American Honey

American Honey

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Presentato in concorso al Festival di Cannes 2016, American Honey è una pellicola visceralmente indie con radici visive e narrative che partono da lontano. Un Bildungsroman contemporaneo cadenzato da una playlist in riproduzione continua, da un girovagare apparentemente senza meta, da una circolarità sottilmente disperata. Un progetto corale in ammirevole equilibrio tra le ambizioni estetiche della Arnold e l’imprevedibilità dell’improvvisazione, della macchina a mano, di questa immersione in un caotico microcosmo (dis)funzionale.

Dream, Baby Dream

La diciottenne Star abbandona la problematica famiglia e si aggrega a un gruppo di ragazzi che vendono abbonamenti a riviste, girovagando di città in città, di porta in porta, lungo gli stati del Midwest. Subito a proprio agio in questo bizzarro e un po’ scalmanato gruppo, Star si adegua al loro stile di vita, ai loro ritmi, intreccia un intenso ma instabile legame con Jake… [sinossi]
We gotta keep the fire burning
Come on, we gotta keep the fire burning
Come on, we gotta keep the fire burning
Come on and dream, baby dream.
Bruce Springsteen – Dream, Baby Dream

American Honey è un viaggio apparentemente disordinato in un Midwest marginale, un girovagare tra cittadine di provincia degli Stati Uniti che hanno poco da offrire. Un viaggio di gruppo che non può avere una meta. Road to Nowhere.
Star è una ragazza in fuga, in cerca di qualcosa, di una stabilità alternativa. Costantemente sull’orlo del precipizio, è una Dorothy sotto acido, borderline, ma senza scarpette rosse da battere tre volte, senza la rassicurante tranquillità del Kansas. Senza una casa in cui tornare.
American Honey pesca a piene mani dal cinema indie statunitense, dalle sue radici. Dall’avventurosa giornata di Little Fugitive (1953) di Morris Engel, Ruth Orkin e Ray Ashley fino agli adolescenti di Gus Van Sant, Harmony Korine e Larry Clark. American Honey è anche una sorta di musical, un The Wizard of Oz che ha una sola strega buona e cattiva, l’imprenditrice sui generis Crystal, uno strano ibrido degenere figlio del capitalismo spinto degli Stati Uniti – il film della Arnold non si limita a tratteggiare una comunità che di hippie ha solo qualche vago riflesso estetico, ma prova a ragionare sulle odierne forme di sopravvivenza economica ai margini del sistema. Una zona d’ombra che è paradossalmente schiava delle stesse aberranti dinamiche che l’hanno generata.

La fisicità inquieta di Star (Sasha Lane) si inserisce in una circolarità narrativa – ed economica – potenzialmente senza fine. Star è una delle tante ragazze di passaggio sul furgone di Crystal, un microcosmo che si nutre di musica ascoltata, cantata, gridata; di alcool e droghe; di palpabile subbuglio ormonale; di soldi leciti e illeciti. Una comune depoliticizzata in movimento, pronta ad accogliere Star, poi Drema, poi la prossima ragazza/ragazzina arruolata da Jake (Shia LaBeouf), lupo buono/cattivo, anche lui costantemente a un passo dalla rupe. Dopo un incipit sbrigativo, ma capace di cogliere l’essenza dei detour emotivi di Star, American Honey si immerge nei lunghi viaggi quotidiani di questa compagnia di ragazzi/piazzisti, nella loro routine paradossale: ai margini, sballati, eppure ogni giorno al lavoro, con tanto di canzone aziendale, di regole ferree, di mission.

L’ampio minutaggio di American Honey, potenzialmente respingente, è la logica conseguenza di questa totale immersione, della ricerca di un arco narrativo che restituisse la quest sentimentale/emotiva di Star e desse corpo a una realtà altrimenti invisibile, sottostimata. La Arnold riesce a cogliere nella sua ostinata reiterazione narrativa uno stile di vita, un humus culturale, una deriva.
Passando di suggestione in suggestione, intravediamo nei tre cowboy che accolgono Star il riflesso dei tre protagonisti de In nome di Dio – Il texano: una parentesi dai contorni ambigui, quasi favolistica, che solo il lupo buono/cattivo può interrompere bruscamente. Nel Bildungsroman di Star/Dorothy si susseguono incontri di varia natura, anche squarci di illusoria e forse mai inseguita normalità.

American Honey porta alle estreme conseguenze una lunghissima serie di pellicole che abbiamo già visto, storie che ci hanno già raccontato: macchina a mano incollata alla protagonista, una narrazione frammentaria, la provincia americana, l’amour fou, la musica incessante, l’immersione nella natura e tutto quel che segue. Ma la Arnold non è mai banale, è certosina nella messa in scena anche quando cerca di filmare (di cogliere) questa disordinata libertà, e tiene le redini di un progetto corale che si avvicina, senza impantanarsi, alla trasparenza del cinema documentario.

American Honey è una bandiera a stelle e strisce svuotata del suo significato; è un on the road che non conosce Kerouac; è il Kansas senza meraviglie; è musica da mp3, da Spring Breakers, da talent show, da ragazzine allupate, da viaggio senza fine. American Honey è un falò notturno apparentemente lontanissimo da Assayas. Ma poi il falò di spegne, la musica pure. E il silenzio, come le acque gelide, è sempre lo stesso.
Un paio di riviste le avremmo comprate.
Avremmo provato a venderle.

Info
La scheda di American Honey sul sito del Festival di Cannes.
La conferenza stampa cannense di American Honey.
Il trailer originale di American Honey.
  • American-Honey-2016-Andrea-Arnold-01.jpg
  • American-Honey-2016-Andrea-Arnold-02.jpeg

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