Tokyo Nights #04
Sei settimane di fila al primo posto del botteghino giapponese hanno sancito il successo di 20th Century Boys: The Last Chapter – Our Flag (20-seiki shônen: Saishû-shô – Bokura no hata), terzo e ultimo episodio della trionfale trilogia cinematografica ispirata all’omonimo manga di Urasawa Naoki1. Iniziato l’anno scorso con una spettacolare anteprima parigina, dove il manga è un vero e proprio oggetto di culto, il progetto faraonico che gode di un cast stellare e numerosissimo ha letteralmente invaso l’immaginario mediatico nipponico di questi ultimi tempi.
Ciò che qui ci interessa evidenziare è come il regista Yukihiko Tsutsumi, lo staff e tutti gli attori siano riusciti a realizzare un prodotto sì di successo e stracommerciale, ma con standard d’intrattenimento qualitativamente molto elevati, raggiungendo così un target di spettatori ben al di là di quello degli appassionati del manga. Quasi un simbolo e un auspicio in questo senso, il film rappresenta, insieme forse diversissimo e delirante Yatterman firmato Miike e visto a Udine, un modo, di certo non l’unico, per trasferire con intelligenza e creatività le idee di anime e manga in live-action. Non che finora non fosse mai stato fatto, ciò che però rappresenta l’elemento di relativa novità è che si è riusciti a creare un buon prodotto di assoluto mainstream dal piglio quasi hollywoodiano2.
A trilogia conclusa si può provare a formulare un giudizio sul progetto visto nella sua totalità. Affermare che uno dei punti di forza dei film è la fedeltà verso lo spirito del manga sembrerà un’ovvietà, ma di questi tempi non lo è affatto viste le altre riduzione cinematografiche che stanno imperversando nelle sale giappponesi… ma ne parleremo più avanti. Certo, alcune delle innumerevoli tematiche affrontate nell’opera mancano della profondità e dello sviluppo che si trovano nel fumetto di Urasawa, ma questo è un discorso valido per tutte le operazioni di questo tipo. Si nota ad esempio che certe parti sono state accorciate per forzarle a stare nei quattrocentotrentasei minuti della trilogia, alcuni frangenti potevano assere sviluppati meglio e inoltre vi sono alcune cadute di ritmo, specialmente nel primo e terzo episodio. In linea di massima però il progetto ci sembra avere molti meriti, la cura per l’aspetto visivo in primis, con le scene ambientate nell’infanzia dei ragazzi che hanno una patina pastellata molto suggestiva, così come tutto l’alone che circonda l’Amico (Tomodachi). Vuoi per il mistero che lo avvolge, vuoi per la musica agghiacciante e acida che ne accompagna l’entrata in scena e vuoi naturalmente anche perché il cattivo ha sempre il suo fascino, Tomodachi è senz’altro il personaggio meglio riuscito nell’intera trilogia. Il lavoro fatto per il casting è senza dubbio da lodare, considerando il fatto che molti degli attori usati sono facce note della televisione e non sempre abituati a dare il loro meglio sul grande schermo, regista e collaboratori sono rusciti a tenere insieme un materiale molto fuggevole. Dal nostro punto di vista le due interpretazioni che si staccano per qualità dalle altre sono quella della giovane Airi Taira nel ruolo di Kanna, la nipote del protagonista Kenji e capo del movimento di resistenza, e quella di Etsushi Toyokawa. Quest’ultimo nel ruolo del saggio e solitario Otcho, un po’ il filo conduttore dei tre episodi, riesce a infondere al personaggio una forte caratterizzazione anche fisica.
Il film di Tsutsumi rimane purtroppo una mosca bianca nel panorama dellla cinematografia giapponese, distaccandosi infatti abbastanza nettamente per qualità e concezione dagli altri adattamenti cinematografici derivati da manga o anime che sono usciti in qesti ultimi tempi nel Sol Levante. Ci viene in mente il deludente MW, tratto dall’omonimo lavoro di Tezuka Osamu e diretto da Hitoshi Iwamoto, con la presenza nel ruolo del protagonista della star del momento Hiroshi Tamaki. Oppure il delirante e a tratti insulso Kamui Gaiden, vero scempio di quel capolavoro che è il manga originale di Sanpei Shirato di cui ne tradisce sia lo stile, originale grezzo e duro, sia le tematiche principali. Ricordiamo che l’opera del maestro giapponese fa della lotta fra le classi sociali uno dei motivi principali della sua poetica, con una cura per l’elemento scritto molto alta3. Purtroppo tutto questo e altro ancora si perde nel film che diviene così una misera semplificazione con una sceneggiatura che sembra tratta direttamente da una telenovela venezuelana, senza nulla togliere a quest’ultima. Molto meglio del lungometraggio allora è la serie televisiva Ninpu Kamui Gaiden realizzata nel 1969 dalla Fuji TV e passata svariate volte anche in Italia (con il titolo di L’invincibile Ninja Kamui) che del manga mantiene lo spirito.
Il successo di molti manga e di molti anime, il culto che temporaneamente si forma attorno ad alcune di queste opere è una ghiotta occasione che molti produttori non vogliono lasciarsi sfuggire, quasi un investimento sicuro, almeno nelle loro intenzioni. Nel necessario adattamento che comporta una trasposizione sul grande schermo, registi e sceneggiatori sembrano però voler cedere il più delle volte, forse per paura, forse per incapacità a gestire troppo materiale o ancora per pressioni produttive, a un processo di semplificazione non tanto delle trame, cosa perfettamente naturale, quanto del linguaggio cinematografico stesso. A una necessaria scelta dei punti da sviluppare meglio nel film, si accompagna purtroppo un appiattimento strutturale e stilistico, quasi una dichiarazione di sfiducia verso il pubblico che si reca nelle sale. Si continuano a immaginare spettatori poco disposti alla complessità e poco inclini a un approccio magari diverso che pur divertendo richieda un piccolo sforzo di concentrazione.
Vale la pena di ribadire che qui non si stanno chiedendo sperimentalismi o avanguardie di nessun genere, realizzazione di opere d’arte di nicchia solo per pochi iniziati, interessantissime ma di difficile fruizione generalista. Però proprio partendo dai risultati di 20th Century Boys (e sulla sua scia) ci sembrerebbe auspicabile che le produzioni giapponesi osassero un po’ di più. La tendenza purtroppo è quella di puntare sulla tecnica, sul luccichio della computer graphic, funzionale a sè stessa e talvolta senza nessun legame apparente con il senso generale del film (vedi Kamui Gaiden). Affermare che mancano le idee e dei buoni sceneggiatori è come scoprire l’acqua calda, allora non possiamo che augurarci che i fasti di questa trilogia siano da auspicio e che i fallimenti degli altri lungometraggi funzionino da monito per futuri progetti, uno stimolo anche, perché no, a lasciar perdere trasposizioni di questo tipo.




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Yattaman – Il film
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