Agora

Ritorno dietro la macchina da presa del cileno di nascita ma spagnolo d’adozione Alejandro Amenabar. Agora, che segue di cinque anni la pellicola che gli è valsa l’Oscar Mare dentro, è un film confuso e sostanzialmente inutile

C’era una volta l’Antico Egitto

4° secolo dopo Cristo, l’Egitto è sotto l’Impero Romano. Violente rivolte religiose scoppiano per le strade di Alessandria, in particolare nei dintorni della celebre biblioteca. Praticamente rinchiusa dietro alle spesse mura della stessa, la famosa astronoma Hypatia e i suoi discepoli combattono per salvare la gloria del Vecchio Mondo. Tra di essi, due uomini combattono per il cuore della donna: il ricco e privilegiato Orestes e il giovane schiavo Davus, che è combattuto fra il suo amore segreto per Hypatia e il desiderio di libertà a cui aspira… [sinossi]

Andrebbe probabilmente liquidato, e anche in fretta, questo ritorno dietro la macchina da presa del cileno di nascita ma spagnolo d’adozione Alejandro Amenabar. Agora, che segue di cinque anni la pellicola che gli è valsa l’Oscar (Mare dentro), è un film confuso e sostanzialmente inutile, il quale esaurisce nell’arco di un una ventina di minuti i suoi unici motivi di interesse, e che invece prova insistentemente a scovare chissà dove le energie necessarie per sopravvivere ai suoi 141 minuti.  Con coraggio, almeno questo gli va riconosciuto, Amenabar affronta la Storia di più fedi (il paganesimo, il cristianesimo, l’ebraismo, la scienza) con una pellicola che ha praticamente scritto nel proprio Dna un intento più che altro educativo. Anche affascinante, sia chiaro, affermare oggi l’importanza, se non la necessità, di affrontare i problemi della cosa pubblica con più raziocinio, evitando l’integralismo e il fondamentalismo religioso. Una sorta di inno laico, insomma, questo di Amenabar, un inno sulla potenza immane del cervello, della ragione che con i suoi raggi illumina il cammino dell’uomo.

Un inno che si sbatte però sordo con le invocazioni e le preghiere di varie religioni, che Amenabar mette insieme appunto per suggerire una universalità al proprio discorso, farneticazioni che coprono, nascondono, celano il pensiero dell’uomo, il pericoloso germe che va stanato a tutti i costi (per consentire l’omologazione, che esiste ovviamente anche in versione laica, il Grande Fratello orwelliano…). Ma è tutto “pensiero” anche il cinema di Amenabar, non è emozione, la sua è una guerra fredda che non scalda il cuore e non fa parteggiare proprio per nessuno. Soprattutto perché il regista ispanico segue il suo canovaccio, la struttura con cui ha letteralmente ingabbiato il film (e sul problema della “sceneggiatura di ferro” il regista di The Others ha già cozzato varie volte nel corso della sua carriera…) in maniera pedissequa, continuando a giocare con dei simbolici e cerebrali controcampi tra la terra, scossa dai tremiti violenti e perniciosi della religione, e le stelle, nella cui tranquillità celeste risiede il senso ultimo della vita. È tutto un film di salite verso il cielo e di ridiscese sulla terra, questo di Amenabar, che però strozza questa possibile ambiguità anche visiva tra i due sistemi consegnandoli troppo spudoratamente allo spettatore, insistendo a mostrarci questa freddissima Alessandria d’Egitto come fosse vista da Google Earth, con una computer grafica che ricorda più un gioco tipo Age of Empires (con le sue ricostruzioni dell’età imperiale romana e di tutte le altre civiltà antiche) che un film storico. Non ha di certo giovato ad un’immedesimazione diretta neanche la posticcia storia d’amore che si evolve in maniera alquanto scontata, nella sua “quotidianità”, e al contrario alquanto irreale nei suoi momenti topici, nei continui coup de théatre che scandiscono la pellicola.

Ed è assolutamente inutile provare a catapultare lo spettatore dentro l’azione, facendogli arrivare gli schizzi di sangue praticamente addosso e ostentandogli la carne macerata di fronte agli occhi, se quello che si insegue a ben vedere non è il realismo ma l’effetto, il gusto dello spettacolo fine a sé stesso.

Info
Il sito francese di Agora.
[themoneytizer id=”16987-28″]
  • agora-2009-alejandro-amenabar-01.jpg
  • agora-2009-alejandro-amenabar-02.jpg
  • agora-2009-alejandro-amenabar-03.jpg
  • agora-2009-alejandro-amenabar-04.jpg
  • agora-2009-alejandro-amenabar-05.jpg
  • agora-2009-alejandro-amenabar-06.jpg
  • agora-2009-alejandro-amenabar-07.jpg
  • agora-2009-alejandro-amenabar-08.jpg
  • agora-2009-alejandro-amenabar-09.jpg
  • agora-2009-alejandro-amenabar-10.jpg
  • agora-2009-alejandro-amenabar-11.jpg

Articoli correlati

  • Archivio

    RegressionRegression

    di Amenábar intreccia generi, realtà e sogno/incubo, rovesciando più volte prospettiva e cercando di trarre in inganno lo spettatore. Regression funziona discretamente nell'accumulare suggestioni ma crolla come un castello di carta quando deve sciogliere tutti i nodi narrativi e psicologici.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento