L’uomo meraviglia

L’uomo meraviglia

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L’uomo meraviglia è Danny Kaye, al secondo grande successo commerciale della sua carriera e scatenato nella parte dei gemelli omozigoti Edwin e Buzzy. Buzzy, ucciso dai gangster, appare al fratello nelle vesti di fantasma per chiedergli di vendicarlo…

Gemelli diversi

L’attore Buzzy assiste ad un omicidio commesso da un pericoloso gangster, Ten Grand Jackson. Una notte, al riparo da occhi indiscreti, due sicari inviati da Jackson uccidono il testimone scomodo e gettano il suo cadavere in un lago di Brooklyn. Ma il fantasma di Buzzy entra in contatto con il gemello, timido topo di biblioteca, e lo convince a cercare giustizia. [sinossi]

L’uomo meraviglia nel 1945 si segnalò come il secondo grande successo della carriera di Danny Kaye, nato nel 1911 come David Daniel Kaminsky da una famiglia di ebrei russi fuggiti dalla Russia degli zar. Il primo, neanche un anno prima, era stato Così vinsi la guerra (Up in Arms), esordio di Kaye sotto contratto per le produzioni di Samuel Goldwyn. Il connubio tra i due si dimostrerà tra i più proficui nella storia della commedia a Hollywood: in un pugno di anni vedranno la luce Preferisco la vacca (The Kid from Brooklyn, 1946), Sogni proibiti (The Secret Life of Walter Mitty, 1947), Venere e il professore (A Song is Born, 1948), quest’ultimo diretto da Howard Hawks. Appare bizzarro come negli ultimi decenni sia stato quasi completamente rimosso il nome di Kaye, talento comico in grado di coniugare la mimica del vaudeville al bel canto, e di reggere un primo piano come un totale; così come il resto della sua filmografia, anche L’uomo meraviglia, un tempo rituale passaggio televisivo a ridosso delle festività, è finito nell’oblio cinefilo. Un oblio forse inevitabile, date le modifiche del gusto, del senso del tempo e del ritmo che la commedia ha vissuto nel corso dei decenni, ma non per questo meno grave o doloroso.

Al di là del valore attoriale di Kaye, a colpire ne L’uomo meraviglia è l’assoluta libertà con cui la sceneggiatura si diverte a fondere i generi cinematografici, a giocare con le aspettative del pubblico dell’epoca, a rimodellare i canoni dell’immaginario a uso e consumo di un vero e proprio pastiche creativo che ha del miracoloso, se si considera per di più l’utilizzo tutt’altro che esornativo del technicolor lavorato a quattro mani da Victor Milner (Oscar per Cleopatra di Cecil B. DeMille, ma presente sui set tra gli altri di Ernst Lubitsch, Josef von Sternberg, Raoul Walsh, George Cukor, Henry King, Rouben Mamoulian, Frank Borzage, Preston Sturges e Anthony Mann) e William E. Snyder – a lui si dovrà la fotografia de Il mostro della laguna nera di Jack Arnold.
La storia de L’uomo meraviglia parte come un noir, continua come una commedia romantica, vede infiltrarsi tra le pieghe del racconto il demone del soprannaturale per poi tornare verso la dimensione gialla con un ricorso all’avventura rocambolesca e allo slapstick. Tutte le parti sono armonizzate con estrema naturalezza dall’elemento musicale, dai canti e dai balli che sono sempre – altra anomalia rispetto al supposto dogma del genere – intessuti nella diegesi. Addirittura la risoluzione finale, con il bibliotecario Edwin che approfitta di una sortita sul palco (nelle vesti del fratello gemello, celeberrimo attore di teatro fatto fuori dalla malavita per aver assistito a un altro crimine) per riuscire a fare i nomi dei colpevoli, si dimostra efficace proprio perché ricorre alla deriva musicale.

Non sono molti i film dell’epoca in grado di dimostrare una simile spregiudicatezza nel maneggiare il cinema come materia viva ma già storicizzabile, mettendo in ordine i punti fermi di ogni genere per poterli utilizzare a proprio uso e consumo. Questa tensione nel rapporto tra la messa in scena e il senso stesso della narrazione sarà dopotutto uno dei tratti distintivi del successo planetario di Kaye: si pensi al di poco successivo Sogni proibiti, interamente costruito sulla decostruzione del genere, sulla possibilità di legare tra loro elementi del tutto discordanti, se non apertamente in opposizione tra loro. Perfino il tardo ma geniale Un pizzico di follia (Knock on Wood, 1954), con Kaye nelle parti di un ventriloquo che ogni volta che è sul punto di intraprendere una relazione seria vede tutto mandato all’aria dal suo pupazzo, si muove nella medesima direzione. In tal senso però nessun titolo sembra possedere l’avvincente naturalezza de L’uomo meraviglia, la stessa grazia, la stessa capacità di costruire un percorso logico partendo dall’illogicità più totale.

Molte le sequenze destinate a rimanere nella memoria, dal balletto che quasi apre il film, d’ispirazione esotica, alla prima apparizione del fantasma di Buzzy (Tebaldo nella traduzione italiana) al fratello, dalla canzone in fil di starnuto intonata da Kaye – che sembra quasi rimandare a un folle apparentamento con il discorso di Adenoide Hinkel ne Il grande dittatore chapliniano – fino al già citato numero finale, davvero imperdibile. Il merito di tutto questo va ovviamente anche al regista, il solido mestierante H. Bruce Humberstone. Uno dei tanti registi che si seppero destreggiare tra i generi hollywoodiani, senza uno sguardo particolare o di grande impatto ma con la consapevolezza del proprio ruolo, e del senso del progetto. Un’attitudine oramai dimenticata a Los Angeles, ma che contribuì a rendere quel comparto dell’industria una vera e propria “fabbrica di sogni”, a volte eversiva a sua insaputa. L’uomo meraviglia resta il risultato più mirabile della carriera di Humberstone, e forse anche di Danny Kaye, geniale e aggraziatissimo commediante che sarebbe doveroso ricordare.

Info
Il trailer originale de L’uomo meraviglia.
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