Into Paradiso

Into Paradiso

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Immigrazione, convivenza, collusione fra vita politica e attività mafiosa: sono questi gli ingredienti di base di Into Paradiso, spigliato esordio registico firmato da Paola Randi.

Tre sotto un tetto

Storia tragicomica dell’amicizia tra uno scienziato napoletano che ha appena perso il lavoro e un ex campione di cricket srilankese. I due si ritrovano costretti a condividere una piccola casa abusiva su un tetto, nel coloratissimo quartiere srilankese di Napoli… [sinossi]

Immigrazione, convivenza, collusione fra vita politica e attività mafiosa: sono questi gli ingredienti di base per uno spigliato esordio registico firmato da Paola Randi, giovane autrice suggestionata dall’incredibile vitalità e multietnicità di una città, Napoli, che sullo schermo sembra troppo spesso relegata a fare da scenario a storie che non ne analizzano la poliedricità umana. Con arguzia Into Paradiso – presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Controcampo Italiano – dà vita a un ritratto vivace, autentico perfino nelle sue rappresentazioni più parossistiche: una commedia furba, che si colloca nel piano della nuova produzione “di nicchia” del cinema italiano “leggero” lontano dalle produzioni mainstream e che racconta la contemporaneità sottolineando gli aspetti più ironici e talora grotteschi della convivenza umana.

Alfonso è uno scienziato: quando viene licenziato dal laboratorio dove effettua le proprie ricerche un amico gli consiglia di rivolgersi a Vincenzo Cacace, politico in ascesa, per una raccomandazione. Gayan proviene dallo Sri Lanka, dove vanta un passato da campione di cricket: giunto a Napoli convinto di dare una svolta positiva alla sua vita da ex stella dello sport, si renderà presto conto che per integrarsi nella colorata comunità napoletana dovrà scendere a compromessi con se stesso.

Il “ribaltamento di prospettiva” è la chiave interpretativa che guida Paola Randi nello sviluppo della storia: a dispetto dell’ormai classico schema dell’integrazione di uno straniero in una comunità “autoctona”, Into Paradiso propone una multi-integrazione a binari incrociati che interessa tre individui profondamente differenti per radici culturali e sociali, costretti a condividere il proprio tempo e le proprie esperienze in uno spazio ridotto. È questo il senso che attribuisce la regista all’espressione “coabitazione forzata”: la Randi sottolinea l’importanza di un confronto che valichi le barricate del “diverso” senza annullare le discrepanze e le dissomiglianze, ma esaltando l’accostamento delle diverse tradizioni nel rispetto delle reciproche identità. Into Paradiso si muove quindi in quel territorio che si colloca fra la tolleranza e l’indifferenza, là dove spesso si annida nel linguaggio artistico il tarlo dello stereotipo fin troppo spesso presente nelle opere che affrontano la complessa tematica del confronto culturale.

Il primo passo nella decostruzione del “modello di rappresentazione” si instaura nell’eliminazione del sentimentalismo dalla materia trattata: Paola Randi si affida a una metafora organica per descrivere la laboriosità delle relazioni umane, rifacendosi al modello della comunicazione cellulare. Il concetto di esistenza e di posizione nonché l’universalità che sta alla base delle cellule, unità di base di ogni organismo, ben si confanno allo stile e all’approccio che la regista ha scelto di conferire al proprio lavoro.
Into Paradiso è un esordio originale e spiritoso, che si protegge dallo scontro con lo stereotipo grazie al contropiede dell’ironia: il traguardo prefissato dalla regista è proprio quello di raccontare con piglio spensierato la realtà multietnica di una metropoli contemporanea, rappresentata fuori dalle vedute “da cartolina”. Il capoluogo partenopeo filtrato attraverso la macchina da presa si presenta come una colorata ragnatela di scorci, tendenzialmente “astratta”, estranea per quando possibile ai cliché: la Randi cercava una lettura di Napoli che si snodasse aldilà dei limiti della retorica ed è in questa direzione che la regista si è adoperata nella ricerca di location “atipiche” (dal quartiere srilankese fra il Rione Sanità e i Quartieri Spagnoli allo splendido covo del mafioso locale, il suggestivo supermercato dismesso dell’ex base NATO).

Il rapporto con il surreale incarna un dato cruciale nello sviluppo della pellicola, che fa della contaminazione estetica un proprio dato distintivo: è facile infatti riconoscere nelle scelte visive della regista le eco dell’universo del videoclip (ad esempio i titoli di coda) e la Randi talvolta pare ammiccare – sia pure senza intellettualismi – a firme e paragoni davvero illustri (Gondry sembrerebbe aver decisamente lasciato il proprio segno nell’immaginario della regista). In questo senso acquistano valore le dichiarazione dell’autrice relativamente al proprio interessamento nei confronti dell’universalità dell’esperienza della memoria intuitiva, il processo creativo che sta alla base del sogno ad occhi aperti: non è casuale che nel corso del film trovino spazio parentesi nelle quali si passa dalla situazione di decontestualizzazione pura (la sequenza del dialogo con la polizia) all’utilizzo di effetti in ripresa (nell’interazione fra Alfonso e i personaggi che popolano la sua memoria) fino ad approdare all’esemplificazione del “sogno esotico” che sdrammatizza il carattere della love-story. “Il sogno a occhi aperti è la forma primaria della creazione” sostiene la Randi, che cerca nella libertà espressiva propria dell’attività onirica il simbolo della crucialità delle scelte dell’individuo.

L’approccio estetico della pellicola tradisce solo in parte la dimensione profondamente teatrale che fa da substrato alla pellicola: Into Paradiso sfrutta la limitatezza del campo d’azione dei personaggi per sviluppare dinamiche “da palcoscenico” fra i personaggi, lavorando con attenzione alla scrittura e alla resa dei dialoghi fra i protagonisti e la tenuta formale degli avvenimenti. Sfruttando un cast estremamente eterogeneo che mescola volti noti dello schermo (Gianfelice Imparato, Peppe Servillo) a esordienti (Saman Anthony – al suo primo ruolo in Italia – , Eloma Ran Janz, Shatzi Mosca), Paola Randi costruisce un raffinato castello di relazioni umane, sorrette dalla solida condivisione di esperienze e suggestioni personali intessute allo script, frutto della stretta collaborazione fra gli attori e gli sceneggiatori. Il progetto di Into Paradiso viene quindi descritto dalla regista come un prodotto arricchitosi in itinere, amalgamando le informazioni ricavate nei quattro mesi di ricerca a Napoli a dati del vissuto partenopeo nella comunità srilankese.

Commedia ben lontana dalla presunzione di voler riscrivere il genere, Into Paradiso ne asseconda i tratti caratteristici puntando però all’atipicità: in questo senso talvolta il film pare perdere la messa a fuoco dei propri obiettivi, perdendo in efficacia. La scrittura solida e dialoghi ben scritti rappresentano una stabile  àncora per l’opera, che predilige uno schema lineare dove ogni elemento appare congeniale all’assecondamento dei dati della storia (ne sono un lampante esempio le musiche composte da Fausto Mesolella , che giocano sul tema della contaminazione sonora e della “simulazione” dell’esotico).
Con tutte le giustificabili incertezze di un esordio, Into Paradiso è un progetto interessante, magari non propriamente costante nel proprio sviluppo espressivo, ma senz’altro abile nell’amalgamare elementi formalmente differenti trasformandoli in un tutt’uno solo relativamente omogeneo – in perfetta armonia quindi con il sottotesto sociale narrativo della vicenda. Paola Randi firma un ritratto metropolitano originale, lavorando sul materiale partenopeo autentico per trarne una Napoli nuova, immaginaria ma realistica: sullo schermo prende forma una lettura accattivante della socialità multietnica penalizzata da un’aritmicità di fondo che rende meno fluida del previsto la fruizione.

Info
Il trailer di Into paradiso.
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