Rangbhoomi

Rangbhoomi

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Kamal Swaroop vuole ricostruire gli ultimi anni di Dadasaheb Phalke, maestro del cinema indiano, dopo il suo ritiro dal mondo del cinema. Per fare questo prende spunto dalla sua pièce teatrale Rangbhoomi e si reca a Benares, città in cui visse Phalke… [sinossi]

Chissà in quanti in Italia (ma non solo) sarebbero in grado di orchestrare un discorso approfondito sulla storia del cinema indiano. Uno dei più imponenti imperi produttivi del mondo è infatti pressoché sconosciuto al di fuori dai confini nazionali, dove nel migliore dei casi si tende a ingabbiare un’intera cinematografia nel reticolo spesso asfissiante di Bollywood. Di fronte a questa (triste) verità basterebbe l’idea alla base dell’operazione condotta da Kamal Swaroop per far comprendere l’importanza di Rangbhoomi, presentato nel concorso lungometraggi della sezione CinemaXXI durante le giornate dell’ottava edizione del Festival di Roma. Nell’intento di raccontare una parte della vita e delle opere di Dadasaheb Phalke, Swaroop traccia un percorso all’interno della storia stessa della Settima Arte a Calcutta e dintorni. Altro nome pressoché ignoto anche a buona parte del popolo cinefilo italiano, Phalke fu uno dei più grandi maestri del cinema muto indiano, nonché regista del primo lungometraggio in assoluto prodotto nel subcontinente asiatico, Raja Harishchandra, portato a termine nel 1913 ispirandosi a un mito presente sia nel Ramayana che nel Mahabharata.

Dopo aver alimentato nel giro di pochi anni un vero e proprio culto attraverso opere dal larghissimo consenso popolare come Mohini Bhasmasur,Satyavan Savitri, Lanka Dahan e Kaliya Mardan, Phalke annunciò a sorpresa il proprio addio al mondo del cinema, si ritirò a vita privata a Benares – lontano dunque dall’epicentro produttivo della nazione – e scrisse una pièce meta-teatrale, Rangbhoomi, dal carattere al contempo metaforico e teorico. Il fatto che Swaroop scelga di riemergere dalle ombre del tempo nelle quali si era rifugiato per riportare in auge l’opera che in quelle stesse ombre aveva fatto celare il volto di Phalke, acquista da subito un significato che travalica il mero valore storico: dopo aver esordito nel 1988 con Om-Dar-Ba-Dar, folle esperimento che ragiona sulla mitologia, l’arte e la politica con puro cipiglio postmodernista, Swaroop ha infatti abbandonato il cinema per lavorare in televisione. Venticinque anni di silenzio rotto per l’appunto da Rangbhoomi, a sua volta opera inclassificabile, in cui la parola di Phalke diventa il grimaldello ideale per rilavorare le possibilità della messa in scena, confondendo documento dal vero e analisi dell’arte, sperimentazione visiva e riflessione cinefila. Muovendosi su un terreno per sua stessa natura ibrido, meticciato, volutamente informe (e difforme dalla prassi), Kamal Swaroop incide l’immaginario collettivo contemporaneo – e non solo indiano – lavorando per stratificazioni, concedendo forse pochi appigli allo spettatore ignaro ma allo stesso tempo coinvolgendolo in un percorso in cui l’opera di Phalke non è più il totem intoccabile da cui prendere ispirazione ma al contrario una materia in continuo sommovimento, elemento in evidente e perenne rivoluzione.

Per raggiungere il proprio obiettivo Kamal Swaroop utilizza gli strumenti a propria disposizione (l’immagine, il suono, i corpi, gli oggetti) creando un perpetuo contrasto tra loro, ponendoli dunque in una prospettiva dialettica mai eristica. Anche l’immagine dal vero di Rangbhoomi esiste dunque in un interregno in cui “realtà” non è altro che un concetto astratto, nel quale convivono reale (la biografia di Phalke, la troupe di Swaroop in scena), irreale (ciò che viene messo in scena) e a-reale (ciò che esiste tra la messa in scena e il “vero”). Operazione teorica ed emotiva allo stesso tempo, Rangbhoomi segna il ritorno di un cineasta prezioso e colto e la conferma dell’importanza di una sezione come CinemaXXI, cuore pulsante del Festival di Roma nell’era mülleriana.

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