The Ward – Il reparto

The Ward – Il reparto

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L’ultimo parto creativo di John Carpenter è The Ward, thriller psicologico che conferma la statura autoriale di uno dei grandi maestri della Hollywood contemporanea.

I cinque volti della paura

Dopo aver incendiato una fattoria abbandonata Kristen, colpita da amnesia, viene rinchiusa in un istituto psichiatrico. Ci sono altre quattro ragazze con lei e l’atmosfera della clinica è cupa e percorsa di mistero. Quando le sue compagne cominciano una a una a scomparire, Kristen capisce di essere in pericolo… [sinossi]

Se esiste una generazione di cineasti statunitensi schiacciata dal mogul produttivo hollywoodiano, si tratta senza dubbio di quella che fece parlare di sé a cavallo tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo. Più ancora degli avanguardisti del periodo della contestazione o degli autori della New Hollywood, che pure hanno continuato a trovare la propria via espressiva nonostante le varie palingenesi in atto. Ciò non è stato invece possibile per i vari Joe Dante, John Landis, Alan Rudolph, Paul Bartel, Susan Seidelman: il loro cinema, che si muoveva nell’ottimismo plastificato dell’epoca reaganiana smascherandone ipocrisie e falsi idoli grazie, spesso e volentieri, all’uso di dinamiche narrative smaccatamente di genere, è stato progressivamente emarginato, rinchiuso in riserve dalle quali sono previste uscite controllate e monitorate.

Questa triste fine è toccata in sorte anche al genio di John Carpenter, tra i massimi maestri della contemporaneità, creatore – con regolarità produttiva – di alcune tra le più esaltanti macchine dell’immaginario, dagli esordi (Dark Star, Distretto 13 – Le brigate della morte, Halloween, La Cosa, 1997: Fuga da New York) fino all’inizio degli anni Novanta. Non è certo un’esagerazione designare tra i regnanti della Hollywood degli anni Ottanta proprio Carpenter, in condivisione con  Landis e Dante: e allo stesso modo non è un caso che tutti e tre (insieme a numerosi colleghi, tra i quali Tobe Hooper, John McNaughton e Don Coscarelli) abbiano avuto modo di ritrovarsi sul set televisivo dei Masters of Horror, la serie partorita dalla mente di Mick Garris proprio con la speranza di riportare in auge nomi ingiustamente destinati al dimenticatoio. E l’operazione, almeno in parte, sta dando i suoi frutti: Joe Dante ha portato a temine il grazioso horror adolescenziale The Hole, a ben sei anni dall’ultima sortita sul grande schermo (il divertente, seppur esile, Looney Tunes: Back in Action); John Landis, proprio durante il 2010, ha dato alla luce lo spassoso Burke & Hare, prima regia per il cinema da dodici anni a questa parte, vale a dire dai tempi di Susan’s Plan. Erano invece ben nove anni che Carpenter non riusciva a convincere un produttore delle sue potenzialità: dallo sci-fi claustrofobico e solitamente sottostimato Ghosts of Mars, il popolo cinefilo attendeva il ritorno del regista di Grosso guaio a Chinatown e Vampires come quello di un vero e proprio messia. E poco consolanti erano apparsi i già citati episodi messi in piedi per Masters of Horror: nonostante la qualità di Cigarette Burns e Pro-Life, infatti, si notava uno spirito affabulatorio che poco e male si conciliava con le esigenze televisive di durata. L’impressione era dunque quella di lungometraggi costretti a mascherarsi da medi pur di trovare il proprio spazio.

È dunque con immensa gioia che ci si è approcciati a The Ward, presentato durante le giornate del ventottesimo Torino Film Festival all’interno della ricca sezione Rapporto Confidenziale, quest’anno interamente dedicata all’horror. E l’orrore irrompe in scena in The Ward fin dagli splendidi titoli di testa, in cui immagini e fotografie “intrappolate” all’interno di specchi vanno in frantumi disgregandosi in mille pezzi. Una metafora perfetta dello stato mentale delle cinque protagoniste del film, rinchiuse nel reparto speciale di un ospedale psichiatrico: fin qui nulla parrebbe troppo sconvolgente, se non fosse per il fatto che la notte, mentre le ragazze dormono, una presenza infernale si aggira per il reparto, con l’unico scopo di ucciderle una per una.
La dissociazione mentale e l’ambiguità tra reale e immaginario sono tematiche già affrontate da Carpenter in passato, soprattutto in un’opera capitale come Il seme della follia. Nel confronto con il capitolo finale di quella che Carpenter definì “la trilogia dell’apocalisse” (insieme a Il seme della follia ne fanno parte La Cosa e Il signore del male), The Ward non può che uscire sconfitto: troppa è infatti la differente portata filosofica di ciò che il regista mette in scena. Ciononostante equivarrebbe a commettere un errore molto grave bollare The Ward come un’opera minore, diretta con la mano sinistra da un autore che forse non ha più molta voglia di mettersi in gioco. Se si escludono il tema di fondo e il plot nudo e crudo, The Ward è un prodotto tipicamente carpenteriano: certo, si tratta in pratica del primo film che il cineasta declina al femminile – per quanto il personaggio della coraggiosa Kristen non sia poi così dissimile dagli (anti)eroi di molte delle sue pellicole più famose – e l’aderenza stretta al tessuto narrativo del cosiddetto “new horror”, con tanto di apparizioni improvvise e finale a (prevedibile) sorpresa, inficia parte della forza insita nel progetto. Ma si tratta di “colpe” ascrivibili al periodo della pre-produzione, e con le quali il nome di Carpenter è poco accostabile: nel momento stesso in cui si piazza dietro la macchina da presa, infatti, il film acquista l’inequivocabile tocco del regista. Ecco dunque un utilizzo mai banale dello spazio chiuso, vero e proprio topos della sua poetica fin dai tempi di Dark Star, e un’innata capacità di creare la tensione attraverso dettagli che potrebbero apparire quasi quotidiani. Interamente giocato sui volti e sulle espressioni di cinque attrici giovani che potrebbero avere un futuro radioso davanti a loro, The Ward riesce a catturare l’attenzione nonostante gran parte degli snodi narrativi siano chiari allo spettatore smaliziato fin dalle primissime sequenze.

Un difetto sicuramente avvertito dallo stesso Carpenter, che infatti decide intelligentemente di trasformare quello che in mano a chiunque altro si sarebbe risolto come un horror medio e senza particolari guizzi, in un prison-movie o, meglio ancora, nell’ennesima riedizione di Un dollaro d’onore di Howard Hawks, come già successo ai tempi di Distretto 13, Fog, La Cosa e Fantasmi da Marte; stavolta in chiave orrorifica e sovrannaturale. Un prison-movie della mente, merce rara di questi tempi. Sarà anche un’opera minore, The Ward, ma di un cineasta così stratificato e intoccabile da sorprendere sempre. Vedere per credere…
Info
The Ward, il sito ufficiale.
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