Scorpio Rising

Scorpio Rising

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Scorpio Rising è il sogno irrealizzabile del biker, il volo pindarico nella notte nera come la pece o come il giubbotto di pelle ma bombardata dalle armonie e dai vocalizzi pop. Mai la cultura statunitense era stata così idolatrata e scarnificata nello stesso momento.

Devil in Disguise

Scorpio è un biker. Legge fumetti, vede Il selvaggio in televisione, sniffa cocaina. Poi raggiunge gli altri motociclisti che fanno parte della banda che guida, e di cui è allo stesso tempo dittatore e messia. [sinossi]

Dura poco meno di mezz’ora, Scorpio Rising, ed è puntellato nel corso della sua intera durata da tredici brani, tra pop e rock’n’roll. C’è l’irruenza giovanile di Ricky Nelson con Fool Rush In che combatte con il languore strappa-orgasmi di (You’re The) Devil in Disguise di sua maestà Elvis Presley, mentre l’angelica e sognante Little Peggy March di Wind-Up Doll si trova a fronteggiare la ben più nevrotica My Boyfriend’s Back del trio The Angels. Bobby Vinton e Blue Velvet più di trent’anni prima dell’avvento di Isabella Rossellini/Dorothy Vallens, Ray Charles che intona Hit the Road Jack quando Lars Von Trier, che la utilizzerà come contrappunto sardonico sui titoli di coda di The House That Jack Built, ha da poco iniziato la scuola elementare. Surf Rock, Doo-Wop, Blues, Rock’n’Roll. Sinonimi di demonio, versioni legalizzate e universalmente accettate della blasfemia. L’idolatria come atto collettivo, follia di massa, mercificazione dell’istinto, della propensione a liberarsi dai legacci della società, così fini da apparire invisibili eppure corrosivi, crudeli, ferali.
Scorpio Rising venne massacrato preventivamente e cacciato nell’angolo, come si fa con lo scarafaggio che si ha intenzione di schiacciare (o lo scorpione, beninteso), perché era repellente, spaventoso. Spaventosamente libero. Libero di pensare e di agire cinematograficamente. Libero di dissacrare, in maniera ostinata e ripetuta, i dogmi della società occidentale. Di metterne in crisi la prassi. È un film ovviamente luciferino, visto che Kenneth Wilbur Anglemyer, più noto col nome d’arte Kenneth Anger – 92 anni il prossimo 3 febbraio – dirigerà negli anni successivi sia Lucifer Rising che Invocation of My Demon Brother. Un film clamorosamente impossibile da imitare, anche solo per gioco. Un film semplicissimo e stratificato, e per questo ancor più pericoloso.

Cos’è, in effetti, Scorpio Rising, e cosa racconta? È la storia di Scorpio, il leader di una gang di biker: la sua giornata tipo prevede che si prenda cura della sua amata motocicletta, che si nutra di un po’ di sana ideologia pop americana – fumetti e film di largo consumo –, che aggiorni il proprio fisico con della droga, e che infine si congiunga ai suoi simili, guidandoli nella notte orgiastica e rituale che li aspetta. Anger, che gira con dei veri biker e affida il ruolo di Scorpio a un uomo che lui stesso non lesina a definire “mezzo matto”, si muove in questo sottobosco umano e culturale con la precisione del catalogatore. Se il feticismo non può non far capolino dai dettagli – dei giubbotti di pelle, delle motociclette cromate, delle mani con gli anelli a forma di teschio alle dita – per l’intera durata Scorpio Rising sembra la messa in scena di un vero e proprio catalogo-biker. Un catalogo, ça va sans dire, dominato dal concetto di rituale. Ogni cosa è ritualizzata nella giornata tipo di Scorpio. Ogni singolo elemento è elevato al grado esoterico. Ogni pulsione, onanistica come tesa verso la soddisfazione erotica compiuta, fa parte di un processo rituale, di una vera e propria vestizione. Di una rinascita.

Ci sono due contrappunti, uno rafforzativo e uno oppositivo, che Anger utilizza per enfatizzare, raccontare per immagini e forse (de)mitizzare i suoi protagonisti. Il primo ricorre al found footage e gli permette di inserire nel crescendo immagini iconiche come quelle di Gesù Cristo o di Adolf Hitler: il gioco è ovviamente tutto sull’aspetto messianico, sulla trasformazione di Scorpio in vero e proprio vate, e sulla fascinazione nazistoide del microcosmo dei motociclisti. Ma è anche la rappresentazione di una blasfemia perenne, della già citata negazione del dogma, riappropriazione del mito, ricreazione e rinascita dell’istinto. Il secondo contrappunto, già citato all’inizio di questa breve disamina, riguarda l’utilizzo pervasivo dell’elemento musicale. Il rock non aveva mai fatto irruzione con tutta questa potenza in un oggetto cinematografico fino all’avvento di Scorpio Rising. La sua presenza è straniante, ma dall’altro lato rivendica la funzione dell’avanguardia e della sperimentazione come primo grimaldello per scardinare – ma anche per comprendere – la fantasmagoria popolare, la presa del potere della massa, la costruzione di un immaginario perfettamente condiviso. Rifacendosi da un lato alle avanguardie storiche – in particolar modo alla teoria delle attrazioni – e dall’altro all’esperienza underground di Maya Deren, sulla cui scia aveva esordito, Anger rivendica la necessità di un cinema visionario e per questo da “de-cristianizzare”. Una depauperazione dell’etica hollywoodiana che è l’unica possibilità della rinascita di un nuovo rituale. Non condiviso dalla massa, e per questo osceno, blasfemo. Nella nascita e morte della sua nazione biker Anger compie un puro deicidio cinematografico. In questo senso sarebbe essenziale vederlo insieme a un altro grande classico reietto dell’undergound dell’epoca, lo squinternato Flaming Creatures di Jack Smith, quarantacinque minuti di puro delirio artigianale, sovversivo e insostenibile come non mai. Due facce di una medaglia esoterica e terracea, vitalista e mortuaria.

Info
Scorpio Rising su Youtube.
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