Tokyo Nights #06
In quell’anno cruciale per il Giappone che è il 1970, subito dopo il 1969 degli scontri nelle strade e delle università occupate, anno dell’Expo di Osaka e del seppuku di Yukio Mishima1, la gloriosa casa di produzione giapponese Nikkatsu decide di investire i propri soldi e le proprie speranze nel lavoro di due registi, Yasuharu Hasebe e Toshiya Fujita, affidandogli la realizzazione di una serie a basso costo, Stray Cat Rock (Nora neko rokku), dove ribellione, musica, ragazze sexy, una spruzzata di violenza e tanto glamour si mescolano insieme per portare le nuove generazioni al cinema.
Mentre il primo viene da una lunga esperienza come aiuto regista di Seijun Suzuki e dalla realizzazione di alcuni film d’azione per la stessa Nikkatsu e diventerà noto in Occidente soprattutto durante gli anni settanta per i suoi Pinky Violence, il nome di Fujita è essenzialmente legato ai due cult Lady Snowblood (Shurayukihime) e Lady Snowblood 2: Love Song of Vengeance (Shurayukihime: Urami Renga) che tanto hanno influenzato Quentin Tarantino. Il filo (rosa) che lega i due autori, la loro produzione e i film qui analizzati è rappresentato dalla femme fatale per eccellenza del cinema nipponico, la bella, dannata e sanguinaria Meiko Kaji, con la sua presenza da protagonista nelle opere sopra citate e naturalmente anche nei cinque episodi di Stay Cat Rock. Il primo in ordine di tempo è Female Juvenile Delinquent Leader: Stray Cat Rock (Nora neko rokku onnabancho) diretto da Hasebe senza mai prendersi troppo sul serio. La linea narrativa è relativamente semplice: la motociclista Ako (interpretata dalla cantante Akiko Wada) irrompe da fuori città e interviene per prendere le parti di una gang di ragazzacce (fra cui la Kaji) in lotta con una banda rivale. Non mancano le lotte fra le giovani donne, rigorosamente con coltelli e gambe in bella vista e i siparietti musicali, qui cantati dalla stessa Wada, quasi tutti ambientati nei club/luogo di ritrovo della banda. La scansione del tempo con l’azione compresa/compressa nell’arco di un fine settimana, dalla prima scena che si svolge un venerdì fino all’ultima parte che si conclude la domenica, è data da schermate fluorescenti (verde e rosa shock) quasi subliminali. Questa e altre invenzioni stilistiche conferiscono al film una sorta di tono lisergico, rafforzato anche dalla profusione dei colori usati dal regista e dalla sua troupe.
Se il successivo Stray Cat Rock: Sex Hunter (Nora-neko rokku: Sekkusu hanta) come tematiche è forse più profondo2, Delinquent Leader risulta più attraente dal punto di vista prettamente formale: le scene in cui la protagonista si scatena in motocicletta e quella dell’incontro truccato di pugilato sono da notare per angolo d’inquadratura usato, editing frenetico e senso del movimento che ne risulta. C’è, fra le righe della narrazione, anche un approccio di tematica lesbo con il rapporto tra la mascolina Ako e una ragazza della gang, e una scena in cui una delle ragazze catturata dai cattivoni di turno è torturata con il fuoco che in un certo qual modo anticipa i film più dichiaratamente violenti che Hasebe dirigerà negli anni Settanta3. Si diceva di Sex Hunter, sicuramente il film più conosciuto della serie (non necessariamente il migliore), che calato nella sua epoca affronta, o prova comunque a farlo, due temi abbastanza scottanti anche nel Giappone contemporaneo, i rapporti interrazziali all’interno della società nipponica e la dipendenza/ribellione verso l’invasore americano. Emblematico il fatto che gli Eagles, la gang di uomini che vanno a caccia di persone nate da un genitore non giapponese, (americano/a) chiamati haafu, usino per scorrazzare nella città le jeep militari tipiche dell’esercito degli Stati Uniti. Così come ha una forte valenza simbolica anche la scena in cui il boss della banda, Baron4, in un intenso flashback filtrato nella visione da una macchia di sangue cremisi impressa sullo schermo, ricorda il momento in cui da bambino ha visto sua sorella venire violentata proprio da un gruppo di haafu.
Il delirio da b-movie di Hasebe continua anche con Stray Cat Rock: Machine Animal (Nora-neko rokku: Mashin animaru) il terzo film da lui diretto (che è in realtà il quarto della serie), un plot dove LSD (le capsule prese a manciate!) e voglia di scappare dal Giappone si mischiano a scene musicali decisamente lunghe, inseguimenti quasi parodistici e brevissimi momenti di pura allucinazione visiva durante un droga party tanto improbabile quanto spettacolare. Ciò che ci piace di più nei tre episodi diretti da Hasebe è il suo tono pop, psichedelico di massa, le ambientazioni nelle discoteche dell’epoca, nei club, nelle strade di un Giappone ancora grezzo, le canzoncine leggere leggere, i colori fiammeggianti, il ritmo sostenuto e non ultima la varietà di giochetti in cui si sbizzarrisce: iris wipe, split screen, cambiamento improvviso dell’aspect ratio e altro ancora. Naturalmente sia gloria anche all’interpretazione e alla figura della Kaji5 che proprio in questi film lancia la sua immagine con il cappello a tesa larga che sarà poi ripresa nella serie Female Prisoner Scorpion (Sasori).
Con Stray Cat Rock: Wild Jumbo (Nora-neko rokku: Wairudo janbo)6 e Stray Cat Rock: Crazy Rider ’71 (Nora-neko rokku: Boso shudan ’71), entrambi diretti da Fujita, siamo su altri lidi rispetto ai tre lavori firmati Hasebe. Se il primo è senza dubbio il meno riuscito dei cinque, con il personaggio interpretato dalla Kaiji molto meno aggressivo e fatale e che si ricorda soprattutto per la scena in bikini, con Crazy Rider ’71 si vira verso un mondo hippy (o almeno una sua certa parodia). Le tematiche che si ritrovano sono più quelle dello scontro generazionale fra i padri, qui rappresentati in atteggiamento severo e vestiti con kimono, e i figli, fricchettoni, svampiti e un po’ flower generation, che girano infatti in bicicletta, mentre in Sex Hunter o in Delinquent Leader erano le moto e le jeep a farla da padrone. Dal punto di vita stilistico c’è un abisso fra la frenesia, lo spumeggiare dei colori pop, le scene lisergico/trash create da Hasebe e il ritmo più lento, le luci e i colori più tenui usati da Fujita. Qui c’è una storia (seppur non originalissima) che cerca di sviluppare dei temi, il già citato scontro fra generazioni in primis, dove invece nelle tre opere di Hasebe se ci sono delle tematiche anche interessanti, cadono comunque in secondo piano triturate da un plot che è più uno scherzo, un divertissement che altro, ma soprattutto dal gorgo visivo pop/kitsch che resta il vero protagonista della serie. Volti femminili, scenette comiche surreali, musiche d’antan, minigonne e cosce in bella vista e libertà, sprazzi di violenza, intermezzi quasi d’avanguardia, tecniche miste e una voglia matta di Hasebe e soci di divertirsi e far divertire con il mezzo cinematografico. Quelle di quest’ultimo sono opere ondivaghe, a lampi di pura genialità si alternano dei cali e delle gratuità che comunque e paradossalmente creano quello stile unico e riconoscibile in bilico fra b-movie, pop art ed exploitation movie che ce lo fanno tanto amare.





Lady Snowblood
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