Lesson of the Evil

Lesson of the Evil

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L’eversivo potere cinematografico di Takashi Miike, in Lesson of the Evil al servizio di una storia di genocidi, adolescenti e retaggi occidentali. Al Festival di Roma 2012.

La ballata di Seiji Hasumi

Seiji Hasumi è un insegnante all’Accademia Shinko, una scuola media superiore privata. È un professore modello, popolare tra gli studenti, stimato dagli altri insegnanti e dall’associazione dei genitori della scuola. Ciò nonostante una studentessa, Reika Katagiri, sente che c’è qualcosa di pericoloso in agguato dietro quell’uomo dalla reputazione brillante. Hasumi risolve un problema dopo l’altro all’interno della scuola, e inizia così a ottenere sempre più potere. Ma c’è qualcosa che si agita nell’ombra, e sta per esplodere… [sinossi]
Und der Haifisch, der hat Zähne
Und die trägt er im Gesicht
Und Macheath, der hat ein Messer
Doch das Messer sieht man nicht.
Mostra i denti, il pescecane
e si vede che ce l’ha
Mackie Messer ha un coltello
ma vedere non lo fa.
Bertholt Brecht e Kurt Weill, Die moritat von Mackie Messer

Quando il nome di Takashi Miike iniziò a girare con insistenza nei circuiti festivalieri internazionali, a cavallo tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio, la fama lo precedeva indicandolo ai quattro venti come il “maestro dell’iper-violenza”: una definizione quanto mai castrante per un cineasta eclettico, in grado di passare nell’arco di appena due anni, tra il 1997 e il 1999, dallo yakuza-eiga Rainy Dog al folle pastiche cyberpunk Full Metal Yakuza, fino ad arrivare alla fantascienza (Andromedia), alla commedia “d’avventura” (Bird People in China), al thriller orrorifico (Audition), al gangster movie ultracorporeo (il primo capitolo della trilogia Dead or Alive). Eppure, la riflessione sull’utilizzo della violenza e del sangue divenne una costante nelle letture critiche su Miike, avvalorata d’altro canto da opere capitali come Ichi the Killer e Gozu, in cui la pratica dello smembramento corporeo acquista una propria poetica autoriale del tutto immune ai germi della gratuità del gesto.
Negli ultimi anni la messa in scena della barbarie aveva permesso di inquadrare un Miike più stilizzato: anche nella furibonda seconda parte del clamoroso jidai-geki 13 assassini – ancora monco a distanza di due anni di un Leone d’Oro che aveva legittimato sul campo durante l’edizione 2010 della Mostra del Cinema di Venezia – Miike non dava sfogo a tutta l’eversiva irruenza belluina del passato, anche in virtù di un rigore formale palesato anche nel successivo, e criminosamente sottostimato, Hara-kiri – Death of a Samurai, remake del capolavoro di Masaki Kobayashi. Le prime avvisaglie di un ulteriore cambio di rotta c’erano state lo scorso maggio a Cannes, durante la visione di For Love’s Sake, ma nulla avrebbe fatto prevedere l’immersione totale nel grand guignol nel quale viene sprofondato il pubblico di Lesson of the Evil. Presentato in concorso alla settima edizione del Festival del Film di Roma, la prima sotto l’egida di Marco Müller, Aku no kyōten (questo il titolo originale della pellicola, tradotta in italiano con “il canone del male”) si rivela come un pugno nello stomaco assolutamente difficile da digerire. Miike non osava spingersi così in là nella rappresentazione della violenza dai tempi di Imprint, l’episodio da lui firmato – e censurato agli occhi degli spettatori televisivi – all’interno del progetto di Mick Garris Masters of Horror: la seconda ora di film, dominata dallo sterminio capillare e metodico di un’intera classe di liceo rimasta a scuola per portare a termine un progetto extra-disciplinare, è una reiterata accumulazione di ammazzamenti plurimi.

È come se il demone protagonista di Izo (a tutt’oggi tra le punte massime del curriculum di Miike) avesse trovato una sua rappresentazione carnale, quotidiana, umana: ma laddove Izo uccideva inesorabilmente attraverso i secoli come cortocircuito dell’arcaismo nipponico, il professore Hasumi persegue un proprio personale progetto “educativo”. Non è certo un caso che fino al momento della carneficina l’intero film sia visto con gli occhi del professore, salvo cambiare testimone allorquando il suo fine non ha più per lo spettatore alcun mistero. Come nel già citato 13 assassini la deflagrazione della seconda metà di film, dolorosamente catartica, è resa possibile nella sua potenza visionaria da una prima parte raggelata, quasi compassata rispetto ai ritmi a cui Miike ha abituato i suoi affezionati cultori: Lesson of the Evil marcia in maniera inarrestabile verso un’escalation di orrore, seguendo un percorso a tratti tortuoso dal punto di vista narrativo – ellissi, ritorni, un’accezione libera dello spazio-tempo – ma dal nitore cristallino.
Nell’imperturbabile cataclisma di ciò che avviene sullo schermo, Miike si mette a giocare con la cultura occidentale (il leit-motiv de La ballata di Mackie Messer, fulcro essenziale de L’opera da tre soldi di Brecht/Weill, è utilizzato in maniera degna del Fritz Lang espressionista; i riferimenti alla mitologia norrena con la presenza di Huginn e Muninn, i corvi che erano vista e memoria del dio Odino), orchestrando una messa funebre suonata con il ghigno soddisfatto dell’eversione. Si può anche rimanere sconvolti da Lesson of the Evil, ma bisognerebbe sempre mantenere la lucidità per comprendere come Miike abbia composto il requiem del mondo capitalista: i giovani studenti (nella maggior parte dei casi meschini, egoisti, del tutto distaccati da una pur vaga idea di “comunità”) vengono fatti a pezzi dal loro professore, ma in realtà è l’intero sistema formativo, familiare e istituzionale a decretarne il massacro. In questo caso materiale, altrove solo ideologico o spirituale. In Giappone come negli Stati Uniti o nella vecchia Europa – la Germania – (luoghi in cui Hasumi ha passato parte della sua esistenza), perché il mondo attuale fagocita e costruisce mostri in grado di portare a termine la dissoluzione del futuro, falsa idea di un progresso – la tecnologia in Lesson of the Evil fallisce ripetutamente i propri doveri – che probabilmente non arriverà mai. Nel gioco al massacro di Miike il secondo è sempre la cartina di tornasole del primo, e non esiste mai una vera alba al termine della notte. Anche per questo (ma c’è da attendersi in ogni caso capitoli ulteriori all’avventura di Hasumi) il film non può che concludersi con un to be continued
Huginn ok Muninn
fliúga hverian dag
iörmungrund yfir;
óumk ek of Hugin
at hann aptr ne komit,
þó siámk meirr um Munin.
Huginn e Muninn
volano ogni giorno
alti intorno alla terra.
Io ho timore per Huginn
che non ritorni;
ma ho ancora più timore per Muninn.
Edda poetica – Grímnismál – Il discorso di Grímnir 
Info
Il trailer di Lesson of the Evil.
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