The House That Jack Built

The House That Jack Built

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The House That Jack Built era il film-scandalo di Cannes già al momento del suo annuncio in selezione; lo era per il tema che affronta, lo era per il ritorno di Lars Von Trier sul “luogo del delitto” a sette anni di distanza da Melancholia. Giudicato prima ancora di essere stato proiettato, conferma lo sguardo assoluto del regista danese sulla condizione umana, e le sue contraddizioni naturali.

Mr. Sophistication

Stati Uniti d’America, anni Settanta. Seguiamo il brillante Jack lungo un periodo di 12 anni scoprendo gli omicidi che hanno marcato la sua evoluzione in serial killer. La storia è vista dal punto di vista di Jack, che considera gli omicidi compiuti la sua opera d’arte. Visto che l’inevitabile intervento della polizia non sembra mai avvicinarsi, Jack prende sempre più rischi per creare l’opera d’arte suprema. [sinossi]

The House That Jack Built segna il ritorno di Lars von Trier al Festival di Cannes a sette anni di distanza dalle polemiche – in gran parte strumentali – innalzate durante la conferenza stampa di Melancholia. All’epoca il regista danese venne bandito dall’area del festival e considerato persona non grata; una pagina triste per l’evento cinematografico più rilevante dell’anno, e che privò con ogni probabilità von Trier di una seconda Palma d’Oro, dopo quella ricevuta dalle mani di Luc Besson nel 2000 per Dancer in the Dark. The House That Jack Built non potrà in ogni caso rinnovare la sfida alla giuria, visto che viene presentato fuori concorso. Se c’è stato un giudizio, parziale e puramente epidermico, sullo scorrere dei titoli di coda – qualche applauso convinto ma per lo più un gelo persistente nella sala del Grand Théâtre Lumière –, il film è stato accompagnato fin dal momento dell’annuncio in selezione da un pre-giudizio, anche alimentato dallo stesso lancio promozionale della Zentropa. La domanda che parte consistente del microcosmo stampa presente sulla Croisette si è posta in questi giorni è stata la seguente: “Sarà davvero così violento come dicono? Ci disgusterà al punto da voler distogliere lo sguardo?”. Una forma d’angoscia morbosa della visione/perversione che ricorda alla lontana le occhiate lubriche che in molti si lanciavano reciprocamente a Venezia nel 1999 prima della proiezione di Eyes Wide Shut. Dopotutto, come per il film di Stanley Kubrick, anche The House That Jack Built è un’opera “definitiva”, anche se per motivi inevitabilmente molto diversi. Se questo film non segna, per fortuna, la fine temporale del cinema di von Trier, è anche vero che si pone in prima persona come summa di un percorso artistico trentennale. Un punto d’arrivo? Potrebbe anche essere. Ma più che altro la sensazione è quella di una rivendicazione poetica e politica prima ancora che della ri-messa in scena di un immaginario precostituito.

Tutto parte da due parole. La prima è un nome, Jack. Jack è l’uomo di mezza età, ingegnere che avrebbe voluto studiare architettura, che ha due fondamentali attività nella vita: cercare di costruire senza successo la casa dei suoi sogni su un terreno di proprietà in uno scenario idilliaco, e uccidere in modo seriale. Jack è anche la traduzione inglese del cric, ed è proprio con quell’oggetto che Jack uccide la prima donna nel film, una petulante e fastidiosissima Uma Thurman rimasta con una ruota a terra su una strada desolata. Jack è anche il nome del più famoso serial killer di tutti i tempi, lo squartatore di Londra, e come i suoi delitti anche quelli narrati dal protagonista del film sono cinque. Cinque delitti, o ‘incidenti’, come li chiama il film. Cinque passaggi di vita e di storia di Jack, cinque momenti che tracciano una linea rossastra ma continua, priva di sbavature o di ritorsioni mentali. Il serial killer non è un omicida casuale, e per quanto possa essere psicotico, non è di certo un folle. La sua lucidità matematica è la stessa di quella necessaria a un architetto per allestire un progetto stabile, la sua capacità d’inventare è la stessa di un artista. Jack è un ingegnere, ma avrebbe sempre voluto essere un architetto. Quando una delle vittime non sa capire la differenza sostanziale tra le due professioni, è l’uomo a ribadirla: l’ingegnere è un musicista che legge la composizione e la esegue, l’architetto l’ha scritta. L’architetto è il poeta, il vate, il creatore. L’architetto è l’artista. Può un mero esecutore di omicidi sollevarsi dal gesto fine a se stesso – quello brutale dell’omicidio – e trasformarlo in un’opera d’arte?
Muovendosi dalle parti di Thomas De Quincey il regista de Le onde del destino e Antichrist eleva l’atto contro l’umano per eccellenza, la devianza suprema della mente umana, a pura creazione. Da temere, perché l’arte è pericolosa (non banalmente provocatoria, aggettivo con cui invece si cerca spesso di sminuire la portata estetica ed etica del cinema di von Trier), ma da ammirare. Von Trier torna ad Albert Speer, l’architetto di Hitler, e torna alla polemica di Melancholia e a quella “comprensione del regime nazista” che tanto fece infuriare i benpensanti accreditati stampa sette anni fa. Si torna alla genialità del male, ma soprattutto alla naturale e tragica propensione dell’uomo di abusare fino alle estreme conseguenze dei propri simili. Si può essere carnefici o vittime, nella vita. Si può optare per il martirio nella speranza/sogno di qualcosa di superiore o si può decidere di essere l’arma contro le vittime. Di essere i creatori dell’inferno, e quindi della vita. Ribolle l’Inferno di The House That Jack Built, quello in cui Jack viene condotto dall’anziano Verge, per continuare a percorrere il proprio sentiero: fuori dalla finestra, in un luogo non raggiungibile, il sole irradia i campi di grano falciati dai contadini. È il Paradiso, pacato e privo di interesse. Prima di essere il racconto di un omicida (o di un artista) The House That Jack Built è la scelta di campo di un autore, la sua dichiarazione di appartenenza a un milieu culturale.

Nella ricerca dell’opera d’arte perfetta – l’improvvisazione di una testa spaccata a metà da un cric si risolve nel corso degli anni in omicidi sempre più elaborati, testimonianza di una poetica in evoluzione, e di una comprensione sempre maggiore di sé – Jack costringe lo spettatore a compiere il salto insieme a lui, a porsi al suo livello di sguardo, a vedere ciò che lui vede nelle forme in cui lui lo vede. Lo spettatore è vittima, ovviamente, ma è anche complice: anticipa il colpo ferale sulle vittime, agogna la costruzione del prossimo incidente. Lo spettatore non è né architetto né ingegnere, e a lui è concesso solo l’atto democratico dell’ammirazione sconfinata. Jack si trasforma in un’icona da un lato perché lo desidera, dall’altro perché a desiderarlo è lo sguardo del pubblico. Anche per questo la tanto millantata violenza si muove sottopelle e non è visibile nella realtà materiale, dove si riduce a qualche faccia spappolata o a un seno tagliato – ma a essere tagliata è anche di netto l’inquadratura, lasciando al sicuro le ipocrisie borghesi e allo stesso tempo procurando un colpevole coito interrotto. È la solita violenza del cinema di Lars von Trier, l’ontologica verità dell’umana miseria, la sofferenza che è anima del desiderio, e anche del desiderio di possesso. Regista delle donne per eccellenza, von Trier torna a mettere al centro del discorso un personaggio maschile a più di dieci anni di distanza da Il grande capo e, mettendo da parte i toni della commedia, a ventisette anni da Europa. Non si tratta di una scelta casuale, né se ne può minimizzare il peso. Dopo aver raccontato la messa in crisi del sistema attraverso il femminile, e la sua potenza che la società depotenzia, e stupra, e uccide, The House That Jack Built costruisce la sua narrazione proprio su quell’omicidio, su quello stupro, su quel depotenziamento del muliebre: Jack è umano e metafora allo stesso tempo, è cinema di genere e alta speculazione filosofica nella stessa inquadratura, è naturale – come il lui bambino che trancia con i tronchesi le zampette a una paperella – e infernale. E l’omicida del femminile, e soprattutto vede il mondo con gli occhi del maschio, che pur dotato di un ingegno fuori dal comune sa costruire poesia solo nella distruzione.
Le donne del film, come peraltro fa notare Bruno Ganz, sono tutte, in modo tra loro diverso, ottuse e imbecilli: si credono più forti e ne pagano le conseguenze, cedono alla loro stessa soglia di sicurezza per un guadagno economico millantato, lasciano i loro pargoli alla mercé di un criminale, sono vere e proprie oche giulive.

Ma sono davvero loro a essere così? È davvero quello il senso del racconto, sta lì la chiave di volta della descrizione di un’opera d’arte? O forse è da rintracciare, il vero senso, nella rappresentazione di sé (l’icona, come è icona il Bowie che fa capolino dalla colonna sonora con Fame), nell’egotismo al di là di ogni controllo, nell’assoluta certezza che chiunque intorno sia inferiore, nel senso genetico – e quindi nazista, ma anche staliniano o maoista, a proposito di altre figure che vengono rappresentate nel film – dell’interpretazione del reale. Lars von Trier sta raccontando una storia, e lo fa in modo segmentato come gli è abbastanza consono e lo fa attingendo senza reticenze ai topos del genere, componendo un thriller dalle tinte forti costruito attorno a un villain d’assoluta efficacia (ed è un piacere tornare ad ammirare sul grande schermo Matt Dillon). Ma sta anche raccontandosi, e sta mettendo in immagini la sua infinita polemica col tempo che è costretto a vivere, e con la mediocrità culturale che lo circonda. Il riferimento alla naturale idiozia del femminile è da inserire in questo quadro complesso, e stratificato. È il riferimento all’immaginario di Jack poeta/esecutore, e con ogni probabilità all’immaginario di una parte consistente del mondo maschile che si troverà a guardare il film.
Tutto parte da due parole, si scriveva all’inizio della recensione. La prima è Jack, e la seconda è “sophisticated”, il nome d’arte utilizzato dal protagonista per firmare le sue opere. Perché se jack è un cric, un oggetto rozzo di metallo utile solo in condizioni di difficoltà, la raffinatezza è il punto d’arrivo del percorso del protagonista. Una raffinatezza che, come tutti i gesti “sofisticati” dall’uomo rispetto alla natura non può che nascondere al proprio interno una belluina voglia di distruzione. Più che uccidere Jack lascia macerare, marcire, gli oggetti-umani che si trova a trattare. Quando sarà poi a lui trovarsi nella condizione di “pena”, sceglierà il rischio della dissoluzione totale piuttosto che la conservazione di uno status quo, fosse anche quello del condannato al supplizio eterno. Lars von Trier è un filosofo, oltre che un regista, ed è un regista perché filosofo. Il suo nuovo film è ovviamente anche una riflessione sul proprio ruolo di creatore/dittatore/omicida: e quei ringraziamenti straordinari ad alcuni tra attori e attrici dei suoi film acquistano un valore particolare, teorico ma anche (perché no) sarcastico e perfino sadico. Lars von Trier è un filosofo, e The House That Jack Built ne è solo l’ennesima dimostrazione, di fronte alla quale in molti sceglieranno di voltarsi dall’altra parte. Ingegneri o architetti?

Info
Il trailer di The House That Jack Built.
La scheda di The House That Jack Built sul sito di Cannes 2018.
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