focolare domestico è il film Incinerator (Shokyakuro), ultima opera di Shuntaro Uchida, presentata nella Proxima Competition del 60° Karlovy Vary International Film Festival. Il film è incentrato su una bambina di dieci anni, di nome Kozue, decisamente più matura rispetto alla sua età, e sulla sua famiglia con cui vive in un agglomerato urbano di periferia. Un nucleo famigliare originale, fuori dagli schemi, non certo borghese benpensante. La madre lavora in una grande libreria, si occupa degli affari domestici ed è sempre molto presa. Il padre ha un’aria hippie, fa il magazziniere, è dedito all’alcol quanto alla chitarra. La figura di Kozue è sfaccettata, enigmatica, difficilmente schematizzabile. La sua personalità rappresenta la scommessa più riuscita del film. Non è integrata con i suoi compagni di classe, si isola, è taciturna. Il film prosegue con lunghi momenti dedicati alla sua esplorazione della vita e del mondo, senza parole. È ossessionata dai piccoli inceneritori di rifiuti domestici quasi in un’ansia di combustione, di eliminare cose che non vanno bene. Strano che in una società così omologata e rigida come quella giapponese non venga attenzionata da qualche assistente sociale. Ai nostri occhi fa comunque impressione che sia lei a lavarsi i piatti con la madre assente. Ma in quella società, dove già i bambini a scuola fanno le pulizie della classe, è del tutto normale. Kozue è capace di mettersi a dormire per terra, cosa che verrà poi fatta anche dalla madre, o di leggere un libro in francese. Spessissimo nel film è inquadrata mentre origlia, spia da qualche fessura. È la visualizzazione metaforica del suo atteggiamento verso l’ambiente, della sua osservazione del mondo degli adulti, ma anche di voler rimanere dentro un guscio, con un senso di protezione, da cui guardare l’esterno. In un momento domestico, quando si parla della nonna in ospedale, che rappresenterà per la bambina la prima esperienza con la morte, si mette un fazzoletto di carta sugli occhi e guarda lo spazio circostante da una fessura, una visione che ci viene restituita in soggettiva. Offuscare lo spazio esterno, guardare, percepire attraverso drappi opachi, semi trasparenti: è l’ulteriore livello metaforico portato avanti nel film.
In una tale condizione è l’incontro con Jinta, il ragazzo di cui proverà una cotta. Questo avviene mentre lei è in infermeria, in un lettino separata da tendine, e sente dell’arrivo di questo gruppo di universitari che metteranno in scena a scuola spettacoli di teatro d’ombra. Lei, quindi, percepisce quella presenza dalle tendine che accosta per aprirsi uno spiraglio e guardare all’esterno. Al momento dell’allestimento dello spettacolino, la prima cosa da fare sarà proprio abbassare le tende dell’aula per generare in questo caso il buio e apprezzare lo spettacolo generato da un fascio di luce, proprio come il cinema. La ragazza rimane entusiasta e si mette a giocare con l’ombra della propria mano al sole, cosa che il regista ci fa vedere dal punto di vista di lei, in soggettiva. L’estetica delle ombre ci rimanda all’elogio delle sfumature, di ciò che non è perfettamente nitido, a quella bellezza della penombra che Tanizaki opponeva alla modernità occidentale, alla concezione del tutto illuminato. Kozue vive in una simile dimensione alternativa, che non è apprezzabile dalla società. Catartico sarà per Kozue il viaggio che farà in moto con Jinta, cui chiede di accompagnarla per una sua meta fantastica in collina. Qui il regista gioca a far passare allo spettatore uno stesso sfasamento percettivo, una dissociazione di suoni, immagini e pensieri traducendo in linguaggio filmico lo stato mentale della ragazzina. Alla partenza vediamo solo la soggettiva di Kozue, il marciapiede, il ciglio della strada che prende velocità. Non vediamo quindi il mezzo, la motocicletta. Solo a un certo punto ci sarà un’inquadratura dei due in dialogo, dove però lei non apre bocca come se fosse uno sfalsamento temporale. Eppure, lui le chiede di scandire meglio le parole perché paradossalmente non la sente. In quella passeggiata in natura, in quel luogo mitico e mitizzato, aggirandosi tra laghetti, boschi, prati fioriti e torrenti, spesso ripresi in campo lunghissimo, avviene una fase chiave per la sua crescita. Anche il momento della preoccupazione della madre, che non vede la figlia tornare, è reso mettendo lo spettatore nel ruolo di voyeur, guardandola da fuori la finestra con la mdp fuori dal ballatoio, come facendo parte dei pettegolezzi del vicinato, del cortile. Quelle immagini del viaggio si sovrapporranno, nella mente della bambina, al grande spettacolo di ombre sullo schermo, momento in cui lei sembra più interessata a contemplare le ombre fuori campo, quelle degli stessi animatori, più che ad ammirare quelle che producono per la scena. Alla fine, non potrà che esserci per Kozue la constatazione dell’impossibilità di quell’amore platonico. Ancora un’esperienza di vita, nella labilità e transitorietà dei sentimenti umani.
Info
Incinerator sul sito di KVIFF.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Shokyakuro
- Paese/Anno: Giappone | 2026
- Regia: Shuntarō Uchida
- Sceneggiatura: Koichi Kubodera, Shuntarō Uchida
- Fotografia: Shin Yonekura
- Montaggio: Takaki Yokohama
- Interpreti: Akiko Kikuchi, Karin, Taiki Shinozuka, Takuma Nagao
- Colonna sonora: Riki Hidaka
- Produzione: Neopa INC, Que Lindo
- Durata: 98'




Karlovy Vary 2026