Un mondo a parte

Un mondo a parte

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Quando esordisce alla regia con Un mondo a parte il britannico Chris Menges è un apprezzato e pluripremiato direttore della fotografia. Per l’opera prima decide di mettere in scena in forma romanzata la vita di Ruth First, giornalista esponente del Partito Comunista nel Sud Africa dell’apartheid.

Nkosi Sikelel’ iAfrika

Johannesburg, 1963. Molly Roth è una tredicenne, figlia di due militanti comunisti. Quando il padre Gus è costretto a fuggire all’estero per evitare il carcere e la tortura la ragazzina si ritrova sola con la madre e inizia a comprendere quale sia il prezzo della militanza in una nazione illiberale. [sinossi]
Nkosi sikelel’ iAfrika
Maluphakanyisw’ uphondo lwayo,
Yizwa imithandazo yethu,
Nkosi sikelela, thina lusapho lwayo.
Morena boloka setjhaba sa heso,
O fedise dintwa la matshwenyeho,
O se boloke, O se boloke setjhaba sa heso,
Setjhaba sa South Afrika – South Afrika.
Nkosi sikelel’ iAfrika
Canzone di lotta, oggi inno del Sud Africa.

Un mondo a parte è ovviamente il Sud Africa dell’apartheid, con la popolazione autoctona costretta in uno stato di vessazione e semi-schiavitù dalla minoranza boera, intenzionata a non cedere il proprio predominio e a creare un divario sempre maggiore tra le classi sociali. Un mondo a parte è anche quello in cui si trova a vivere la tredicenne Molly: i suoi genitori sono comunisti, e suo padre deve trovare rifugio in esilio per evitare che la scure della polizia si abbatte su di lui. Molly vede dunque il genitore abbandonare la casa, e poco per volta osserva il modo in cui il luogo in cui ha sempre vissuto e che considera “casa” si rivolta contro la madre. I vicini la evitano, al punto che anche Molly non può più frequentare le amichette di sempre, le forze dell’ordine la seguono, la fermano, arrivano anche ad arrestarla. La colpa? Credere nel marxismo, e nella lotta per una società giusta, equa, democratica.

Un mondo a parte, con cui il direttore della fotografia Chris Menges scelse di esordire alla regia – su questo aspetto si tornerà tra non molto -, nasce da un’esigenza politica, storica e autobiografica allo stesso tempo. A scrivere la sceneggiatura è infatti Shawn Slovo, la più grande delle figlie di Joe Slovo e Ruth First. La storia narrata nel film, pur ricorrendo a dei nomi fittizi (il Ruth del nome materno sfuma nel patronimico Roth), è la sua storia, la storia di sua madre, della sua famiglia. È però anche “solo” una delle storie di un Sud Africa socialista, resistente alle violenze dello Stato. Vale forse la pena notare che quando Un mondo a parte viene presentato al Festival di Cannes nel maggio del 1988 Nelson Mandela è ancora in carcere e il sistema sudafricano si fonda ancora sull’apartheid. Anche per questo probabilmente l’impatto emotivo del film sarà così totale e destabilizzante. Sulla Croisette Un mondo a parte otterrà il Grand Prix della giuria e soprattutto il riconoscimento come migliori attrici per Barbara Hershey, Jodhi May e Linda Mvusi, rispettivamente per i ruoli di Diana Roth, Molly Roth ed Elsie. Ma non basta. Anche a distanza di trent’anni è possibile percepire con forza la tensione politica e morale che tiene in piedi l’intera architettura del film. Mentre la maggior parte dei film che si concentrano sulla delicata questione sudafricana (sono anni di lotta e protesta in tutto il mondo, ma soprattutto nei paesi anglosassoni) pur animati da buone, ottime intenzioni non sanno evitare una retorica debordante, palesando il proprio ruolo di testa d’ariete per sfondare le resistenze del pensiero comune sui crimini perpetrati nello Stato più a sud dell’Africa, Un mondo a parte si smarca completamente da un rischio simile.

In questo senso è fondamentale il posizionamento dello sguardo, con la scelta di aderire completamente a quello della giovane Molly. Il film si trasforma dunque da “semplice” denuncia sociale a bildungsroman. Quella di Molly è una presa di coscienza, una maturazione umana e politica. L’educazione di una giovane comunista, decisa a seguire le orme dei genitori.
Anche per questo appare ancora più coraggiosa la scelta di Menges di esordire proprio con una storia simile, tanto più che i due Oscar vinti in tre anni come miglior direttore della fotografia erano arrivati con solidi film “impegnati” ma ben più programmatici come Urla del silenzio e Mission, entrambi diretti da Roland Joffé (il primo sulla Cambogia di Pol Pot, il secondo sul massacro dei nativi amazzonici).

Con Un mondo a parte Menges firma un’opera rigorosa, narrativamente sempre coinvolgente (merito anche dell’ottimo cast a disposizione), che non rinuncia né all’umano né alla tensione verso uno sguardo universale. E si concede, dopo poco meno di due ore di regia rigorosa, attenta e rispettosa, uno scarto finale destinato a colpire in profondità l’immaginario. Durante i funerali del giovane attivista ucciso in carcere la folla, guidata dal sermone del prete, intona Nkosi Sikelel’ iAfrika, quello che diventerà l’inno nazionale del Sud Africa libero. I pugni sono chiusi. Dopo aver osservato la madre e la nonna anche Molly chiude il suo pugno. Il percorso formativo è concluso. Poi iniziano i tafferugli con la polizia,venuta a interrompere i funerali. Da principio interessata al totale la macchina da presa zooma su uno dei manifestanti che ha raccolto da terra una pietra e si appresta a lanciarla contro la polizia. L’azione procede al ralenti, e si chiude sul fermo immagine del ragazzo in salto, proteso verso il lancio. Schermo nero e titoli di coda. Si resta senza fiato davanti a questo finale, e ci si prepara alla lotta. Un nuovo modo di concepire il romanzo di formazione.

Info
Il trailer originale di Un mondo a parte.
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