Child of God

Child of God

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Vivificato dalla straordinaria interpretazione di Scott Haze, Child of God è la conferma del talento cristallino di James Franco, distante per ora dalle sirene corruttrici di Hollywood.

Lester Ballard è un giovane balordo e disadattato che vive ai margini della società da quando la casa e la terra di suo padre sono stati venduti. Violento per natura, talentuoso solo nell’uso del fucile, Ballard è incapace di qualsiasi relazione umana. Privato di tutto, lasciato in balìa del suo solo istinto violento, Ballard si trasforma in un serial killer necrofilo e stupratore… [sinossi]

Tra le traiettorie sempre più standardizzate del cinema “indie” statunitense, l’esperienza registica di James Franco si segnala come una delle poche dimostrazioni di devianza dalla prassi. Autore del tutto inadatto a essere recluso in vincoli critici troppo stretti e privi della necessaria libertà espressiva, Franco era approdato a Cannes non più di tre mesi e mezzo fa con As I Lay Dying, diaspora familiare negli Stati Uniti degli anni Trenta del secolo scorso orchestrata a partire da un romanzo di William Faulkner: l’opera, presentata all’interno della sezione Un Certain Regard, aveva provocato (nei non molti giornalisti e critici che avevano deciso di scriverne) un dibattito piuttosto acceso, dividendo il pubblico pressoché a metà tra detrattori e sostenitori.

Un destino che sembra riproporsi anche in queste giornate di Mostra al Lido di Venezia, isolotto lagunare che ha accolto il nuovo parto creativo dell’attore/produttore/sceneggiatore/regista, Child of God, stavolta desunto dalla penna di Cormac McCarthy. Un cinema che fa della letterarietà il proprio principale punto di partenza, dunque, come evidenziato in una messa in scena che si avvale non solo di una marcata suddivisione in capitoli (tre, per l’esattezza), ma anche di interi squarci del romanzo pronti a invadere lo schermo: eppure, allo stesso tempo, non si può non riconoscere a Franco una capacità innata nel glorificare il potere della visione. Come già in As I Lay Dying – appare davvero naturale considerare le due opere una sorta di dittico, sia per la derivazione dalla pagina scritta sia per la scelta di lavorare sulle distonie dell’America rurale – anche in Child of God non si abusa in nessun modo della parola, né si punta sulla classica logorrea di certi scenari più o meno indipendenti. In qualche modo il cinema di Franco può essere accostato a quello di Kelly Reichardt, a sua volta ben attenta a tenersi a debita distanza dal fascino perverso delle scenografie metropolitane, preferendo loro l’immersione nella natura più dura di una terra ancora non sfruttata dall’uomo.

Ed è proprio la terra il nervo centrale della riflessione di Franco: l’America si è distaccata dalla terra su cui vive, calpestandola senza capirla. Solo l’imbastardito Lester Ballard, reietto che se ne va in giro per i boschi con il fedele fucile perennemente sotto braccio, ha mantenuto in maniera palese la propria indole animale. Un’indole che lo esclude di fatto dalla società, trascinandolo in un vortice di follia sempre più estremo, al punto da uccidere le giovani del posto per poter sfogare sui cadaveri quell’istinto sessuale che il vivere civile gli ha inevitabilmente precluso, ma che allo stesso tempo lo rende subumano e übermensch allo stesso tempo. Quando gli uomini del paesotto decidono di mettere fine in maniera arbitraria alla vita di Lester, sorpassando senza remore la “giustizia”, cercano di farsi condurre nelle caverne in cui ha nascosto le sue innumerevoli vittime, senza però rendersi conto di mettersi così automaticamente in una posizione di svantaggio: perché Lester comprende la terra, la vive, la conosce, può gettarvisi dentro strisciando monco in un cubicolo di pietra senza spiragli d’aria per poi riemergere dal terreno, in un’iconografia degna di un horror ma con paradossali e involontari accostamenti a una celebre cover di un album di Francesco De Gregori. Di nuovo libero, alla faccia di tutto e di tutti, di nuovo pronto a riprendere il fucile sottobraccio. This land is my land, cantava dopotutto Woody Guthrie…

Vivificato dalla straordinaria interpretazione di Scott Haze, Child of God è la conferma di un talento cristallino, distante per ora dalle sirene corruttrici di Hollywood. Coraggioso, vitale, crudele senza mai essere innamorato della propria violenza – al contrario di altre opere viste in concorso, come Miss Violence di Alexandros Avranas – Child of God meriterebbe un riconoscimento ufficiale, che probabilmente non arriverà. Ma questa è una vecchia storia.

Info.
Il blog ufficiale di Child of God: childofgodfilm.wordpress.com
La pagina facebook: facebook.com/pages/Child-of-God
La pagina twitter: twitter.com/ChildOfGod_Film
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