Lettera al Presidente

Lettera al Presidente

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Nel 1969, tre ragazzini scrissero al Presidente della Repubblica chiedendo di mettere a disposizione i mezzi necessari per raggiungere Marte! Si tratta di una delle tantissime lettere entrate a far parte dell’archivio della Presidenza, a partire dalle quali Marco Santarelli ha costruito una sorta di memoria collettiva dell’Italia repubblicana, dal ’45 al ’69. [sinossi]

Il percorso di Marco Santarelli (Interporto, Mille e una notte, Scuolamedia) è senz’altro coerente e ostinato, teso alla coralità del racconto documentario, allo sguardo a tratti entomologico e a tratti analitico, a una precisione del dettaglio a volte persino ossessiva e, forse, un po’ astratta. Tutto ciò appare in maniera abbastanza evidente nel suo nuovo film, presentato come apertura del concorso Prospettive Doc Italia all’ottava edizione del Festival di Roma: Lettera al Presidente, un lavoro senz’altro affascinante e ipnotico, ma a tratti discutibile e sfilacciato, quasi persino esornativo .

L’impianto del film è preciso e ben circoscritto, pur nell’ampiezza del materiale a disposizione: Santarelli ha operato una sorta di raccolta antologica delle lettere indirizzate al Presidente della Repubblica da parte di comuni cittadini nell’arco di tempo che va dal ’45 al ’69; ne ha affidato la lettura di volta in volta a una persona diversa (tra queste c’è anche Ciro Giorgini del programma Fuori orario) e le ha accompagnate visivamente con una selezione dell’ampissimo materiale dell’archivio Luce.
Un’operazione che – se vogliamo – lavora proprio sulla scissione dell’audio-visivo, laddove le missive lette ad alta voce rimandano a una dimensione dell’oralità, mentre le immagini si colorano secondo suggestioni da found footage. Ma quel che alla lunga non funziona è proprio la “colonna visiva”, un repertorio che finisce per essere semplice ed esornativo accompagnamento del cuore del discorso, e cioè per l’appunto la parola scritta proveniente dal passato e restituita in forma orale. Certo, è innegabile la fascinazione che ci si trova a subire ascoltando le lettere più disparate, in cui vengono fatte le richieste più assurde e grottesche ai vari Presidenti della Repubblica che si sono succeduti, richieste che passano dalle intuizioni più grossolane (un uomo che crede di aver trovato la soluzione per risolvere i rischi che i portieri di calcio affrontano ogni qualvolta si trovino a incocciare in tuffo i pali della porta), fino a questioni di natura più seria e quasi drammatica (il ragazzo con un problema alle gambe o la ragazza che chiede un prestito).

Quel che stona allora è proprio l’immagine, quell’accompagnamento che pare sminuire la portata della voce e del potenziale acusma proveniente dal passato. È ovvio che senza l’immagine non ci sarebbe stato il film (ma non è detto) e, naturalmente, anche Santarelli ne è consapevole, motivo per cui ha deciso di andare a cercare almeno una delle persone che aveva scritto all’ufficio di Presidenza. Il risultato è una cornice dedicata a tre signori di mezza età che da bambini scrissero per chiedere i mezzi necessari per arrivare a Marte. Un recupero senz’altro interessante e divertente, ma che per l’appunto è altro: la storia dei tre poteva riempire un documentario a parte. E, comunque, la loro richiesta balsana non può che suscitare simpatia e divertimento, incorniciando così il film in una dinamica da ricordo affettuoso e nostalgico, rivolto verso l’ingenuità di quegli anni (che invece erano tutt’altro che ingenui). Una posa che, probabilmente in modo involontario, finisce per racchiudere tutto il film in questa dimensione, spingendolo verso una sorta di bozzettismo e scolorando la forza autenticamente drammatica e radicale di alcune lettere, sgrammaticate magari, ma piene di vita e ormai dis/sepolte in un archivio/film.

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