Adisa o la storia dei mille anni

Adisa o la storia dei mille anni

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A otto anni di distanza dalla sua realizzazione raggiunge le sale italiane Adisa o la storia dei mille anni, con cui il fiorentino Massimo D’Orzi indaga dall’interno la comunità rom della Bosnia Erzegovina.

Cuore zingaro

La storia di un viaggio nello spazio e nel tempo. La storia di un viaggio fra le comunità Rom della Bosnia ed Erzegovina che, iniziata con l’obiettivo di documentare il presente, ha finito per assumere i caratteri di un film storico. [sinossi]

Parte da un desiderio di conoscenza il progetto del fiorentino Massimo D’Orzi, che nel 2004 realizza la sua indagine all’interno di una comunità rom della Bosnia Erzegovina per vedere cosa ne era stato degli zingari della ex-Jugoslavia dopo le devastazioni provocate dalla guerra civile. Senza sapere neppure se e dove li avrebbe trovati, senza una bozza di sceneggiatura né alcuna idea precostituita, il regista si mette in viaggio con un equipaggiamento “leggero” assieme a Stefano D’Amadio e Francesco Lomastro che lo affiancano come troupe e con Jasmin Sejdic, che funge loro da guida e da interprete.
Da questo viaggio D’Orzi torna a casa con trenta ore di materiale girato e, insieme a quelle immagini, anche molte suggestioni. Ne nasce un racconto in soggettiva diviso in una sorta di “trittico”, fatto di volti, di gesti e di porzioni di tempo di cui l’autore è semplice testimone. Lontano da quell’oggettività distaccata tipica del documentario classico, ma soprattutto da una ricostruzione “caratterizzata” dell’universo gitano così come siamo abituati a vedere nei film di Emir Kusturica o di Tony Gatlif, scivoliamo in un mondo che è completamente estraneo al nostro modo di vivere e di pensare, in cui non siamo invitati ad entrare ma al fianco del quale possiamo soffermarci per un tempo sufficiente a subirne il fascino e ad ammirarne il mistero. Come leggiamo in una sorta di incipit in cui si dichiarano gli intenti del documentario, “quelle che vedrete sono solo immagini, gli zingari per noi sono sempre stata un’immagine indefinita, sospesa tra terrore e poesia. E così abbiamo seguito le immagini e il movimento, senza capire, perché gli zingari senza le immagini e il movimento muoiono”.

Primi piani, gesti, ombre, il calore del fuoco sono i connotati di questo affresco notturno che acquista un senso ancora maggiore se accostato al precedente lavoro del regista, La rosa più bella del nostro giardino: trenta minuti messi insieme al ritorno dal suo precedente viaggio in quei luoghi avvenuto nel 1996 all’indomani della guerra, e in cui la sensazione di dolore era testimoniata da una lunga sequenza di strade, case ed edifici distrutti. In Adisa o la storia dei mille anni, l’autore recupera l’identità di una gente, i corpi e la fisicità che erano rimasti in precedenza al di fuori della sua indagine. Quei volti così espressivi, come quello della piccola Adisa, portano in sé il viaggio compiuto per mille anni da un popolo difficile da definire, partito dall’India in un tempo lontano e da allora in perenne movimento, senza patria, né bandiera, né Dio. Un popolo estraneo alla violenza eppure da sempre perseguitato in quanto “diverso”, irrazionale e contraddittorio. Contraddittorio quanto ci appaiono talvolta i rom kaloperi fotografati da D’Orzi che, a differenza dei rom cergasi, pur mantenendo una dimensione di nomadismo dell’anima e vivendo secondo le tradizioni della loro comunità, abitano case e mandano i figli a scuola, vivendo in un auto-isolamento che sta a metà strada tra la protezione e la vergogna.
Il linguaggio utilizzato dal regista rispetta efficacemente questa “estraneità” rappresentando un’idea di spazio e di tempo difficilmente definibili o misurabili secondo i nostri schemi. La macchina da presa si sofferma sulla vita in comunità e sui personaggi facendoci sentire il passare del tempo tra parole, ricordi, musica e racconti. Spiace però che non si sia scelto di insistere, dimostrando maggiore coerenza e coraggio, su questo tipo di narrazione, che avrebbe consentito di approdare alla realizzazione di un’opera particolarmente originale e di sicuro impatto emotivo. Fermandosi invece a metà strada, senza rinunciare ad esempio all’intervento dell’interprete che funge da mediatore intervistando alcuni dei protagonisti, provocandone talvolta le risposte o suggerendo una chiave di lettura allo spettatore, resta l’impressione che le sole immagini non siano sufficienti a “sfondare”, contenendo in sé una carica visiva insufficiente per poter risultare all’altezza degli intenti dichiarati. Seppure il racconto non risulti mai didascalico, infatti, ci si affida ancora un po’ troppo alla parola “detta”, andando quindi in direzione opposta e inficiando l’efficacia del racconto per immagini. Vale in ogni caso la pena di approfittare della prossima uscita sugli schermi italiani, a otto anni di distanza dalla sua realizzazione, in occasione dell’uscita del cofanetto (libro DVD) “Adisa o la storia dei mille anni. Un viaggio emozionante nel misterioso popolo Rom della Bosnia Erzegovina”, edito da Infinito Edizioni. Una visione in grado di avvicinarci al “diverso” secondo uno sguardo di tipo antropologico. Suggerimenti a parte.

Info
Adisa o la storia dei mille anni, il trailer.

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