As I Lay Dying

As I Lay Dying

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Nelle sequenze di As I Lay Dying si riesce ad avvertire il fremito che agita le acque del cinema di Terrence Malick e, per rimanere nell’alveo dell’indipendenza contemporanea, di Kelly Reichardt.

Odissea

Una famiglia di contadini poveri, i Bundren, veglia insieme ad alcuni vicini sugli ultimi momenti di vita di mamma Addie. Siamo nella contea di Yoknapatawpha, in piena estate. Morta Addie, il marito Anse e i cinque figli (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell e Vardaman) caricano la bara su un carro malconcio e partono per la lontana Jefferson, dove la donna era nata e dove desiderava essere sepolta. Questo viaggio carico di simboli archetipici e allegorie anche bibliche dura più di una settimana tra varie e tragicomiche peripezie. E sono proprio le difficoltà del viaggio e far esplodere i rancori che covano tra i membri della famiglia, ciascuno dei quali è prigioniero del proprio dramma privato e nasconde segreti e desideri più o meno inconfessabili… [sinossi]
Lui mi guarda. Non dice nulla;
mi guarda e basta, con quei suoi occhi strambi che fanno parlare la gente.
Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto oppure detto
o qualsiasi cosa quanto come ti guarda.
È come se ti fosse entrato dentro, in qualche maniera.
È come se in un modo o in un altro tu ti stia guardando
e guardando quello che fai con gli occhi di lui.
William Faulkner, Mentre morivo
A terra morente […] la faccia di cagna […] non ebbe il cuore,
mentre andavo nell’Ade, di chiudermi gli occhi
Omero, Odissea
Qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, la visione di As I Lay Dying permette di uscire dalla sala con una certezza incrollabile in più: a Hollywood non esiste al momento attore più libero, coraggioso e fieramente indipendente di James Franco. Chissà chi avrebbe mai potuto immaginare che il ragazzo dalla faccia pulita dapprima apparso in piccoli ruoli televisivi e cinematografici e quindi lanciato nell’empireo delle major grazie al ruolo di Harry Osborn nella trilogia di Sam Raimi dedicata a Spider-Man, avrebbe finito per marchiare a fuoco l’industria statunitense attraverso opere mai allineate, sempre orgogliosamente borderline, marginali, virulente e devastanti e al contempo cariche di una mestizia senza fine. Da Gus Van Sant a David Gordon Green, da Danny Boyle a Rob Epstein e Jeffrey Friedman, passando per Michel Gondry e Judd Apatow, Franco ha intrapreso un percorso ardimentoso e mai banale, culminato nell’ultimo anno grazie alle sue interpretazioni nel capolavoro post-tutto di Harmony Korine Spring Breakers e nell’eccellente Il grande e potente Oz di Sam Raimi.

Inevitabile che una figura del genere, così distante dalla prammatica attoriale hollywoodiana, decidesse di confrontarsi anche con la regia e la messa in scena: il suo esordio dietro la macchina da presa risale addirittura al 2005, quando partorì le due commedie Fool’s Good e The Ape. Da allora Franco si è dedicato spesso alla regia, partorendo cortometraggi, documentari e opere sulla lunga distanza, tra le quali vale la pena citare quantomeno i due biopic The Broken Tower, incentrato sul poeta neo-simbolista Hart Crane, e Sal, in cui si racconta la sfortunata esistenza dell’attore italo-americano Sal Mineo.

Dopo aver ricreato ex-novo una sequenza mai inclusa nel Cruising di William Friedkin nel breve lungometraggio Interior. Leather Bar. (co-diretto insieme a Travis Mathews e presentato all’ultima edizione della Berlinale), James Franco si confronta in As I Lay Dying con uno dei romanzi più importanti della letteratura statunitense del Novecento. Quando venne pubblicato, Mentre morivo – questo il titolo con cui si può reperire in vendita in Italia – andò incontro a un silenzio critico pressoché totale: l’allora trentaduenne William Faulkner non se ne crucciò più di tanto, visto che anche il precedente L’urlo e il furore aveva subito la stessa miserabile sorte. Nel racconto di un’America rurale a metà tra l’epos omerico e la dissacrazione perpetua di molti dei miti a stelle e strisce, Mentre morivo è stato compreso e apprezzato solo con il passare degli anni.
James Franco vi si approccia con notevole coraggio, ammorbidendo l’utilizzo perpetuo ed estenuante del monologo interiore e mescolandolo con altre forme tipiche dell’avanguardia cinematografica, dalla scelta dello split screen a particolari scelte cromatiche, merito anche della splendida fotografia messa a punto da Christina Voros, fedele sodale dell’attore e regista dai tempi di The Broken Tower. Animato dalla volontà di dare il proprio contributo alla costruzione del “grande romanzo americano”, Franco costruisce un viaggio simbolico e allo stesso tempo pervicace nella sua potenza terracea, materiale. Prendendo a due mani le viscere di una nazione perpetuamente alla ricerca del sogno a occhi aperti, Franco le restituisce una versione incubale, maestosa e puerile, naïf e sinceramente incredula. Negli occhi, nei gesti e nelle azioni dei cinque fratelli Bundren e di loro padre c’è tutta la meraviglia disillusa del vivere, la fatica dell’esistere, il senso di colpa di coloro che sono sopravvissuti. Sopravvissuti alla guerra, sopravvissuti alla crisi, sopravvissuti alla loro stessa genitrice, carne in putrefazione in un’odissea apparentemente senza fine.

Ellittico, dilatato e ondivago, il racconto per immagini architettato da James Franco possiede la levità di un flusso di coscienza minimale e poderosamente rarefatto. Nelle sequenze di As I Lay Dying si riesce ad avvertire il fremito che agita le acque del cinema di Terrence Malick e (per rimanere nell’alveo dell’indipendenza contemporanea) di Kelly Reichardt. Quello di Franco è un western fuori tempo massimo – l’ambientazione è negli anni Trenta del Ventesimo Secolo – in cui la wilderness non è solo rappresentata dalle oscure forze della natura, superiori e dissimili dall’uomo, ma anche dall’impossibilità dei rapporti interpersonali, dalla disgregazione di un’istituzione fallace come quella della famiglia, dall’imperante mistero che sovrasta ogni cosa rendendola fragile.
Opera a suo modo profondamente annichilente, As I Lay Dying è arricchita da un cast in stato di grazia, capitanato dallo stesso Franco e composto anche da Tim Blake Nelson (da antologia la sua espressione a bocca perennemente aperta), Logan Marshall-Green, Ahna O’Reilly, Jim Parrack, Beth Grant e il piccolo esordiente Brady Permenter. Collocato sulla Croisette in Un Certain Regard, avrebbe meritato una chance nella corsa alla Palma d’Oro. Ma l’impressione è che per il James Franco regista sia solo questione di tempo…

Info
Il canale Vimeo della RabbitBandini Productions, casa di produzione di As I Lay Dying.
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