Il castello

Presentato in concorso nella sezione Italiana Doc del Torino Film Festival 2011, Il castello cattura e restituisce una radiografia impietosa di un macro-ambiente che invece di dare il benvenuto, ospitare momentaneamente per poi dare l’arrivederci, ha la capacità di trasformarsi persino in un posto spaventoso dal quale si vuole fuggire il prima possibile. Malpensa assume così le sembianze di un teatro degli orrori, dove giornalmente si oltrepassa la sottile linea che separa quello che si può da quello che non si può fare.

Come volano le stagioni

Un anno dentro l’aeroporto di Malpensa: un luogo in cui la burocrazia, le procedure e il controllo mettono a dura prova la libertà degli individui, degli animali e delle merci che lo transitano. Qui si sperimentano le nuove forme di controllo: un laboratorio permanente sulla sicurezza. Il castello è un film d’osservazione: il ritratto di una frontiera attraverso le quattro stagioni… [sinossi]

Il titolo di kafkiana memoria è già di per sé una precisa dichiarazione d’intenti di un documentario che fisicamente e astrattamente, come accade appunto nel celebre romanzo dello scrittore boemo (ma anche nella stragrande maggioranza dei suoi romanzi o novelle: da America a Il processo, da Metamorfosi a le Lettere a Milena), offre al fruitore di turno un’allucinante testimonianza della situazione dell’uomo contemporaneo, isolato e prigioniero in un universo che gli rimane incomprensibile.

Il castello di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti è un viaggio sorprendente e affascinante, ma allo stesso tempo ansiogeno e inquietante, nei meandri alienanti e claustrali di un non-luogo, ma anche uno studio antropologico sulla fauna che lo vive e lo attraversa senza lasciare tracce. Il risultato testimonia, ritrae e cattura in silenzio, con meticolosa e lucida attenzione, spaccati di vita sospesi in una dimensione spazio-temporale segnata dallo scorrere impietoso delle stagioni e circoscritto da pareti anonime e da recisioni che si scorgono solo in lontananza oltre la fitta nebbia che avvolge tutto e tutti, ossia lo scalo milanese di Malpensa e la gente che per lavoro e per viaggio vi transita quotidianamente. E quello che colpisce maggiormente di quest’opera è proprio la trasfigurazione e la destrutturazione di un luogo di passaggio in una sorta di fortezza eretta a difesa di qualcosa o di qualcuno, nelle cui stanze asettiche e spoglie o nei lunghi corridoi prospettici brulicano, attendono e fluiscono identità a noi sconosciute e oggetti provenienti da chi sa dove per destinazioni imprecisate. Questo diviene possibile con l’attenta e chirurgica osservazione degli eventi e delle persone, quella che spiata a distanza senza alcuna interferenza e con grandissima sagacia tecnica riesce a mettere in atto la coppia di registi, che abbandona volutamente la più facile struttura a interviste a favore di un scheletro anti-narrativo che si alimenta di gesti, azioni, sguardi, rituali, ma soprattutto di interminabili momenti di stasi.

Presentato in concorso nella sezione Italiana Doc alla 29esima edizione del Torino Film Festival e all’ultima della kermesse canadese di Hotdocs, Il castello cattura e restituisce con verdi e grigi dominanti, oltre alla presenza immancabile della luce dei neon, una radiografia impietosa di un macro-ambiente che invece di dare il benvenuto, ospitare momentaneamente per poi dare l’arrivederci, ha la capacità di trasformarsi persino in un posto spaventoso dal quale si vuole fuggire il prima possibile. Malpensa assume così le sembianze di un teatro degli orrori, dove giornalmente si oltrepassa la sottile linea che separa quello che si può da quello che non si può fare, quella delicata frontiera che non riesce a stabilire quando per motivi di sicurezza collettiva si può violare la libertà personale e la privacy di un cittadino del Mondo prima che di un passeggero. In tal senso, Il castello solleva pesanti interrogativi senza giudicare, lasciando alla platea il compito di farlo. Da questo punto di vista le scene del primo dei quattro capitoli del film, che mostrano i controlli sui passeggeri sospetti, sono una perfetta cartina tornasole della volontà dei due registi di documentare senza schierarsi.

Il tutto si consuma dentro e fuori da quattro mura che non sono mai le stesse (piste di decollo e atterraggio, sale d’attesta, check in, stanze di controllo e doganali, toilette, torre di controllo, ecc..), in un fluire imprevedibile di sentimenti che spaziano a random in un catalogo che dispensa paure, sospiri, sospetti fondati e non, tensioni latenti e manifeste. Il castello diviene così il più angosciante degli horror metafisici e psicologici; e noi lì, presenti e onniscienti a guardare attraverso l’occhio della videocamera che si fa invisibile (potentissima nel capitolo invernale la scena del ritrovamento degli ovuli di coca nella pancia di un ventitreenne paraguaiano dopo le lastre, seguito da un angosciante interrogatorio) oppure strumento di pedinamento di persone che degli ambienti dell’aeroporto lombardo hanno fatto la propria abitazione (il capitolo estivo è incentrato proprio su una signora senza nome che lì ci vive da chi sa quanto e ancora per quanto, che riporta alla mente il Viktor Navaroski di The Terminal, turista di Krakozhia, fittizio statarello eurocaucasico, rimasto imprigionato all’aeroporto JFK di New York mentre nel suo paese è scoppiata la guerra civile). D’Anolfi e Parenti portano sullo schermo una sorta di instant movie congelato nel tempo e nello spazio, attraverso quadri fissi e lenti piani sequenza che registrano chirurgicamente l’attimo. Una regia funzionale e mai invasiva che immerge e guida lo spettatore in spazi e luoghi inediti, dimostrando di fatto un grande gusto estetico nella scelta e nella composizione dell’immagine.

Info
Il trailer de Il castello.
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