Mob Sister

Mob Sister

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Wong si muove tra mafia cinese e rapporti interpersonali, tra poliziesco e dramma. Ma Mob Sister è anche commedia e animazione: le sequenze animate sono una delle trovate più riuscite. Presentato in concorso al Torino Film Festival, Mob Sister è però appesantito da una scrittura disodinata e dalla messa in scena patinata di Wong, dal sovrabbondante e invasivo ricorso ai ralenti.

L’uomo che andava piano e le angurie fatali

La sedicenne Phoebe, dolce e ingenua, è al centro di una faida mafiosa. Protetta dai quattro “zii” e dal boss Gent, odiata dalla vendicativa Nova e innamorata di un timido ragazzo, Phobe dovrà confrontarsi con un mondo violento e corrotto… [sinossi]

Il Torino Film Festival sembra essersi affezionato al giovane regista hongkonghese Wong Ching-po: dopo Jiang Hu/Left Hand nel Concorso Internazionale Lungometraggi dell’edizione 2004, anche la terza pellicola Ah Sou/Mob Sister è stata selezionata per il Concorso 2005 [1]. Cresciuto artisticamente tra televisione, videoclip, pubblicità ed effetti speciali, Wong si conferma regista particolarmente attento alla confezione, al taglio delle inquadrature, alla fotografia [2]. Che tale confezione sia apprezzabile è tutt’altro discorso.

Come nel precedente lungometraggio, Wong si muove tra mafia cinese e rapporti interpersonali, tra poliziesco e dramma. Ma Mob Sister è anche commedia e animazione: le sequenze animate, probabilmente destabilizzanti per una buona parte della critica e del pubblico, sono una delle trovate più riuscite. Realizzati con un tratto semplice e chiaro e con delicate ombreggiature, questi inserti animati restituiscono bene il candore della giovanissima e ingenua protagonista: la storia con Cappellino Rosso, ad esempio, funziona molto meglio nella dimensione animata – si veda l’incontro tra i due innamorati al cimitero o l’improbabile sequenza d’azione. Candore della protagonista che col passare dei minuti e degli sviluppi narrativi si avvicina all’ingenuità e ancor più pericolosamente alla stoltizia: la maturazione del personaggio non è obbligatoria (anche se le drammatiche vicende di Mob Sister smuoverebbero persino un sasso), nonostante sia consigliabile. In questo caso, la perseverante passività e l’irrisolvibile inadeguatezza della spaurita Phoebe, interpretata dalla graziosa Annie Liu, non trovano giustificazione e finiscono per irritare, a scapito della tensione emotiva.

Wong alterna quadretti familiari – il quartetto di zii mafiosi, fedeli amici del boss Gent e angeli custodi di Phoebe, regala qualche accennato sorriso – a sequenze dai toni sia seri che leggiadri da gangster-movie, prontamente sottolineate, enfatizzate ed esaltate dagli immancabili e innumerevoli ralenti. Il cinema di Wong è infatti la celebrazione di questo accorgimento stilistico: memore della lezione dei maestri hongkonghesi, il pupillo del Torino Film Festival abbonda, marchiando praticamente ogni sequenza – l’unico ralenti veramente necessario sembra essere quello che accompagna il coraggioso sacrificio della guardia del corpo della protagonista. Oltre ai ralenti, ovviamente, Wong non si risparmia in esasperate angolazioni, spesso immotivate e smaccatamente intrise di manierismo.

Mob Sister soffre di sovrabbondanza di finezze tecnico-artistiche, che già avevano appesantito il precedente Left Hand: Wong accumula ralenti, finendo per soffocare la spettacolarità e la portata drammatica delle varie sequenze. Calci, pugni, sparatorie, sguardi, scontri in macchina… tutto rallenta, tutto viene sovraccaricato. L’effetto ottenuto, alla fine, è opposto, tutto si appiattisce.
I limiti della nuova prova di Wong non si fermano purtroppo alle scelte stilistiche: dopo un inizio abbastanza promettente, la sceneggiatura si ingarbuglia e i colpi di scena e le varie vicende che si intrecciano – storia d’amore, antichi rancori, amicizie tradite, conversioni religiose e tutto quel che segue – non riescono ad amalgamarsi. Le varie anime di Mob Sister sembrano andare in diverse direzioni e anche i personaggi hanno uno sviluppo psicologico spesso troppo repentino.

Il cast, sulla carta di sicuro interesse (Anthony Wong, Eric Tsang, Simon Yam…), non è ben sostenuto. Peccato. Soprattutto per il bravissimo Eric Tsang, attore versatile e capace di incarnare un simpatico buffone quanto uno spietato killer. Una citazione d’obbligo per i titoli di testa, per la versione animata di Eric Tsang che sprofonda nel terreno e per la montagna di angurie [3].

Note
1.
Il film d’esordio Fu Bo (2003) era diretto in collaborazione con Lee Kung-lok.
2. Nel 1997 ha vinto la Gold Medal all’Hong Kong Indipendent Short Film & Video Awards per la fotografia di First Love and Other Pains.
3. Cucurbitacee à la page nel recente cinema asiatico: tondeggianti e succose, le angurie tornano in vetta alla classifica degli ortaggi cinematografici dopo i fasti del nostrano Il grande cocomero. Alcuni esempi della vasta filmografia ortofrutticola, in attesa di qualche saggio o tesi di laurea: James e la pesca gigante, Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, Il ritorno dei pomodori assassini, Il sole della mela cotogna, Il tempo delle mele, Anatra all’arancia, La zucca magica, Cresceranno i carciofi a Mimongo, Un mandarino per Teo, Il colore del melograno
Info
La scheda di Mob Sister sul sito del TFF.
  • mob-sister-2005-Wong-Ching-Po-01.jpg

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