Lady Snowblood

Lady Snowblood

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Per oltre un trentennio Lady Snowblood è rimasto praticamente sconosciuto al mondo cinefilo occidentale. Il merito della sua riscoperta (comunque tardiva) va a Quentin Tarantino, che omaggiò in lungo e in largo il film di Toshiya Fujita nel primo capitolo di Kill Bill. Si è dunque potuto attribuire il giusto valore a un’opera che mescola il popolare alle forme dell’avanguardia, muovendosi continuamente sul confine che divide il cinema dalle altre arti, a partire dalla grafica del fumetto.

Shura no hana

Giappone, settimo anno dell’Era Meiji (1874): in una prigione di Tokyo una donna partorisce una bambina e muore dopo il travaglio. Prima di morire, la donna definisce la piccola, chiamata Yuki, una “bambina degli inferi” e sostiene che è nata per la vendetta. [sinossi]

Può un film finire del dimenticatoio, snobbato anche da chi una determinata cinematografia dovrebbe conoscerla, condividerla e diffonderla, per poi apparire quasi dal nulla e divenire un oggetto di culto cinefilo dopo un trentennio solo ed esclusivamente perché omaggiato all’interno di un altro film? La domanda di fatto è retorica, e la risposta dunque è sì, visto che è proprio quello che è accaduto a Lady Snowblood (in originale 修羅雪姫, traslitterato in Shurayukihime), film prodotto nel 1973 e riapparso dai recessi sgabuzzini nei quali era stato rinchiuso tra il 2004 e il 2005 dopo che Quentin Tarantino aveva inserito nel primo capitolo di Kill Bill la canzone Shura no hana, ribattezzata per l’occasione Flower of Carnage. Un brano giapponese intonato dalla bella e candida voce di Meiko Kaji, che irrompe in scena nel film di Tarantino dopo il combattimento nel giardino giapponese innevato tra Beatrix Kiddo e O-Ren Ishii, e che rubò il cuore della stragrande maggioranza degli spettatori. Spettatori ignari non solo della provenienza del brano, ma anche del fatto che Lady Snowblood potesse essere qualcosa di più di un “semplice” intrattenimento popolare. Dopotutto il nome del regista, Toshiya Fujita, non diceva molto allora e non dice molto neanche oggi a chi non avesse una conoscenza approfondita del cinema giapponese, dei suoi sviluppi produttivi e della sua ramificata storia. Tra i registi di punta del fenomeno tutto Nikkatsu del “Roman Porno”, Fujita deve la sua fama, oltre che alla storia della ragazza generata con l’unico scopo di vendicare la madre e la morte dei di lei marito e figlio, all’ottimo e altrettanto dimenticato Kaerarazu hibi (帰らざる日々, traducibile come “Giorni che non ritornano mai”), che sul finire degli anni Settanta furoreggiò nelle classifiche nipponiche di fine anno. Anche attore in due opere totali e a loro modo avanguardiste come Tampopo di Jūzō Itami e Zigeunerweisen di Seijun Suzuki, Fujita – che era nato a Pyongyang, in Corea, quando la nazione era ancora sotto il giogo giapponese – morì nel 1997, sessantacinquenne, uscendo con la rapidità di un tappo di spumante dalla memoria del popolo cinefilo, sia tra gli appassionati che tra gli addetti ai lavori. Con lui vennero dimenticati i suoi film, a partire ovviamente da Lady Snowblood.

A distanza potrà sembrare bizzarro che un lavoro denso di senso, significato, lavoro sulla forma e sul contenuto, sia di fatto stato ignorato nonostante facesse parte di un mondo come quello giapponese che proprio negli anni Settanta e Ottanta risvegliava curiosità accademiche e critiche particolari. Eppure tutti coloro che nel 2005 parteciparono alla proiezione serale del film di Fujita nella splendida sala del Teatro Nuovo Giovanni da Udine durante le giornate del Far East Film Festival non potranno che confermare un generale senso di spaesamento, paragonabile alla meraviglia provata dagli archeologi quando si trovano a tu per tu d’improvviso con manufatti antichi di cui nessuno vagheggiava l’esistenza. Ospitato a Udine proprio in virtù della sua stretta relazione con Kill Bill (sulla quale si tornerà in maniera maggiormente articolata tra poco), Lady Snowblood lasciò a bocca aperta gli spettatori e gli accreditati, anche grazie alla splendida copia restaurata in 35mm – con l’unica pecca dei sottotitoli in tedesco, che costrinsero quasi tutti a ricorrere alla traduzione simultanea in cuffia.
A un primo sguardo ciò che risulta immediatamente evidente è come Kill Bill non abbia “approfittato” solo della bella traccia sonora. Il film di Tarantino, pur desunto da un manga e vagamente ispirato anche a La sposa in nero di François Truffaut, riprende dal gioiello di Fujita sia la suddivisione in capitoli – qui sono quattro, dai titoli a dir poco evocativi: “La vendetta lega amore e odio”, “Bambole piangenti di bambù degli inferi”, “Ombrello di sangue, cuore di fiori”, “La casa delle gioie, l’ultimo inferno” –, sia il tema portante della vendetta femminile. Un tema che nel film di Fujita viene reso ancor più stratificato, perché la protagonista Yuki Kashima (a donarle corpo e voce sempre Meiko Kaji, idola dei territori sonori dell’enka e attrice anche nella serie di film Stray Cat Rock e per Kinji Fukasaku in Yakuza Graveyard) non ha nulla di personale da vendicare, ma è stata messa al mondo dalla madre – che si è fatta ingravidare a quest’unico scopo – proprio per soddisfare la sua di vendetta, visto che le erano stati uccisi sia il marito che il figlioletto adorato.

Al di là dei contatti tematici Tarantino non rinuncia a far sue anche alcune intuizioni brillanti di Fujita, a partire dalla presentazione dei villain con freeze frame e nome scritto sullo schermo, fino a flashback pensati in forma grafica: l’infanzia di O-Ren Ishii verrà trasformata in un anime, mentre Fujita preferisce ricorrere al disegno puro e semplice. Se poi si aggiunge un combattimento in kimono sotto la neve e l’inquadratura dal basso, in soggettiva della vittima, dei carnefici – proprio come nel caso dei membri delle Vipere Mortali viste dalla prospettiva della Sposa nel film di Tarantino – si percepisce non solo la notoria cinefilia del regista statunitense, ma anche le ben espresse ambizioni di Fujita. Senza rinunciare ai passaggi obbligati della narrazione popolare (dopotutto la letteratura giapponese del Novecento non può prescindere da un testo dalla fortissima impronta popolare quale Musashi di Eiji Yoshikawa) Fujita dissemina il film di cortocircuiti, minandone le fondamenta per trovare vie d’uscita in campi dell’immaginario all’apparenza distanti tra loro, se non direttamente agli antipodi. Apparentemente rigoroso ma aperto a squarci d’anarchico furore che squadernano il tutto, Lady Snowblood sviluppa anche un’interessante lettura politica.
L’ambientazione, nei primi anni della Restaurazione Meiji, non è infatti casuale. Se da un lato il ritorno all’impero dopo i lunghi secolo di shogunato apre le porte del Giappone all’occidente, meticciandone la cultura – con tutti i pro e i contro che ciò porta con sé –, dall’altro il 1874 in cui si svolgono i fatti principali della pellicola è anche uno degli anni di maggior rivendicazione femminile di diritti negati al genere. Le prime forme di femminismo nipponico vengono alla luce, ed è estremamente significativo che Fujita le rappresenti senza metterle pedissequamente in scena ma ricorrendo a un’eroina imbattibile, che fa sfregio di maschi di ogni ordine e grado, dai capi politici ai samurai, dagli anziani malati agli stupratori. La mattanza di Yuki è una vendetta per tutto il genere a cui appartiene, ed è un monito estremo verso la società: o si cambia o si muore. Non c’è una terza via, non è prevista. Pregno del romanticismo melodrammatico tipico di un determinato segmento della produzione giapponese Lady Snowblood è un’opera eternamente moderna, sempre fertile, sanguinante e dolorosamente pronta al martirio.

Info
Shura no hana, la canzone scritta per il film e cantata da Meiko Kaji, su Youtube.

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