Spring Breakers

Spring Breakers

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All’interno di un concorso veneziano diseguale, Spring Breakers di Harmony Korine è lo scacco matto, il punto di non ritorno, la coraggiosa sfida alla mastodontica immobilità della critica.

Spring Break, Spring Break Forever…

Quattro ragazze decidono di derubare un fast food per finanziarsi le vacanze primaverili. Una volta arrivate a destinazione, però, vengono immediatamente arrestate. Sarà l’inizio di una serie di eventi paradossali… [sinossi]

A volte bastano i titoli di testa per rendersi conto di quale creatura cinematografica si sta per affrontare. L’incipit di Spring Breakers è un profluvio di colori e forme ultra-kitsch, che vanno a sfondare il muro preordinato del “buon gusto”, mescolando un rosa acceso a lettere composte da ghirigori difformi ed elaborati. Prende vita in questo modo il quinto lungometraggio di Harmony Korine, inafferrabile protagonista della scena indie statunitense degli ultimi quindici anni: un regista mai allineato, che scioccò i benpensanti sul finire degli anni Novanta con due colpi al cuore come Gummo e Julien Donkey-Boy. Da principio la critica cercò in tutti i modi di ingabbiarlo all’interno di definizioni standard, tentando disperatamente di trovare contatti tra Korine e il mondo che lo circondava (al punto da lanciare legacci addirittura con Lars Von Trier, dato che Julien Donkey-Boy rientrava nel progetto Dogme 95, senza però comprendere quanto lo struggente e umbratile racconto familiare impostato da Korine non avesse davvero nulla a che spartire con la provocazione del regista danese, tesa soprattutto alla ridefinizione degli spazi estetici), per poi abbandonarlo al suo destino una volta persa la sfida. Nel frattempo Korine ha collaborato a sceneggiature, recitato in piccoli ruoli (qualcuno potrebbe ricordarlo in Last Days di Gus Van Sant), prodotto alcuni cortometraggi tra cui l’interessante The Dirty Ones di Brent Stewart.

Proprio da quest’ultimo si potrebbe partire per trovare una collocazione alla ghignante follia di Spring Breakers: in The Dirty Ones due sorelle adolescenti, facenti parte di una comunità mennonita, si ritrovavano a tu per tu con il mondo suburbano di una metropoli, tra fast food, insegne al neon e tentazioni contemporanee. Un’idea di fondo non così dissimile, se si vuole, dalla linea guida tracciata per Spring Breakers, con la differenza che mentre Stewart sceglie una via espressiva minimale, riducendo suoni, dialoghi e movimenti di macchina al minimo indispensabile, Korine, lancia in resta, attacca la macchina-cinema esattamente con modalità opposte. Le prime immagini del film, dopotutto, non lasciano adito a interpretazioni ulteriori: un profluvio di corpi oleati, carnaio al sole della Florida devastato da birra, droghe naturali e sintetiche, adolescenti e giovani adulti in fuga dal peso delle loro responsabilità scolastiche per godersi dieci giorni di sfrenato divertimento. Sono le “vacanze di primavera”, tradizionale pausa dalle attività accademiche e dalla vita quotidiana, agognate per tutto l’anno dalla maggior parte degli studenti degli Stati Uniti: è così anche per Brit, Candy, Cotty e Faith, che per procurarsi i soldi necessari alla trasferta in Florida arrivano addirittura a rapinare un fast food. Il loro obiettivo, ripetuto fino allo sfinimento nel corso della pellicola, è quello di dare una scossa alle esistenze, rinascendo a nuova vita come l’araba fenice. La cantilena “spring break, spring break forever”, pronunciata un’infinità di volte nel corso del film da tutti i protagonisti, acquista ben presto il valore di vero e proprio termometro della progressiva dissoluzione di ogni legaccio che avvinceva le ragazze alla vita ante-vacanza, delineando di fatto anche il corso – solo all’apparenza convulso – degli eventi.

Harmony Korine, lavorando su una materia greve ne sposa in pieno la degradante estetica, elargendo corpi femminili in bikini, caos umano completamente (s)fatto, armi, macchine da corsa, panetti di cocaina e chi più ne ha più ne metta. Ma lo spleen poetico dell’opera si illumina una volta per tutte nel momento dell’ingresso in scena di Alien, rapper/spacciatore dai denti placcati d’argento che prende sotto la propria ala protettrice il quartetto: personaggio basico e stratificato allo stesso tempo, Alien è un deus ex-machina che nega se stesso, dominato com’è dagli eventi che crede di dominare. Quello che appariva a prima vista come un teenage movie fuori di testa, elogio delle rrriot-girl goliardico ma in fin dei conti sterile e forse anche già visto si trasforma di punto in bianco in un noir elegiaco ed esasperato, messa alla berlina sulfurea e teneramente barbarica dell’american way of life (Archie, il nemico giurato di Alien, esclama al culmine dell’estati durante un rapporto sessuale con due ragazze: “Cazzo, sto vivendo il sogno americano!”). Alien e le ragazze, sospinti da un’ansia che fa loro bramare l’atto di conquista prima ancora che la conquista in sé e per sé, sono l’epitome dell’America di oggi, la bomba inesplosa del pensiero capitalista, l’ultima e definitiva eversione da qualsiasi ordine predigerito.

Per rendere sullo schermo una così complessa stratificazione di lettura dell’opera, Korine sradica la linearità cinematografica, torturando la prassi narrativa, il montaggio e l’uso della colonna sonora – che mescola genialmente lavori del dj Skrillex allo score di Cliff Martinez, già apprezzato per Drive di Nicolas Winding Refn – in un’operazione dal netto sapore godardiano. Montaggio anti-narrativo, sonoro invadente e spiazzante, sequenze che teorizzano sulla macchina-cinema senza dimenticare il proprio ruolo di attrazione (lo stupefacente camera-car circolare con cui viene messa in scena la rapina nel fast food, il montaggio in ralenti delle azioni criminali della neonata banda di Alien). Libero da vincoli morali, Korine costruisce sequenze lavorando su una reiterazione di frasi e dialoghi persistente e ingannevole, pronta a giocare com’è con il montaggio video, mistificatore e spiazzante: si vedano in tal senso le diverse modalità con cui è utilizzata la telefonata di una delle ragazze alla madre, degna rilettura in chiave postmoderna dell’effetto Kulesov. Ne viene fuori un’opera avant-pop estrema e liberissima, ironica e crudele, che corre seriamente il rischio di non essere compresa, e piuttosto scambiata per mero divertissement di basso lignaggio. Errore di valutazione gravissimo, perché Spring Breakers ha il pregio immenso di lavorare sul “basso” senza arrogarsi il diritto di guardarlo dall’alto, ma immergendovisi completamente, toccando con mano l’abiezione senza svilirla o cercare di ricondurla su un diverso tracciato. E Brit e Candy, armi in pugno e passamontagna rosa (con tanto di minipony a griffarlo) ben calzato sul viso che vanno incontro al “nemico” in bikini e senza alcuna paura sono le uniche ad aver vissuto realmente fino in fondo lo spring break: una dieci giorni in cui tutto è permesso, e ci si pone al di sopra del bene e del male, sempre pronte a tornare all’ovile, rivoluzionate fino al midollo. O forse no.
All’interno di un concorso veneziano diseguale, Spring Breakers è lo scacco matto, il punto di non ritorno, la coraggiosa sfida alla mastodontica immobilità della critica: un doveroso grazie va a Giulia D’Agnolo Vallan, selezionatrice dell’area statunitense, che è riuscita laddove molti avrebbero fallito. Con la speranza che ci si renda conto dello splendore e della “difficoltà” di un’avventura cinematografica tra le più esaltanti dell’anno. Un film in grado di rendere credibile, e a suo modo vergognosamente commovente, un brano di Britney Spears interpretato al pianoforte da un criminale pazzoide, con quattro ragazze in passamontagna ad agitare i mitra danzando e un tramonto sull’oceano a fungere da sfondo.

P.S. Una nota a parte la merita il cast, non solo per la bravura attoriale, ma per il coraggio alla base delle scelte di Korine: prendere tre ragazze cresciute su Disney Channel (Vanessa Hudgens, Selena Gomez e Ashley Benson), spogliarle nel vero senso della parola di tutto e riplasmarle dal nulla sarebbe già di per sé ai limiti dell’incredibile. Se si aggiungono l’interpretazione della giovane moglie del regista (Rachel Korine) e soprattutto quella di un caleidoscopico James Franco, l’insieme arriva a sfiorare il miracoloso.

Info
Il sito ufficiale di Spring Breakers.
La pagina facebook di Spring Breakers.
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