La casa dalle finestre che ridono

La casa dalle finestre che ridono

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La casa dalle finestre che ridono, la più celebre incursione nel thriller e nell’horror di Pupi Avati, viene ospitato sullo schermo del Trieste Science+Fiction, nell’omaggio a Fant’Italia.

In follia e morte di Buono Legnani

Stefano è un giovane restauratore a cui, con l’intercessione dell’amico Antonio, è stato affidato dal sindaco di un paese della provincia ferrarese l’incarico di riportare alla luce un affresco in una chiesa nella campagna circostante. L’opera è stata dipinta da un folle pittore del posto morto suicida vent’anni prima, Buono Legnani, e raffigura il martirio di San Sebastiano. Stefano rimane molto affascinato dall’affresco, ma pochi colloqui con il parroco Don Orsi ed altre persone del posto sono sufficienti a convincerlo che tanto l’opera quanto il suo autore non godono di altrettanta stima fra la gente del paese. Alcune telefonate anonime, che lo invitano ad andarsene rinunciando al restauro, e qualche frase sibillina di Coppola, l’iracondo ed alcolizzato tassista del luogo, gli insinuano il sospetto che l’affresco e il suo autore nascondano un qualche mistero che la morbosa sonnolenza del paese non riesce completamente a celare… [sinossi]

La casa dalle finestre che ridono si trovava dalle parti di Malalbergo, nel bolognese, ma organizzare un pellegrinaggio cinefilo è oramai inutile, perché non si trova più lì; dopotutto per passeggiare davvero nei luoghi in cui è ambientato il film è necessario spostarsi di una settantina di chilometri e raggiungere il comacchiese, quella zona di paludi, segreti, pesca e dubbi di endogamia che è tornata sulle pagine della cronaca nei giorni scorsi per la squallida vicenda di Goro e che l’Ariosto descrisse così nell’Orlando furioso: «…e la città ch’in mezzo alle piscose paludi, del Po teme ambe le foci, dove abitan le genti disiose che ‘l mar si turbi e sieno i venti atroci».
C’è chi afferma che in un primo momento Pupi Avati e il fratello Antonio (autori del soggetto e della sceneggiatura, quest’ultima anche in collaborazione con Maurizio Costanzo e il “fedelissimo” di Avati Gianni Cavina [1]) pensassero di ambientare la storia del dipinto maledetto, del pittore masochista e del prete-donna oltreoceano, negli Stati Uniti, e non ci sarebbe da stupirsi: molti horror e thriller italiani dell’epoca sfruttavano location straniere, dalla Friburgo di Suspiria di Dario Argento alla Vienna de Lo strano vizio della signora Wardh di Sergio Martino e Gli orrori del castello di Norimberga di Mario Bava, fino alla Georgia di Paura nella città dei morti viventi e alla Louisiana di …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà, entrambi di Lucio Fulci. Lo stesso Avati, negli anni a venire, avrebbe trasportato l’orrore negli USA, come dimostrano i vari L’amico d’infanzia, Il nascondiglio e la miniserie televisiva Voci notturne, scritta dal regista e affidata per la messa in scena a Fabrizio Laurenti [2], con una parte della narrazione che si svolge a St. Louis.

Eppure rispetto ai titoli appena citati una scelta di questo tipo avrebbe nociuto, e non poco, a La casa dalle finestre che ridono. A distanza di quarant’anni dalla sua realizzazione appare più che mai evidente come l’intuizione geniale di Avati risieda proprio in quei luoghi lugubri e inospitali, ma perfettamente riconoscibili per lo spettatore italiano. Non più le fughe in mondi da fiaba nera ricostruiti in studio che fecero grande il gotico italiano, e addio anche alle metropoli del giallo, dalla Roma de La ragazza che sapeva troppo alla Torino di Profondo rosso. L’orrore è qui e ora, ma si nasconde nelle pieghe della provincia italiana, placida e accogliente solo a uno sguardo superficiale. La pianura padana, quel lungo orizzonte infinito all’occhio che sembra non poter nascondere asperità, è il luogo ideale per lavorare di contrappasso. Già nei primi due film, “orgogliosamente provinciali”, come ha più volte affermato Avati, si respirava quell’aria di opprimente calma che celava lo sfogo del macabro, del deviato, del mostruoso. Anche il terzo titolo della sua filmografia, La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, ambientato nella provincia ravennate ma girato tra Bologna e Ferrara, pur muovendosi in un racconto declinato in forma di commedia grottesca possiede squarci di “insania”.
Il fantastico e il lugubre prendono vita in maniera naturale lungo la via Emilia, per niente pacificata e ridente solo a uno sguardo superficiale. Sotto la placida cornice si cela un mistero infinito, come quello che riguarda il pittore Buono Legnani, morto pazzo dopo aver dipinto un affresco dai toni a dir poco paranoidi.

Con La casa dalle finestre che ridono Avati, che fino a quel momento aveva spesso lambito il “genere”, senza aderirvi in modo forte [3], trasforma il ferrarese in una piana sterminata, allucinata patria del mostruoso. Le difformità dalla norma che fino a quel momento erano state sfruttate per smuovere al riso lo spettatore e che di lì a pochi mesi si incarneranno in maniera definitiva tra i nani, le roulette russe e i resuscitandi di Tutti defunti… tranne i morti, svelano ora la loro vera faccia, un volto straziato e ghignante, crudele. Nessuno è quel che dice di essere nella piccola cittadina in cui si trova a lavorare – e a indagare, come da topos rispettato del giallo all’italiana – Stefano; per lui scrostare via le impurità dal muro della chiesa per cercare di preservare e riscoprire l’affresco significa metaforicamente togliere il velo a una società chiusa, per niente ospitale, dedita al culto dell’omertà.
Preservare e ri(s)coprire, i due verbi che rappresentano in pieno questa cittadina, vero protagonista oscuro di una vicenda che a distanza di quaranta anni continua a spaventare e angosciare gli spettatori. Smascherare, la chiave di ogni giallo che si rispetti, il punto d’arrivo di una detection qualsiasi, significa in realtà ne La casa dalle finestre che ridono aprire nuovi varchi al mostruoso, spingere il “male” a perpetrarsi una volta in più. E poi un’altra. E poi un’altra ancora. Avati prende di petto il sottogenere che sta dilagando in lungo e in largo nella produzione italiana dell’epoca, lo toglie dalla sua cornice urbana, lo trapianta nel non-luogo per eccellenza – una piana verdeggiante ma desertica, quasi come le emozioni che traspaiono dai suoi abitanti – e ne va a scardinare il punto cruciale. Laddove i protagonisti dei film di Dario Argento (per citare il maestro indiscusso del genere), con la loro azione da investigatori improvvisati mettono i bastoni tra le ruote al serial killer di turno, Stefano va a risvegliare il male nell’antro in cui si è andato a nascondere. Sembrano già presenti i germi à la Lovecraft che deflagreranno con forza pochi anni dopo in Zeder, nel quale l’orrore “reale” si tramuterà in soprannaturale – pur con legacci psuedo-scientifici nella spiegazione.

È dunque Stefano il colpevole, è la sua curiosità a far tracimare dall’argine in cui è stato recluso quel rimosso di violenza, sopraffazione e mostruosità che la cittadinanza aveva vissuto. In una realtà anchilosata la verità può avere un effetto ancor più devastante, e per niente gradito. La casa dalle finestre che ridono è anche l’urlo lacerato attraverso la fiaba nera di un microcosmo in cui cattolicesimo e fiero anti-clericalismo hanno combattuto guerre fredde e silenti, ben prima – e in maniera assai più ferale – che apparisse Guareschi con il suo Don Camillo. Non è un caso che i due luoghi tra i quali viene rimbalzato Stefano siano la chiesa e l’osteria/albergo, ed è ancora meno un caso che entrambi, in modo diverso, si dimostrino ostili al protagonista. Come in tutti gli horror di Avati la casa non è mai rifugio, il luogo chiuso è il primo mostro da combattere. Il microcosmo come malsano scrigno di segreti sanguinari. “I migliori crimini sono domestici”, insegnava serafico Alfred Hitchcock, e Avati sembra aver imparato in pieno la lezione.
Regista spesso sottostimato sotto il profilo prettamente tecnico, Avati dimostra una sensibilità acuta nel cogliere i motivi più intimi e profondi della paura: La casa dalle finestre che ridono si muove con apparente lentezza, la stessa della percezione di un tempo immobile quanto l’acqua paludosa in cui guizzano i capitoni, per poi infierire coltellate – virtuali al pubblico, reali per i personaggi in scena – improvvise, raptus di violenza angoscianti e di fronte ai quali ci si ritrova inermi. Giocando senza alcun timore con il tema dell’ambiguità, base di ogni indagine gialla ma qui rivestito di una componente sessuale e sociale (il prete, pastore/bestia, duplice nell’animo in quanto servo e padrone allo stesso tempo), Avati cosparge La casa dalle finestre che ridono di un unguento insalubre, apparentemente fantastico ma in realtà terraceo, reale, credibile, perfino documentato, visto che per stessa ammissione del regista l’intuizione che prende corpo nel colpo di scena finale si rifà a un fatto realmente accaduto a Sasso Marconi, nel bolognese.
Esempio di cinema che si allontana dalle grandi capitali dell’industria per raccontare il corpo deforme di una provincia troppo spesso ridotta a cliché rurale, addolcito da uno sguardo passatista, La casa dalle finestre che ridono rappresenta un punto di svolta, e con ogni probabilità l’apice del percorso artistico di Pupi Avati. A questo film guarderanno con deferenza non pochi autori, e non solo italiani; tra questi vale la pena ricordare un altro fiero “provinciale”, Lorenzo Bianchini, che si è mosso su direttrici simili nel suo quasi completamente sconosciuto Occhi, girato – come tutti i film di Bianchini – nelle vicinanze di Udine.

Note
1. Gianni Cavina è un avatiano della primissima ora, avendo partecipato già ai primi due semisconosciuti film del regista, Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas (Gli indemoniati). Nel corso della sua carriera Cavina ha recitato in diciassette film diretti da Avati, l’ultimo dei quali in ordine di tempo è Il cuore grande delle ragazze, del 2011. È accreditato come sceneggiatore in altri tre film di Avati, tutti del periodo: La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, Bordella e Tutti defunti… tranne i morti.
2. Già regista de La casa 4 – Witchcraft (1988), Contamination .7 (1990) (in co-regia con Joe D’Amato), e La stanza accanto (1994). Tra i lavori diretti da Laurenti ‘spiccano’ i documentari Il segreto di Mussolini (2005), che ispirò il Bellocchio di Vincere, e Il corpo del Duce, discutibile al punto di sfiorare l’accusa di apologia di fascismo.
3. Balsamus, l’uomo di Satana è quasi la versione grottesca di quel che accadrà venticinque anni dopo ne L’arcano incantatore, Thomas (Gli indemoniati) è un para-thriller psicologico con tocchi di fantastico tra il gotico e Fellini, Bordella una satira politica con tocchi di fantastico (l’uomo invisibile che dice di chiamarsi Antelope Cobbler). Tutto questo senza dimenticare la partecipazione allo script della commedia-horror Il cav. Costante Nicosia demoniaco ovvero: Dracula in Brianza di Lucio Fulci (con un “vampiresco” Lando Buzzanca) e soprattutto quella non accreditata alla sceneggiatura di Salò o le 120 giornate di Sodoma, ultimo capolavoro di Pier Paolo Pasolini che può con ogni diritto essere riconosciuto come uno dei film più terrificanti della storia del cinema.
Info
Il trailer de La casa dalle finestre che ridono.
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