The Devil’s Double
di Lee Tamahori
The Devil’s Double si articola partendo dall’avventurosa autobiografia di Latif Yahia, che visse come sosia del figlio di Saddam Hussein. Lee Tamahori però si perde dietro una messa in scena zoppicante, e ancor più una narrazione del tutto priva di senso e gusto, che scivola ben presto nel ridicolo involontario.
Amici per (doppio) gioco
La vera storia di Latif Yahia, scrittore e avvocato iracheno che a ventitré anni, dopo aver combattuto nel conflitto con l’Iran, viene scelto come sosia del figlio di Saddam Hussain, Uday. Il racconto della sua incredibile vita, a stretto contatto con uno dei personaggi più controversi della storia recente. [sinossi]
Quando l’allora quarantaquattrenne Lee Tamahori esordì alla regia, nel 1994, con l’ottimo Once Were Warriors, in molti divinarono una carriera luminosa per colui che fu subito inserito in quella stretta cerchia di autori della new wave neozelandese capitanata da Peter Jackson: a distanza di poco meno di venti anni da quei giorni, la visione retrospettiva dell’opera di Tamahori non può non lasciare delusi. Già l’esordio hollywoodiano, Scomodi omicidi (1996), aveva instillato dubbi, purtroppo destinati a confermarsi film dopo film, fino al recente Next (2007). Eppure nulla di tutto ciò poteva far presagire la rovinosa caduta cui sarebbe andato incontro Tamahori con The Devil’s Double.
Il progetto di partenza, l’avventurosa autobiografia di Latif Yahia, che visse un periodo della sua vita come sosia del figlio di Saddam Hussain, Uday, noto per la crudezza con cui gestiva il proprio potere, aveva senza dubbio delle potenzialità notevoli. In un paese come l’Iraq, ancora vittima di una logorante lotta contro il supposto “liberatore” statunitense, portare in scena la vita di Uday Hussain comportava giocoforza l’accettazione di una serie di responsabilità etiche, politiche e sociali. Responsabilità che Tamahori elude bellamente, e senza troppi fronzoli: il suo The Devil’s Double è null’altro che una rozza propaganda anti-irachena, mascherata dietro la squallida facciata di una reprimenda contro la dittatura. Difficile restare impassibili di fronte alle scellerate libertà che il film si prende, a partire dalla scelta (piuttosto opinabile) di far parlare in inglese tutti i suoi protagonisti, optando per un marcato accento “mediorientale” per i non madrelingua. Il risultato è un guazzabuglio che sembra riportare alla mente l’odiosa cantilena messa in bocca agli attori di colore in Via col vento. Ma i problemi del film di Tamahori non si fermano certo qui: la completa mancanza di sfaccettature dei personaggi portati alla ribalta delineano fin troppo chiaramente un contesto in cui il chiaroscuro è negato fin nella sua stessa essenza. In The Devil’s Double i buoni sono puri e coraggiosi, pronti ad affrontare qualsiasi prova per il bene di coloro che amano; i cattivi, per contrasto, sono colmi di un’ottusa crudeltà che non guarda in faccia a nessuno. Il delirio di onnipotenza di Uday, interpretato (come d’altronde Latif) da un Dominic Cooper tutto mossette e roteare d’occhi, si risolve in un accumulo di sequenze ai limiti del grottesco: si prenda ad esempio la discoteca in cui tutte le donne sono costrette a denudarsi per compiacerlo, o lo sventramento di un amico del padre. Non si sta qui confutando né confermando la “verità” di aneddoti di questo tipo, ma piuttosto la loro “credibilità” cinematografica: è troppo semplice nascondere la testa dietro la parete del vero per riuscire realmente a cogliere la realtà che si vorrebbe descrivere. L’Iraq di The Devil’s Double lascia l’impressione di una pantomima calcolata e chiazzata di razzismo intellettuale, in cui dispiace vedere annegare anche la (altrove) brava Ludovine Sagnier, alla quale viene regalata la sequenza più scult dell’intero film: andando a trovare in ospedale l’amato Latif (lei, che è accompagnatrice di Uday), è costretta per riconoscerlo a misurare manualmente la lunghezza del suo pene.
Dimostrazione di un’operazione retriva e fastidiosa, povera concettualmente ed esteticamente – la messa in scena non si discosta quasi mai da una meccanica sequela di primi piani, totali e piani americani – alla quale appare francamente arduo riuscire a trovare una giustificazione. Perché in tutta franchezza ridurre il senso di venti anni e passa di travagliata storia di una nazione a un cocainomane dallo sguardo spiritato che urla a squarciagola “i love my father, i love my mother, i love my country too… but, above all, i love cunts. Cunts, cunts, cunts!”, lascia davvero imbarazzati. Sia nella realtà che nella finzione.
ps. Una (del tutto relativa) nota di merito va alla scelta dei brani inseriti nella colonna sonora, dai Frankie Goes to Hollywood ai Dead or Alive.
Info
The Devil’s Double sul sito della Berlinale.
- Genere: action, drammatico, thriller
- Titolo originale: The Devil's Double
- Paese/Anno: Belgio | 2011
- Regia: Lee Tamahori
- Sceneggiatura: Michael Thomas
- Fotografia: Sam McCurdy
- Montaggio: Luis Carballar
- Interpreti: Dar Salim, Dominic Cooper, Khalid Laith, Ludivine Sagnier, Mimoun Oaissa, Nasser Memarzia, Philip Quast, Raad Rawi, Stewart Scudamore
- Colonna sonora: Christian Henson
- Produzione: Corrida Media Corporation, Corsan
- Durata: 108'



Berlinale 2011 – Presentazione