Brick

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Brick segna l’esordio alla regia del trentaduenne Rian Johnson. Un teen-movie mascherato da noir, teso e doloroso viaggio agli inferi.

I Was a Teenage Humprey Bogart

Un adolescente solitario e introverso si trova costretto a indagare sul sotterraneo mondo del crimine del suo liceo per scoprire la verità sulla scomparsa della sua ex fidanzata… [sinossi]

L’industria cinematografica statunitense adagia una fetta non indifferente del proprio mercato sugli umori e sulle mode degli adolescenti; questa pratica commerciale si è andata stratificando nel corso degli anni fino a creare un mondo regolamentato da esigenze etiche e stilistiche perfettamente riconoscibili. Un mondo che si ritrova a venerare il nome di John Hughes ovviamente – e, per riflesso condizionato, lo straordinario American Graffiti lucasiano –, ma non può esulare dalle incursioni horror con liceali di Wes Craven, dal Rob Reiner/Stephen King di Stand by Me fino ad arrivare al dittico di Francis Ford Coppola The Outsiders/Rumble Fish.

In tempi recenti abbiamo plaudito al lavoro sul genere esposto da Richard Linklater (elaborati allacci all’estetica del Teenage Movie sono rintracciabili in particolar modo in Dazed & Confused e Suburbia) e soprattutto all’evoluzione del discorso portato avanti da Kevin Williamson, sia nella scrittura per Craven della trilogia Scream e di Cursed sia nel misconosciuto Sci-Fi anticonvenzionale The Faculty ma principalmente nel serial TV Dawson’s Creek, all’apparenza elogio dello standard ma in realtà sua sardonica negazione (e per questo consideriamo cruciale l’apparentamento del serial di maggior successo degli ultimi anni con le Rules of Attraction di Roger Avary).

Ed è in questo universo complesso che si fa strada l’esordio alla regia di Rian Johnson, premiato al Sundance Film Festival del 2005 con il Premio Speciale della Giuria e passato in concorso alla Settimana della Critica di Venezia 2005: Brick è un noir teso, un meccanismo a orologeria come raramente capita di trovare in giro. Johnson si diverte a mettere in scena la prassi narrativa del noir, mettendo a fuoco l’eroe incrollabile ma con un passato torbido da espiare, il genio solitario, il cattivo ambiguo e affascinante, la Dark Lady, il bisonte senza cervello. Insomma, a giudicare dai rapporti interpersonali e dalla funzionalità drammaturgica dei personaggi sembrerebbe di trovarsi di fronte ai vari Humprey Bogart, Rita Hayworth e Robert Mitchum: l’unica differenza è che qui non si tratta di quarantenni dolenti delusi dalla vita, ma di sedicenni costretti a dividere i propri affari loschi con le interrogazioni di matematica e letteratura. Proprio nell’approccio a una materia così aperta a riletture esclusivamente cinefile e metalinguistiche il giovane cineasta – del quale sarebbe il caso di recuperare il divertente cortometraggio Evil Demon Golfball from Hell!!!, un 16mm nel quale si mescolava senza soluzione di continuità il thriller alla commedia – dimostra un notevole coraggio, affrontando sia a livello di scrittura che di regia il progetto senza il minimo ammiccamento allo spettatore. L’hard-boiled non si trasforma in un’occasione per un viaggio all’interno dei codici del genere, non vi è rilettura né destrutturazione: l’ideale cinematografico viene rispettato e messo in scena con un rigore encomiabile.

Non siamo dunque dalle parti del già citato Scream, capolavoro che poneva le basi a metà anni novanta per una riflessione sullo stesso senso della narrazione; Brick è un solido prodotto di genere, confezionato splendidamente e sceneggiato con il goniometro, cerchio perfetto che si chiude senza la minima esitazione.
In un contesto tipicamente statunitense come l’ambiente liceale Rian Johnson tende le corde della propria marionetta deviandole verso atmosfere funebri e disperate, evitando sia l’esasperazione di luoghi e temi di Sin City – altro esempio di noir dell’ultimo anno, pur con le ovvie differenze del caso – sia la divertita citazione a cui ci ha abituato la scrittura cinematografica di Williamson. Così la scoperta da parte del giovane Brendan del cadavere della propria ex-ragazza all’imbocco di un tunnel, miccia che farà deflagrare completamente il sottobosco criminale del liceo, tra partite d’eroina tagliate male e giochi di potere all’interno delle bande, è scarna, essenziale, totalmente priva di ironia. Le quasi due ore nelle quali si dipana la vicenda trascinano lo spettatore in un mondo claustrofobico, malato, squallido: paradossalmente a tratti sembra di trovarsi più che altro dalle parti del David Lynch di Blue Velvet – a ben vedere anche lì il Teenage Movie si espandeva sottotraccia -, epurato però della componente più morbosa (e del mondo degli adulti…). Alcune sequenze sono destinate a rimanere impresse a lungo nella mente dei cultori del genere: l’arrivo di Brendan a casa di The Pin (“Il Perno” nella traduzione italiana), il regolamento di conti finale sul luogo del delitto e soprattutto lo splendido finale nel campo di football. Qui Brendan ha un colloquio chiarificatore con la femme fatale Laura quindi, rimasto solo, viene raggiunto alle spalle dall’amico fidato The Brain prima che sui titoli di coda irrompa la straordinaria Sister Ray dei Velvet Underground di John Cale e Lou Reed: il dialogo tra i due (che non sveliamo per non togliervi il gusto della sorpresa) rappresenta, con una limpidezza cristallina, il senso stesso del film, esordio strabiliante di un regista che attendiamo volentieri al varco, nella speranza che la nostra fiducia non venga delusa.

Menzione finale, doverosa, per il cast di giovanissimi: Joseph Gordon-Levitt conferma le doti che lo avevano distinto in Mysterious Skin di Gregg Araki, Nora Zehetner, già vista nella bella serie TV Everwood, è perfetta come Dark Lady dal viso angelico, Noah Fleiss che qualcuno ricorderà in Storytelling di Todd Solondz è un perfetto sgherro di colui che può essere considerato, per curriculum e visibilità, la vera star del film, quel Lukas Haas che fu bambino prodigio in Witness di Peter Weir e ha poi avuto modo di lavorare con Woody Allen, Tim Burton, Alan Rudolph e Gus Van Sant e che qui dà volto e corpo a The Pin, caratterizzato dal bastone che ne accompagna i movimenti.

Se l’anno scorso fu Donnie Darko di Richard Kelly a rappresentare la sorpresa – in quel caso relativa, visto che una prima versione dell’opera circolava comunque da tre anni – della cinematografia statunitense, quest’anno auspichiamo un successo pari a Brick, opera forse ben più importante di quanto non si possa credere.

Info
La scheda IMDB di Brick.
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