Alice in Wonderland

Alice in Wonderland

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L’Alice in Wonderland di Tim Burton è solo la pallida eco della protagonista del celeberrimo romanzo di Lewis Carroll, e non fa che confermare lo stato di crisi creativa del regista di Edward mani di forbice.

La deliranza di un cappellaio (poco) matto

Alice Kingsleigh è una giovane diciannovenne che s’interroga sul proprio futuro. È un’anima indipendente che non sa come conciliare i suoi sogni con le aspettative delle persone che la circondano e si sente intrappolata nella ristrettezza che caratterizza la mentalità delle donne aristocratiche nella Londra vittoriana. In seguito alla morte del suo amatissimo padre, prende parte a una festa in giardino con la madre e la sorella organizzata, a sua insaputa, perché l’arrogante e monotono Hamish Ascot possa formularle la sua proposta di matrimonio. Durante la festa Alice intravede un Bianconiglio che indossa un panciotto e un orologio da tasca, procedere a passo svelto e affannosamente… [sinossi]
When logic and proportion
have fallen sloppy dead
And the white knight is talking backwards
And the red queen’s off with her head
Remember what the dormouse said
Feed your head, feed your head
Jefferson Airplane, White Rabbit

“Nutri la tua mente, nutri la tua mente”. Questo cantava, in un crescendo vocale in grado da solo di alimentare leggende e stupefazioni, Grace Slick nell’immaginifica White Rabbit, creatura psichedelica partorita dai Jefferson Airplane. Si era nel 1967, e il brano divenne in breve tempo di culto, simbolo imperituro di un’intera generazione di utopici sognatori [1]. Da allora sono passati più di quarant’anni, durante i quali si sono attraversate le derive umane e sociali più differenti, anche e soprattutto negli Stati Uniti: non v’è dunque dubbio che la stessa interpretazione metaforica de Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie debba necessariamente subire uno slittamento di senso. Non siamo più nella California del flower power e, soprattutto, Tim Burton non è Grace Slick. Ma è opportuno procedere per gradi, perché un’operazione come Alice in Wonderland non nasce dal nulla, ma al contrario costringe chi vi si approccia a un vero e proprio tour autoriale, sia per quel che concerne l’arte del cineasta di Burbank, sia per quel che è attinente in maniera diretta al capolavoro letterario portato a termine nel 1865 da Charles Lutwidge Dodgson, alias Lewis Carroll, e perfino per ciò che il personaggio rappresenta per la storia stessa della Disney.

E già, perché la “Casa del Topo” ha un legame particolare con il mondo fantastico fuoriuscito dalla penna di Carroll, e non solo per il celebre lungometraggio animato prodotto nel 1951 per la regia dell’infallibile trio composto da Clyde Geronimi, Wilfred Jackson e Hamilton Luske [2]: probabilmente in pochi sono a conoscenza delle cosiddette Alice Comedies, brevi cortometraggi girati in tecnica mista tra il 1923 e il 1927, ovvero agli albori di quella che sarebbe divenuta la casa di produzione cinematografica d’animazione più famosa del mondo, e in cui la protagonista assoluta è proprio la spensierata e curiosa Alice, impegnata in una serie di vicende ben lontane da quelle vissute sulla pagina scritta. La libera interpretazione che l’allora giovane Walt dà del lavoro di Carroll è percepibile in realtà anche nel succitato film del 1951, per quanto in quel caso si debba più che altro parlare di un “adattamento” del romanzo sulle regole (non) scritte vigenti in casa Disney. Nulla a che vedere, comunque, con l’operazione portata a termine da Tim Burton. Il difetto principale di Alice in Wonderland risiede direttamente nell’idea di base: l’Alice bambina non esiste più (se non nell’incipit e in un brevissimo flashback), e al suo posto c’è una giovane donna insicura, orfana di un padre amatissimo il cui motto preferito era “tutti i migliori sono matti”, promessa sposa a un bolso coetaneo dell’aristocrazia britannica. Il suo è dunque un ritorno al Paese delle Meraviglie, attraversato ora con occhi all’apparenza più maturi: già da questi brevi cenni è possibile comprendere il totale lavoro di riscrittura del testo originale.

Delle creazioni della mente di Carroll resta solo lo scheletro: Alice si imbatte, questo sì, nella stragrande maggioranza dei bizzarri personaggi che animano questo regno del sottosopra (il brucaliffo, il cappellaio matto, la lepre marzolina, il gatto del Cheshire ecc.ecc.), ma è davvero arduo riuscire a riscontrare in loro l’essenza primaria donatagli dal romanziere inglese. Scopriamo, con sommo sbigottimento, come il cappellaio non sia davvero matto; il ghiro non è neanche un ghiro, ma piuttosto un topolino spadaccino [3]; lo Stregatto non è un sornione felino magico dal ghigno ambiguo, ma un micione dolce e premuroso. Non bastasse tutto questo, Burton e la sceneggiatrice Linda Woolverton inventano di sana pianta personaggi (tutti modellati sul fantasy contemporaneo, come il Ciciarampa [4] e il Grafobrancio, mandando dunque alle ortiche l’immaginario fantastico di Carroll) e soprattutto situazioni: Alice non è più l’elemento estraneo di un mondo sconosciuto e fuori dalle regole della logica, ma piuttosto la prescelta per mettere fine alla guerra che divide la Regina Rossa, crudele e capricciosa, e la Regina Bianca, aulica e “buona”.  Già da questo è possibile comprendere la scelta operata dall’autore di Burbank, California: l’universo di partenza viene stravolto, mascherato in altro modo, rivisto e corretto. Alice in Wonderland non ha nulla dello spirito carrolliano e, tranne qualche sfilacciato legaccio con la fonte d’origine, sembra voler ininterrottamente virare verso timbriche più oscure, figlie del fantasy epico e cavalleresco alla Tolkien, o dell’esperienza puramente magica della saga dedicata a Harry Potter (e il combattimento con il Ciciarampa ricorda, per character design della Bestia e dinamica, la sfida del maghetto occhialuto con l’Ungaro Spinato ne Il calice di fuoco). A spingere Burton verso questa e altre divergenze con i romanzi [5] pare sia stato lo stimolo a proporre una versione “adulta” degli stessi. Un’affermazione davvero interessante, in particolar modo se ci si sofferma a riflettere sulla deriva autoriale intrapresa dalle ultime pellicole del cineasta statunitense: è indubbio infatti che nella carriera di Burton sia possibile rintracciare due fasi ben distinte, con l’affascinante ma incompiuto Big Fish a fungere da vero e proprio spartiacque. Da un lato vi è il prima, periodo affastellato di capolavori girati con le tecniche più disparate e con i budget più differenti (Edward mani di forbice, Ed Wood, Mars Attacks, Nightmare Before Christmas e chi più ne ha più ne metta), dall’altro il dopo, dominato da un approccio decisamente meno personale, eccezion fatta per il gioiello Corpse Bride. Da una decina d’anni a questa parte il cinema di Burton si è ripulito, lasciando scivolar via le scorie di un’umoralità cupa, romantica nell’accezione ottocentesca del termine: una riflessione sul gotico che appartiene al regista statunitense fin dai tempi del cortometraggio Vincent, filastrocca animata di poeana memoria narrata da Vincent Price, e che raggiunge il punto di non ritorno nel 1999 con Il mistero di Sleepy Hollow, orrorifica avventura con reminiscenze di Mario Bava a far da contorno, tratta da un racconto di Washington Irving [6], ma che ultimamente sembra essersi dispersa a favore di una favolistica più regolamentata, meno anarcoide e fuori dagli schemi. Alla ricerca di una postura apparentemente “adulta”, la cinematografia di Burton si è raggelata, rinchiudendosi con sempre maggior forza in una zona protetta ma a corto di aria, sfarzosa ma asettica, priva di quella passionalità che deflagrava anche nelle occasioni più insospettabili (Martin Landau/Bela Lugosi che si china a raccogliere un fiore in Ed Wood è forse l’emblema più rappresentativo di questo approccio autoriale): il suo Alice in Wonderland pretenderebbe di rivolgersi a un pubblico meno infantile solo perché sposta in avanti l’orologio biologico della sua protagonista, costringendola a una serie di sinapsi che esulano dalla naiveté propria delle menti più giovani, ma così facendo non si rende conto di peccare di hubris [7].

Nascosta in una favola fuor di cervello, l’opera di Lewis Carroll si contraddistingueva altresì per una formidabile sequela di giochi, indovinelli, rompicapo, riflessioni matematiche, arrivando a far procedere la narrazione come se si stesse seguendo lo schema di una partita a scacchi: di tutto questo bailamme semiotico e linguistico nel film di Tim Burton non resta che qualche miserabile briciola. Spinto dall’annosa ricerca della lettura “matura” di un romanzo pensato per l’infanzia (o meglio, per una bambina), Burton non si rende conto che nella fantasmagoria visiva e nello stordimento del meraviglioso prodotto dalla tecnologia 3D – tra l’altro ben poco funzionale e rabberciata – si è lasciato avviluppare da un’etica assai meno complessa di quella presente nell’opera di Carroll. Basta forse lo spauracchio di una guerra a giustificare una trasposizione adulta? L’aver tramutato un cappellaio matto in un uomo che si finge folle per architettare una rivoluzione che sovverta l’ordine delle cose e riporti pace e giustizia? O forse l’incauta digressione psicologica del monologo di Alice al suo ritorno dal viaggio fantastico? O ancora l’improvvisata deriva pre-capitalista del finale? Figlia di un manicheismo fin troppo esibito e dagli angoli mai realmente smussati, la pellicola scompare di fronte all’impareggiabile verve oratoria del libro [8], apparendo in maniera immancabile come un film anodino, schiacciato dal peso di una produzione preumibilmente ingombrante che ha finito per edulcorarlo (persino i funghi diventano dei semplici tortini, forse per evitare che qualcuno faccia accostamenti “allucinogeni”). Se è vero, come ci vorrebbe insegnare il film, che “i migliori sono tutti matti”, sarebbe da chiedersi che fine essi abbiano fatto… l’unica eversione reale è quella ricondotta alla cosiddetta deliranza, ballo in pieno stile San Vito, caratteristica del Cappellaio versione Johnny Depp [9] che sostituisce (ahinoi) i non-compleanni. Un gesto goffo che tenta di sostituirsi alla sottile logica dell’illogico, in uno scontro tra fisica e intelletto che, almeno nella siffatta occasione, si riduce a una gara persa in partenza.
“Nutri la tua mente”, cantavano i Jefferson Airplane nel 1967. Accorgimento seguito spesso e volentieri da Tim Burton nel corso della sua carriera; peccato gli sia passato di mente proprio questa volta.

NOTE
1. In tal senso citata sia nel romanzo Fear and Loathing in Las Vegas di Hunter S. Thompson, sia nella splendida versione cinematografica firmata da Terry Gilliam (Paura e delirio a Las Vegas, 1998). In quest’ultima, curiosamente, il protagonista è sempre Johnny Depp.
2. Al di là dei lavori curati singolarmente, a loro si devono in co-regia classici del periodo d’oro della Disney come Lo scrigno delle sette perle (1948), Cenerentola (1950), Le avventure di Peter Pan (1953) e Lilli e il vagabondo (1955).
3. Personaggio che ricorda molto da vicino quello modellato da Andrew Adamson nel mediocre Le cronache di Narnia – Il principe Caspian, a dimostrazione della volontà da parte di Burton e del suo team di avvicinare un romanzo probabilmente troppo ostico alle esigenze di un pubblico dai gusti piuttosto facili.
4. Il nome originale del Ciciarampa è Jabberwocky (al quale, sempre per i corsi e ricorsi storici, intitolò un film Terry Gilliam nel 1977), protagonista in Attraverso lo Specchio e quello che Alice vi trovò di una poesia considerata universalmente il più illustre nonsense in lingua inglese (nell’edizione nostrana curata da Masolino d’Amico viene tradotto in Ciarlestrone): Burton, dimenticando per strada la straordinaria carica di lucida follia sprigionata dal testo ne riduce la figura a un banale animale da bestiario medievale,  rozzo e privo di sfumature. Peccato.
5. È arrivato il momento di far notare come Alice in Wonderland prenda spunto sia da Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie sia da Attraverso lo Specchio e quello che Alice vi trovò, come dopotutto quasi ogni adattamento delle opere di Carroll.
6. La cui riduzione animata prodotta dalla Disney (e inserita nel film a episodi Le avventure di Ichabod e Mr. Toad) fu girata, guarda caso, dal solito Clyde Geronimi…
7. Forse Tim Burton avrebbe fatto bene a (ri)guardare Alice di Jan Svankmajer (1988), capolavoro in grado di sposare (lui sì) la poetica di Carroll con timbriche decisamente meno concilianti. In tal senso non poca curiosità desta l’attesa di Phantasmagoria: The Visions of Lewis Carroll, per la regia (sic!) di Marilyn Manson, la cui uscita in sala è prevista per quest’anno.
8. Un esempio su tutti: «Bisogna vedere» disse Alice «se lei può dare tanti significati diversi alle parole». «Bisogna vedere», disse Humpty Dumpty, «chi è che comanda… è tutto qua». (Attraverso lo Specchio e quello che Alice vi trovò, traduzione di Masolino d’Amico)
9. Al di là delle riserve nei confronti dell’operazione in sé e per sé, il cast merita decisamente un applauso. In particolar modo fa piacere vedere un Crispin Glover così in forma.
INFO
Il sito ufficiale di Alice in Wonderland.
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