Moby Dick

Moby Dick

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Adrenalinico negli inseguimenti, con doverosa citazione per la sequenza dell’incidente automobilistico, Moby Dick imbocca la strada più sicura, quella più battuta. Una scelta probabilmente inevitabile per un’opera prima confezionata per il grande pubblico, ma che sembra limitare buona parte delle produzioni coreane delle ultime stagioni, impeccabili nella confezione ma prive dell’ispirazione (o coraggio) dei primi anni della New Wave.

Pesci piccoli

Una task force guidata dal reporter Lee Bang-woo indaga su un’autobomba a Seoul basandosi sull’istinto e sui documenti top secret forniti da un misterioso amico del giornalista. Tutto porta a pensare che si tratti di una cospirazione guidata da una potente e invisibile organizzazione che mira a destabilizzare la nazione… [sinossi – programma Far East 2012]

Col cinema coreano si rischia di essere ripetitivi, di girare attorno ai soliti concetti, almeno negli ultimi tredici-quattordici anni: sceneggiature solide, elevato livello tecnico, buoni budget, cast di talento, dai protagonisti fino all’ultima delle comparse, e via discorrendo. Ma in fin dei conti è proprio questo il segreto della New Wave coreana: dal 1998/99 l’industria cinematografica della Corea del Sud è cresciuta in maniera esponenziale per alcune stagioni, stabilizzandosi successivamente su uno standard produttivo/qualitativo che ruota attorno alla solidità delle sceneggiature e a una messa in scena spesso impeccabile. E con Moby Dick, opera prima di Park In-jae, ennesimo regista esordiente da tenere d’occhio, il discorso non cambia, a partire dal cast: con un protagonista come Hwang Jeong-min (il reporter Lee Bang-woo) e un comprimario con lo spessore di Kim Sang-ho (il giornalista Son jin-gi) tutto sembra più facile [1].

Prodotto che calza a pennello nella selezione della quattordicesima edizione del Far East Film Festival di Udine, Moby Dick è un blockbuster che cerca forse con troppa insistenza di mediare tra tensione drammatica e siparietti da commedia, finendo per rendere meno efficace uno script complesso e a larghi tratti ambizioso. Si veda, ad esempio, l’efficace sequenza d’apertura, con l’inquadratura fissa (una telecamera a circuito chiuso) di un ponte e l’improvvisa e devastante esplosione: un incipit che funziona sia visivamente che narrativamente, suggerendo temi scottanti come la strategia della tensione, il controllo e la manipolazione della comunicazione e tutto quel che segue. In bilico tra State of Play e Tutti gli uomini del presidente, il film scritto e diretto da Park In-jae tende però a stemperare i toni, giocando con l’affiatato duo Hwang Jeong-min/Kim Sang-ho a fare il buddy movie giornalistico: manca probabilmente la volontà di affondare il coltello, di tratteggiare uno scenario troppo cupo. Ambientato nel 1994, significativo periodo storico per il popolo sudcoreano, che si era lasciato finalmente alle spalle la dittatura militare e che si apprestava ad affrontare la crisi economica del 1997, Moby Dick finisce per concedere ai propri eroi troppe chance contro un leviatano politico e militare. Generosità da box office o ottimismo politico?

Il retrogusto di occasione mancata viene comunque addolcito dalla godibile descrizione di un giornalismo che appare oramai preistorico, ancorato a carta e inchiostro e quasi incapace di venire a capo di password e obsoleti supporti magnetici. Giornalismo d’inchiesta, impegnato, coraggioso; e anche questo, ahinoi, sembra patrimonio di un tempo passato.
Adrenalinico negli inseguimenti, con doverosa citazione per la sequenza dell’incidente automobilistico, il film di Park In-jae imbocca la strada più sicura, quella più battuta. Una scelta probabilmente inevitabile per un’opera prima confezionata per il grande pubblico, ma che sembra limitare buona parte delle produzioni coreane delle ultime stagioni, impeccabili nella confezione ma prive dell’ispirazione (o coraggio) dei primi anni della New Wave.

Note
1. Di Hwang Jeong-min, non sempre fortunato nella scelta delle pellicole, ricordiamo quantomeno la struggente performance nel melodrammatico You Are My Sunshine (Neoneun nae unmyeong, 2005) di Park Jin-pyo, oltre ai ruoli nei più noti Shiri (1999), La moglie dell’avvocato (2003) e A Bittersweet Life (2005). Kim Sang-ho è presente al FEFF 14 anche con Punch, in un piccolo ma divertente ruolo; tra i suoi film The President’s Last Bang (2005) e Woochi (2009).
Info
Moby Dick sul sito del Far East.
Il trailer di Moby Dick.
Il sito ufficiale di Moby Dick.
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