Una poltrona per due

Una poltrona per due

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Diventato nel corso dei decenni un vero e proprio classico natalizio, Una poltrona per due mostra il volto più sardonico e dissacrante di John Landis. La messa in scena del capitalismo più bieco e crudele, e al tempo stesso il racconto della sua essenza effimera, e priva di reale consistenza.

Il cambio dell’agente di cambio

Cosa succederebbe se un agente di cambio della Philadelphia “bene”, ovviamente bianco e snob, venisse rimpiazzato da uno degli ultimi della classe, altrettanto ovviamente nero e poverissimo? È la sadica scommessa che mettono in piede gli avidi fratelli Duke, speculatori di Wall Street, riducendo in miseria il loro impiegato modello, Louis Whintorpe III, e assumendo al suo posto il mendicante Billy Ray Valentine. Ma il gioco potrebbe ritorcersi contro i Duke… [sinossi]

A suo modo appare abbastanza bizzarro, per non dire quasi grottesco, che nel corso degli anni in Italia Una poltrona per due sia diventato un vero e proprio classico natalizio, immancabile punto di riferimento nella sempre più caotica offerta televisiva delle festività invernali. Eppure è proprio così: da più di venti anni il film viene regolarmente trasmesso a cavallo di Natale – nella maggior parte dei casi alla Vigilia – ma la tradizione si era già consolidata, fin dal finire degli anni Ottanta. Il film snoda la sua narrazione tra Natale e Capodanno, è vero, ma a sorprendere è il carattere tutt’altro che dolciastro o rassicurante di ciò che viene raccontato. Dopotutto il regista di questo divertito omaggio alle commedie del tempo che fu è John Landis, fino a quel momento noto al pubblico per la demenziale crudeltà di Ridere per ridere e Animal House, per il successo mondiale The Blues Brothers e per l’horror a pochi passi dal comico – ma molto lontano da qualsiasi velleità parodistica – Un lupo mannaro americano a Londra. Il cinema di Landis, va detto, non ha davvero nulla dell’aggettivo natalizio: è sardonico, mai rabbonito, fieramente anarchico, contrario ai principi dello status quo. Contro la marea montante, sempre. Lo dimostrerà anche nel successivo Tutto in una notte, straordinario viaggio al termine della notte costruito come una sequela di gag slapstick che non vogliono scientificamente far ridere, ma svelare al contrario la costruzione dell’immaginario per provare a smentirla.

Un atteggiamento non troppo dissimile lo si rintraccia anche in Una poltrona per due. La storia è arcinota, ma val la pena tornarvi sopra: c’è Louis Whintorpe III, ricco ricchissimo che disprezza praticamente chiunque e vive chiuso in un microcosmo del tutto distante dal mondo reale; c’è però anche Billy Ray Valentine, che si finge mutilato di guerra per chiedere l’elemosina e vive di piccoli espedienti; e ci sono soprattutto i fratelli Duke, rampolli oramai nel pieno della terza età di una dinastia che ha praticamente fondato Wall Street. Questi ultimi, per puro divertissement, decidono di scommettere un dollaro sullo scenario che potrebbe venire a crearsi se Whintorpe e Valentine si ritrovassero uno nei panni dell’altro. Il ricco improvvisamente ridotto in povertà e viceversa. Su questo scambio, classico escamotage della commedia, si gioca la vertiginosa costruzione ordita da Landis basandosi sul brillante script di Timothy Harris e Herschel Weingrod (qui all’apice del loro percorso creativo che li vedrà al lavoro tra gli altri anche su Gemelli e Un poliziotto alle elementari di Ivan Reitman, Chi più spende… Più guadagna! di Walter Hill e Space Jam di Joe Pytka).

Non esiste alcun reale simbolo natalizio, al di là dell’ambientazione temporale, in Una poltrona per due. Perfino l’immagine di Babbo Natale, da cui si traveste Whintorpe, è ridotta a quella di uno squallido ubriacone con intenti omicidi/suicidi. L’unico simbolo riconoscibile è il dollaro. L’unico dio è il denaro. A Wall Street, nell’inferno in terra di urla e vendite e compere e ulteriori urla, c’è spazio solo per le contrattazioni, per il denaro in entrata e in uscita. Trading Places, “luoghi di commercio”, è il non certo casuale titolo originale. Il film non fa altro che sovrapporre contrattazione a contrattazione, senza eccezione alcuna. Contratta Valentine con la polizia, che vorrebbe portarlo in gattabuia per essersi finto invalido; contrattano tra di loro i Duke, scommettendo il simbolico dollaro; contratta Whintorpe con la sua fidanzata; contratta Ophelia, la prostituta che si fa impietosire dall’ormai poverissimo Whintorpe e lo accoglie in casa sua; contrattano infine anche i due gabbati, per vendicarsi dei Duke. Non esiste altro livello di umanità, sembra affermare Landis, negli Stati Uniti anestetizzati da Reagan. Solo la contrattazione. Solo il commercio. Solo lo scambio tra valuta e bene materiale.
Ma anche il vertice del Capitale può essere mandato all’aria, nello spirito anarcoide di Landis. È interessante come l’azione, eccezion fatta per l’ultima parte, si svolga a Philadelphia, la città in cui furono redatte la Dichiarazione di Indipendenza e la Costituzione. La città in cui risuonarono per prime le celeberrime parole “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità”. La vita. La libertà. La ricerca della felicità. Tutti e tre i diritti, nell’America di Una poltrona per due, sono concessi solo ed esclusivamente dalla capacità economica che si possiede. Meno se ne possiede, più è facile che questi diritti si dimentichino di essere inalienabili.

Il film mette alla berlina gli iper-capitalisti Duke, è vero, tratteggiandoli come una coppia di Scrooge senza alcuna possibilità di redenzione. Ed è altrettanto vero che i Duke saranno condotti alla rovina solo ed esclusivamente grazie a un capillare gioco di squadra in cui le classi sociali si confondono in tutto e per tutto, e dove il maggiordomo di una vita può dare del tu al suo padrone. Ma Whintorpe e Valentine, dopo aver spaginato le carte, sbancando Wall Street, si vanno a godere il successo su una spettacolare spiaggia caraibica. La borsa può essere sconfitta, ma non il sistema che la regola. Quel sistema, basato sul sogno della gestione del potere attraverso il denaro, non ha reali nemici. Anche Valentine vuole “essere ricco”; nonostante viva su di sé un razzismo neanche tanto trattenuto, rimane al suo posto. Si abitua ad avere un maggiordomo nell’arco di una serata. E a comandare. C’è un’amarezza enorme che striscia sotterranea in Una poltrona per due: solo la sete di vendetta spinge il grigio Whintorpe a fare comunella con l’uomo che aveva preso il suo posto e che anche lui come i suoi colleghi considerava solo “un negro”. Il riscatto è evidente, perché fa parte della trama e perché spinge il film verso una rocambolesca revanche che annienta il nemico, ma è un riscatto forzoso, mai ideale ma solo necessario per riottenere ciò che si era perso. Il denaro, non la dignità. Il denaro, non l’umanità. Sono più giocosi gli eroi, nel finale, ma sono poi così profondamente diversi dagli accumulatori seriali di denaro, vale a dire i sempiterni Duke? Qui risiede il paradosso, tutto italiano, di aver trasformato una sapida riflessione sul sistema statunitense – attraverso un gioco di commedia tenuto in piedi in modo smagliante, sia chiaro – nel perfetto blockbuster per festeggiare Natale. Gli unici buoni sentimenti qui sono quelli del Tesoro…

Forse la lettura sarebbe stata più limpida se a interpretare i protagonisti fossero stati, com’era inizialmente previsto, Gene Wilder e Richard Pryor. Ma il secondo si infortunò, e il suo sostituto Eddie Murphy chiese di non avere come partner Wilder, per non dare effettivamente l’impressione di essere capitato lì per caso. Uno dei tanti ghiribizzi dei cast – sempre sontuosi – dei film di Landis del periodo. Per interpretare i Duke il regista scelse due glorie imperiture di Hollywood, Don Ameche e Ralph Bellamy, entrambi con cinquant’anni di carriera sul grande schermo. Ameche non prendeva parte a un film da tredici anni (Supponiamo che dichiarino la guerra e nessuno ci vada di Hy Averback, 1970), Bellamy da sei (Bentornato Dio! di Carl Reiner, 1977); insieme creano un’alchimia irresistibile, in grado di trasportare Una poltrona per due nella golden age hollywoodiana con una sola inquadratura. Come dimostrazione di affetto Landis li farà tornare insieme anche in un cameo ne Il principe cerca moglie, cinque anni più tardi: il generoso omaggio del principe ereditario di Zamunda – sempre Eddie Murphy – permetterà loro di terminare la sofferta vita da barboni cui sono stati costretti dalla presa del potere a Wall Street da parte di Whintorpe e Valentine. Ma questa è un’altra storia, anche se nel cinema di Landis tutte le storie sembrano parlarsi, connettersi tra loro, legarsi. Un (contro) sistema.

Info
Il trailer di Una poltrona per due.
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