La casa

La casa

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Evil Dead, conosciuto in Italia come La casa, non è solo uno degli horror più significativi della sua epoca, ma rappresenta anche il sogno di ogni cineasta indipendente alle prime armi, quello di creare con nulla il proprio immaginario.

Nascita del mito

Cinque giovani amici si recano in un malmesso chalet nel bel mezzo del bosco per trascorrere il week-end. Nella cantina fanno il ritrovamento di un vecchio registratore a nastro, su cui è impressa la voce di uno studioso di archeologia che parla del “Naturon Demonto”, un volume sumero che consente di riportare in vita spiriti, demoni e defunti. Nell’istante in cui la voce del professore pronuncia l’antichissima formula magica il demone che giace in quella landa riprende vita… [sinossi]

Prima ancora di essere un titolo fondamentale per lo sviluppo dell’horror e per il rinnovamento della sua estetica, La casa è il film che ogni singolo appassionato di cinema – e di cinema dell’orrore in particolar modo – ha desiderato poter girare durante gli anni del liceo e dell’università. Un film girato senza mezzi a disposizione, con gli amici e nei ritagli di tempo, magari durante i fine settimana. Un film girato grazie all’intercessione di amici e parenti, sfruttando come location la propria casa. Un film basato su un’idea appena abbozzata ma in grado di consentire la maggiore libertà d’espressione possibile. Non ne esistono molti di film come Evil Dead (questo il titolo originale, che fa riferimento diretto al demone evocato attraverso la registrazione su nastro del professor Raymond Knowby, mentre nella traduzione italiana si preferì suggerire l’inquietudine attraverso il luogo, forse rievocando alcuni successi di pubblico – e a volte anche di critica – come La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, Non entrate in quella casa di Paul Lynch, L’ultima casa a sinistra di Wes Craven o La casa sperduta nel parco di Ruggero Deodato), nonostante con il passare dei decenni e l’evolversi della tecnologia sia sempre stato più facile maneggiare una videocamera, o allestire un set. Anche perché all’epoca delle riprese Raimi aveva poco più di vent’anni: partendo da questa suggestione un film che viene naturale collegare a La casa, anche per la libertà di movimento della camera, è l’esordio giovanile di Eros Puglielli, Dorme. Ma se il regista romano poté girare la sua opera prima ricorrendo al Super-VHS, per Raimi fu inevitabile lavorare con il 16mm, poi gonfiato a 35mm una volta trovata la tanto agognata distribuzione.

Nel rivedere il film a distanza di quasi quarant’anni dalla sua realizzazione il primo particolare che salta agli occhi è l’incredibile modernità della sua messa in scena. La fluidità di movimenti della macchina da presa – sull’invenzione dell’oramai leggendaria Shaky Cam, che permetteva alle soggettive di apparire molto più libere e reali, c’è un’intera letteratura a disposizione, reperibile anche online –, l’utilizzo dell’ottundente colonna sonora, la scelta di riprendere facendo ricorso all’angolo olandese, sono elementi che hanno contribuito a rendere inossidabile una pellicola che non ha perso neanche un grammo della sua capacità di suggestionare. Anche il ricorso all’effetto dichiaratamente finto ma proprio per questo ancor più espressivo e inventivo è senza dubbio un fattore determinante: come alcuni dei primi film dei fratelli Coen – non è certo un caso che Joel sia qui assistente al montaggio; i Coen scriveranno per Raimi I due criminali più pazzi del mondo, e l’amico renderà loro il favore lavorando alla sceneggiatura di Mister Hula Hoop – sembra di assistere nello stesso momento alla nascita di un mito e alla sua completa e consapevole desacralizzazione.
Raimi dirige La casa come se stesse maneggiando il remake in carne e ossa di un cartoon di Tex Avery, e innesta nel corpo vivo dell’orrore scaturigini slapstick che comunque irrobustiscono la struttura senza minarne le fondamenta. È tra le mani di Raimi, molto più che di alcuni suoi contemporanei, che l’horror assume le deformazioni che troveranno piena deflagrazione nel corso degli anni Ottanta e Novanta. Reduce dal minimalismo politico di Romero e Carpenter, e senza né sminuirlo né negarlo, Raimi comprende prima e meglio di altri la deriva plastificata del decennio reaganiano. Poca psicologia, molta azione. Poca catarsi, molta macellazione.

Un concetto che il giovanissimo regista aveva evidentemente chiaro da tempo, e per averne conferma basta recuperare il suo precedente esperimento sulla breve distanza. Within in the Woods (facilmente rintracciabile su Youtube), girato ad appena diciotto anni nel 1978, possiede già al suo interno tutti i germi che troveranno maggiore stabilità e una confezione sempre pauperistica ma più curata in The Evil Dead. C’è già il movimento fluido e avvolgente, la soggettiva del demone che insegue la ragazza nel folto della boscaglia, il ricorso alla controfigura che Raimi per sua stessa ammissione riprese dagli sketch de I tre marmittoni, confermando una volta di più la sua naturale propensione alla commedia, gli effetti speciali posticci ed evidenti. In appena mezz’ora è possibile scoprire un autore già compiuto, perfettamente consapevole delle proprie scelte e dei motivi per difenderle e portarle avanti. La casa darà maggior peso al gioco lovecraftiano del libro dei morti, palese omaggio al Necronomicon, e si divertirà in modo ancora più evidente nel lavorare sui contrasti. Luce contro ombra, certo, come nei classici dell’orrore. Ma soprattutto comicità slapstick contro angoscia, mélo amoroso contro crudeltà gore, passato contro presente. Il vero scopo di Raimi è davvero quello di spaventare lo spettatore? O non sta forse già preparando, come farà anche più avanti nel corso della sua onoratissima carriera, uno spettacolo di luci e fuochi per sorprendere lo spettatore e non fargli vedere i cavi, il set ridotto all’osso. Non è forse Raimi in qualità di regista de La casa come quel Mago di Oz che andrà a rifare nel 2013?
Per riuscire nella temeraria impresa di costruire dal nulla un horror destinato a far parlare di sé in tutto il mondo Raimi, ventenne del Michigan figlio di una famiglia ebraica che prima di mettere piede nel Nuovo Mondo si chiamava Reingewertz, deve far ricorso a parenti e amici. Tutti, uno dopo l’altro, svaniranno mentre la filmografia di Raimi annovererà al suo interno titoli sempre più importanti e roboanti. Non svanirà Bruce Campbell, l’ultimo a sopravvivere – forse – alla fine de La casa. Sul suo volto, e sulla sua fisicità, si costruirà di fatto una saga destinata con gli anni a perdere quasi completamente la componente orrorifica a favore di quella parossistica e comica. Un nuovo mito è nato.

Info
Il trailer italiano de La casa.
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