Il grande e potente Oz

Il grande e potente Oz

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A differenza del deludente Alice in Wonderland di Burton, sempre prodotto da Joe Roth, Il grande e potente Oz riesce nell’operazione di aggiornamento tecnico, mantenendo un’apprezzabile coerenza estetica e giocando con le infinite potenzialità della CGI.

Oltre l’arcobaleno

Quando Oscar Diggs, illusionista di un piccolo circo, dalla discutibile etica, viene trasportato dal polveroso Kansas nel fantastico Regno di Oz, pensa di aver vinto alla lotteria: fama e fortuna a sua completa disposizione. Questo finché non incontra tre streghe, Theodora, Evanora e Glinda, non convinte che lui sia il grande mago che tutti credono. Coinvolto suo malgrado nei conflitti del Regno di Oz e dei suoi abitanti, Oscar deve capire chi è buono e chi è cattivo prima che sia troppo tardi. Grazie alle sue arti magiche e con un po’ di illusione, ingenuità e perfino stregoneria, Oscar si trasforma non solo nel grande e potente Mago di Oz ma anche in un uomo migliore… [sinossi]
Nessun posto è bello come casa mia.
Dorothy/Judy Garland, Il mago di Oz (1939)

Nella settimana della giornata internazionale della donna, ingombrante parentesi tra le trecentosessantaquattro feste annuali dell’uomo, il calendario delle uscite ci regala un accostamento solo apparentemente scellerato. Il grande e potente Oz di Sam Raimi e Spring Breakers di Harmony Korine, entrambi segnati da sgargianti cromatismi, ci trascinano in mondi oltre confine, sospesi nel tempo e nello spazio, terre di mezzo dove tutto sembra possibile. Luoghi/non-luoghi dove perdersi o rifugiarsi, dove mettersi alla prova. Due pellicole contraddistinte dalle presenze femminili, fanciulle ammaliatrici che segneranno nel bene o nel male il destino di due venditori di illusioni, affidati alla verve interpretativa di James Franco. E Dorothy/Judy Garland, in fin dei conti, sarebbe oggi tanto diversa da Faith/Selena Gomez?

Un altro accostamento. Banale e inevitabile. Il prequel di Raimi prende colori e design dal capolavoro di Victor Flemig, Il mago di Oz (The Wizard of Oz, 1939). Dal punto di vista narrativo, per sottrarsi a un paradossale cortocircuito, non bisogna dimenticare il romanzo di Lyman Frank Baum, Il meraviglioso mago di Oz (1900): l’avventura della Dorothy cartacea era reale e non un magnifico sogno canterino. E dalle pagine di Baum arriva anche il paese della porcellana, che ci regala un piccolo miracolo fatto di pixel, modellati ad arte sui lineamenti della giovanissima Joey King. La fanciulla di porcellana, così fragile e così determinata, ravviva la parte centrale della pellicola, sostenendo il peso di una narrazione un po’ ristagnante: un personaggio che non avrebbe certo sfigurato nel lontano 1939 e che segna un punto a favore delle nuove tecnologie.

Grazie alla minuta Joey King, che nell’incipit interpreta anche il ruolo della ragazzina sulla sedia a rotelle, spostiamo la nostra attenzione su un altro ineluttabile confronto: l’abbacinante computer grafica, peraltro ottimamente sfruttata da Raimi, e gli ingegnosi trucchi di Albert Arnold Gillespie, capace alla fine degli anni Trenta di mettere in scena una casa trascinata via da un tornado e di dar vita a creature immortali. La cartapesta, un po’ come lo spirito spensierato e le canzoni, sembra ancor oggi la strada più fertile per (ri)creare il magico mondo di Oz: a differenza del deludente Alice in Wonderland di Tim Burton, sempre prodotto da Joe Roth [1], Il grande e potente Oz riesce comunque nell’operazione di aggiornamento tecnico, mantenendo un’apprezzabile coerenza estetica e giocando con le infinite potenzialità della CGI (pensiamo, ad esempio, alla fuga in campo lungo di Oscar Diggs/James Franco e Theodora/Mila Kunis).

Raimi, a differenza di Burton, non affonda tra le sabbie mobili dei film su commissione ma impreziosisce lo script di Mitchell Kapner e David Lindsay-Abaire con un incipit sagacemente filologico e un finale pirotecnico, visivamente trascinante. Lo stesso utilizzo della tridimensionalità sfugge alle piatte consuetudini dei blockbuster gonfiati in 3D: Raimi gioca con lo schermo in tutte le direzioni (e dimensioni) possibili, esaltando la profondità di campo (i titoli di testa, magnifici). Il passaggio dal bianco e nero al colore, come dall’1.33:1 al formato panoramico, e la messa in scena dello spettacolo finale di Oscar, vero/finto mago, sono un piccolo trattato di cinema e pre-cinema, un omaggio alla genesi e alla potenza immaginifica della Settima Arte. Dal kinetoscopio di Thomas Edison alla computer grafica il passo non è poi così lungo.
Ultima annotazione sul cast. I panni dell’eroe “egoista, debole, egocentrico e bugiardo”, sognatore e seduttore impenitente, calzano quasi a pennello a James Franco [2]. Sono però le tre streghe, in primis Michelle Williams nel doppio ruolo di Annie e Glinda, a riempire lo schermo. Tre declinazioni dell’odio e dell’amore.

Note
1.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio: è annunciata, seppure ancora senza data, la produzione di Alice in Wonderland 2, sequel nuovamente affidato alle penna di Linda Woolverton. Evidentemente a suo agio nel rivedere i classici per bambini/ragazzi, Roth ha prodotto anche Biancaneve e il cacciatore.
2. Ritorniamo a Spring Breakers, con un Franco senza freni, superlativo.
Info
Il sito ufficiale de Il grande e potente Oz.
La pagina facebook de Il grande e potente Oz.
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