Yattaman – Il film

Yattaman – Il film

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Takashi Miike firma per il grande schermo la versione live action di Yattaman, celeberrimo anime televisivo degli anni Settanta.

La guerra di bottoni è ricominciata

I giovani fidanzatini Gan Takada e Ai Kaminari formano gli Yattaman, difensori del bene che si scontrano regolarmente con l’imbranato trio di cattivi capitanato da Miss Doronjo e composto dal geniale costruttore Boyacky e dal goffo e vagamente ritardato Tonzra. I tre vengono assoldati da un essere a forma di teschio, Skullobey, allo scopo di ottenere la mistica Pietra del Teschio, i cui quattro frammenti sono sparsi ai quattro angoli del globo; per raggiungere questo obiettivo i tre dovranno vagare dalla Narvegia all’Ogitto, sempre pronti a scontrarsi con gli Yattaman, che aiutano la figlia di un esploratore scomparso proprio mentre era alla ricerca della Pietra… [sinossi]
Yattaman, Yattaman
Con le armi stravaganti
Yattaman, Yattaman
Ridere ci fa
Yattaman, Yattaman
Coi congegni divertenti
Al servizio sempre dell’umanità!
I Cavalieri del Re, 1983

Chissà se al momento della sua morte prematura (avvenuta in seguito a un cancro al fegato il 5 settembre del 1977, a soli quarantacinque anni) Tatsuo Yoshida era consapevole di quanto la sua pur breve esperienza autoriale nel campo degli anime avrebbe segnato la storia dell’animazione seriale, e non solo. Forse non sono in molti a saperlo, ma è alla sua fervida immaginazione che dobbiamo – in ordine scrupolosamente cronologico – Superauto Mach 5, Judo Boy, Il mago pancione, Ippotommaso, Gatchaman, Kyashan, La macchina del tempo e, ovviamente, Yattaman. Quest’ultimo, prodotto come di consuetudine negli studi della gloriosa Tatsunoko, era il secondo esperimento delle cosiddette Time Bokan Series, vale a dire serie d’animazione di carattere prettamente umoristico che si rifacevano agli anime robotici e a quelli le cui vicende ruotavano attorno a un supereroe, veri e propri mattatori degli anni ’70 nipponici: oltre a Yattaman, degli altri sei Time Bokan prodotti tra il 1975 e il 1983 (esistono due serie portate alla ribalta nel 2000 e nel 2008, ma si tratta di recuperi tra il nostalgico e il calcolatore, e preferiamo lasciarle in secondo piano in questo momento) solo La macchina del tempo, I predatori del tempo e Calendar Man arrivarono in Italia. La stessa buona sorte non toccò invece a Zendaman, Ippatsuman e Itadakiman, destinati a un oblio duraturo: non fu dunque possibile nel nostro paese avere sottocchio l’intera struttura del Time Bokan, anche se questo non inficiò di certo il clamoroso successo ottenuto da Yattaman sul piccolo schermo in giro per lo stivale.

Qualora qualcuno avesse avuto dei dubbi sullo status di vero e proprio cult raggiunto nel corso degli anni da Yattaman, lo show messo in piedi, in maniera improvvisata, da Chiba Yoshinori, produttore del film diretto da Takashi Miike e tratto proprio dall’anime, si sarà rivelato a dir poco scioccante: immaginate infatti un intero teatro, stipato fino all’inverosimile, che urla all’unisono “Yatta Yatta Yattaman!”. Pubblico pagante, stimabili giornalisti, ospiti internazionali e addetti ai lavori uniti in un inno del nonsense che arriva a lambire i confini del demenziale, neanche si trattasse di una rivendicazione d’identità. Anche questo aneddoto dovrebbe aiutare a comprendere la gravità della sfida accettata tre anni fa da Miike: anche per un autore del suo peso, capace di mettere d’accordo la critica più strettamente cinefila con i fanzinari dell’ultima ora, mettere le mani su un prodotto così radicato nella memoria di un’intera generazione – quella cresciuta a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 – poteva risolversi in un passo falso di non poco conto. Tanto più che dopo essere diventato il paladino del popolo di cinefili che non si fermano alla “solita minestra”, grazie ad alcuni tra i più grandi capolavori estremi – e quanto idiota ci appare questa aggettivazione ora che l’abbiamo messa nero su bianco – degli ultimi quindici anni come Ichi the Killer, Happiness of the Katakuris, Shinjuku Triad Society, Bird People in China e Full Metal Yakuza (ci fermiamo qui, ma solo per non lasciarci vincere dalla voglia pressoché irrefrenabile di elencarli tutti), Miike è stato ultimamente anche baciato dal successo commerciale: dopo aver conquistato il pubblico giapponese con The Great Yokai War, si è ripetuto con i due episodi di Crows Zero e, per l’appunto, con Yattaman.

Dall’inizio del 2009 Tokyo è letteralmente stata invasa da gadget dedicati ai personaggi del film. Una catena di montaggio che ha portato, come risultato finale, una vera e propria corsa ai biglietti; da quando Yattaman è uscito in sala, il 7 marzo, ha letteralmente sbranato il mercato cinematografico. Meritatamente, aggiungiamo volentieri noi.
Dicevamo poc’anzi delle difficoltà alle quali doveva essere andato incontro Miike, ma non abbiamo avuto modo di sviscerare l’intera problematica. Al di là del popolo di fan duri e puri pronti a prendere anche la benché minima libertà interpretativa del regista come un vero e proprio caso di vilipendio nei confronti della serie originale, c’era un altro nemico, perfino più pericoloso e ben armato, che si ergeva di fronte a Miike: Yattaman stesso. Non fraintendeteci, per carità, siamo cresciuti anche noi canticchiando la canzone un cui stralcio apre questa nostra disamina: ciononostante è impossibile non notare come la stessa struttura narrativa su cui si basava la serie potesse creare non pochi problemi a chiunque si accingesse a metterne in scena un rifacimento. Per non parlare dell’estetica dell’anime, talmente bozzettistica e grottesca da rischiare di risultare ridicola o raffazzonata in una versione live action: e già, perché il buon Miike non ha solo accettato di riportare in auge le gesta anti-eroiche del trio Dorombo (Drombo nella versione italiana), ma anche pensato bene di rivestirle di carne e ossa. Ancora una volta vincendo la sfida, anche se non sbaragliando l’avversario. La prima parte di Yattaman ha il difetto di tirare troppo per le lunghe, in una manifesta reiterazione seriale, le stesse dinamiche: il trio Dorombo riceve un incarico da Skullobey, mette in piedi una truffa per trovare il denaro necessario a finanziare l’impresa, e parte all’avventura. I due Yattaman inseguono il trio a bordo dello Yattacan, fino all’inevitabile scontro. Se questo schema poteva funzionare all’interno della struttura eternamente simile a sé dell’anime, lo stesso non si può dire per quanto riguarda la creatura di Miike: la prima volta ci si diverte, e si ride compiaciuti all’ingresso in scena dei personaggi minori (il robottino Botty, il maialino portafortuna del trio Dorombo e via dicendo), ma appena si è fatto il callo si avverte la spiacevole sensazione di un marchingegno che inizia a girare a vuoto.

Ed è qui, fortunatamente, che entra in scena la classe  e l’esperienza autoriale di Takashi Miike: innervando la piatta bidimensionalità dei caratteri in scena con una buona dose di sentimenti – anche piuttosto forti – il regista riesce nel compito arduo di dare spessore umano e perfino morale a dei personaggi che sulla carta sarebbero dovuti rimanere solo semplici macchiette. Dal momento in cui la bellissima Doronjo (un’indimenticabile Kyôko Fukada, già vista in Dolls di Takeshi Kitano e Kamikaze Girls di Tetsuya Nakashima) si innamora perdutamente di Gan Takada, alias Yattaman 1 (Sho Sakurai, che qualcuno ricorderà in Kisarazu Cat’s Eye), producendo un effetto domino nei due gruppi, con la fidanzatina storica di Gan, Ai Kaminari/Yattaman 2 (siamo curiosi di vederla all’opera in The Cherry Orchard, auto-remake di Shun Nakahara del suo capolavoro del 1990, uscito a novembre in Giappone) e il genio meccanico del trio Boyacky (l’eclettico Katsuhisa Namase, capace di passare da Desert Moon di Shinji Aoyama a Yattaman senza avvertire nessuno sbalzo: qui sforna un’interpretazione da applausi), il film sale vertiginosamente. L’azione si fa più concitata e, con l’aggiunta del pathos, ben più coinvolgente: a questo si somma l’inventiva di Miike, che inizia a mettere sul piatto della bilancia una serie di trovate da antologia del cinema comico. Se citiamo qui solamente il geniale scambio pallavolistico per sconfiggere definitivamente il nemico, è solo per amore della brevità – che abbiamo altresì tradito dilungandoci non poco in precedenza. Laddove la prima parte del film era apparsa eccessivamente statica, anche per andare incontro alle esigenze dell’originale – pur non mancando elementi assai gustosi, come abbiamo già avuto modo di affermare – la seconda metà del film è una vera e propria girandola di idee, proprio perché in grado di distaccarsi maggiormente dal prototipo. Senza per questo smentirlo o rinnegarlo, precisazione a nostro modo di vedere doverosa: Yattaman resta fino all’ultimo un film profondamente fedele, tanto nell’etica quanto nell’estetica. Yattacan ce l’eravamo immaginati proprio così, e lo stesso discorso si potrebbe fare per l’intero impianto scenico architettato da Miike: e proprio l’aspetto più puramente tecnico del film è quello che a nostro modesto avviso è realmente inattaccabile. Yattaman è un film tecnicamente perfetto, in cui l’utilizzo della computer grafica e degli effetti speciali raggiunge vertici che francamente non ci saremmo mai aspettati di dover rimarcare.

Esempio, fulgido, di un cinema ricco come quello nipponico, in grado (non sempre) di mescolare alto budget, intrattenimento e risultato artistico. In questo l’esempio di Miike – che Yattaman non rientri nella nostra ipotetica top ten delle sue regie non deve trarvi in inganno, visto che parliamo di un cienasta che ha diretto, a tutt’oggi, quasi ottanta film – è il biglietto da visita migliore per il futuro. Sappiamo infatti come l’universo degli anime verrà ulteriormente saccheggiato nel corso dei prossimi mesi, e fino a poco tempo fa tremavamo come fuscelli; se oggi ci sentiamo vagamente più rincuorati lo dobbiamo unicamente a Yattaman e a Takashi Miike.
E allora, davvero, urliamo con tutta la forza che abbiamo in corpo “Yatta Yatta Yattaman!”.

Info
Il trailer italiano di Yattaman – Il film.
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