Ladri di cadaveri – Burke & Hare

Ladri di cadaveri – Burke & Hare

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John Landis con Ladri di cadaveri porta in scena in chiave grottesca la sadica e tragica vicenda di William Burke e William Hare, assassini seriali nella Scozia del XIX secolo.

Esecuzione capitalista

Edimburgo, XIX secolo: William Burke e William Hare, due eccentrici assassini, mettono su un commercio di cadaveri con cui riforniscono la facoltà di medicina dell’università locale. Ma la richiesta è smodata e i nostri si trovano un po’ in affanno. Domanda e offerta, dopo tutto, fanno girare il mondo e i due stanno pianificando di rigare dritto dal momento in cui riusciranno a mettere da parte la somma sufficiente per aprire una loro agenzia di pompe funebri… [sinossi]

Associare il nome di John Landis a quello del Regno Unito di Gran Bretagna fa tornare all’istante in mente la trasformazione licantropica di Un lupo mannaro americano a Londra, il titolo che nel 1981 consacrò definitivamente il nome dell’allora trentunenne cineasta statunitense tra i grandi autori del cinema contemporaneo. A dispensare efferati omicidi e caustica ironia ci pensa ora, a quasi trent’anni da quella prima sortita oltre Manica Burke & Hare (Ladri di cadaveri, per il pubblico italiano), presentato nella sezione L’Altro Cinema – Extra al Festival del Film di Roma. Questo nuovo lavoro dà la possibilità a Landis di mettere le mani su un fatto storico piuttosto noto in Scozia: nella Edimburgo del Diciannovesimo Secolo, regina indiscussa degli studi sulla chirurgia, i due balordi del titolo, truffaldini che si barcamenano con mezzucci di vario tipo, perpetrarono un gran numero di omicidi con lo scopo di vendere i corpi alla scienza. La materia si presta dunque fin da subito a una rilettura sarcastica della società scozzese del 1800, e trova in Landis un cantore ideale: l’autore di Animal House e The Blues Brothers, già cinico osservatore dell’umanità a stelle e strisce, in grado nei primi titoli della sua filmografia di coniugare un innato gusto per l’intrattenimento popolare con una vena anarcoide profondamente anti-borghese, legge nella turpe vicenda necro-economica della ditta “Burke & Hare” la beffarda cronistoria di una corsa al progresso che, nell’Occidente industriale e proto-capitalista, rappresentò il volto (male) imbellettato della barbarica corsa al potere e al predominio. Per questo motivo i due assassini, ritratti in passato anche al cinema e in televisione con tinte cupe, diventano al contrario nella mani di Landis figure a loro modo persino solari, destinate a trovare empatia nel pubblico.

Ladri di cadaveri non è un thriller, né tantomeno un horror, per quanto ne mantenga per gran parte della pellicola sia la progressione narrativa che le timbriche umorali; si tratta piuttosto di un’opera buffa, scandita da tempi comici e risolta con gag che sposano senza preoccupazione alcuna il macabro al ridicolo. Rispetto al già citato Un lupo mannaro americano a Londra, ma anche ai più recenti episodi diretti per i televisivi Masters of Horror (lo spassoso Deer Woman e il ben più cupo Family), si assiste dunque a un sostanziale slittamento di senso: per quanto non impedisca alla sua ultima creatura il meticcio confronto con l’ideale romantico, riassunto nella figura di Burke, disposto a sacrificarsi per difendere onore e vita della donna che ama, Landis non le permette mai di prendersi eccessivamente sul serio. Se questa scelta stilistica alla resa dei conti non può che far posizionare Ladri di cadaveri un gradino sotto i suoi più lucenti capolavori, allo stesso tempo permette finalmente di riscoprire un autore vitale, dopo un paio di decenni tutt’altro che semplici per quel che concerne la vena artistica. Molte sono le sequenze destinate ad alimentare un piccolo culto, dall’omicidio notturno del grassone canterino alla rovinosa caduta dalle scale dell’ubriaco: se il cinema di Landis sembrava essersi progressivamente ritorto su se stesso, incapace di possedere la verve critica e socialmente non addomesticabile deflagrante agli esordi, Burke & Hare permette di guardare al futuro con rinnovata speranza. Perché lo sguardo sulla società dell’epoca, con la messa alla berlina dei “lumi” (era trasformata immediatamente in profitto), dell’indole barbarica insita nella popolazione, dell’ipocrisia del potere, pur con l’imperterrito sorriso sulle labbra, ha un valore politico netto e riconoscibile, che sarebbe disdicevole lasciar cadere nel nulla.

L’analisi del capitalismo, inquadrato nelle sue più profonde radici, è spietata: l’omicidio, sia esso casuale, seriale o autorizzato dallo stato, è l’unica modalità per accrescere il proprio prestigio e potere. E da quell’ansia di prevaricazione non si può uscire indenni, con il rischio di venire risucchiati nel gorgo che si è contribuito a formare: è questo il senso dell’ultima sequenza, in cui una bellissima steadycam ci trascina per le sale del museo di scienze anatomiche di Edimburgo: il fluido movimento di macchina si conclude sullo scheletro di William Burke, perfettamente conservato e messo in bella mostra alla mercé dei visitatori dell’istituto. Colui che era stato carnefice, mostro, assassino, è diventato quasi da subito vittima dello stesso sistema che l’aveva condannato.
Il cinema a volte perde di vista questo ciclico perpetuarsi della “civiltà”: John Landis con Ladri di cadaveri lo ricorda. Facendo divertire il pubblico e (forse) terrorizzandolo.

Ps. Una nota a parte la merita l’eccellente cast, arricchito da vari cameo, alcuni dei quali (Christopher Lee, Jenny Agutter, Ray Harryhausen) davvero commoventi.

Info
Il trailer di Ladri di cadaveri.
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