Heart of a Lion

Heart of a Lion

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Teppo incontra e si innamora della bellissima Sari, ma la loro relazione non è destinata ad essere una semplice storia d’amore. Teppo infatti è la figura centrale di un gruppo di neo-Nazi e, non appena incontra il figlio di Sari, deve scontrarsi con la realtà del fatto che Rhamadhani è nero. Teppo si trova in un grande dilemma. Da una parte, vuole vivere questa meravigliosa storia d’amore con la donna con cui può finalmente costruire una famiglia, dall’altra parte un lungo e saldo passato basato sulla discriminazione, odio e disprezzo. Tutto sta nel prendere una semplice decisione, scegliere tra odio o amore. [sinossi]

Aveva già folgorato le platee del Festival Internazionale del Film di Roma nel 2008, presentando nel concorso di Alice nella città lo straziante, gotico e duro dramma corale The Home of the Dark Butterflies. A cinque anni di distanza, Dome Karukoski torna a calcare il red carpet della kermesse capitolina per la premiere europea di Heart of a Lion, dopo l’anteprima assoluta alla recente edizione di Toronto. L’ultima fatica dietro la macchina da presa del regista cipriota di scuola finlandese, la quinta di una carriera costellata da numerosi riconoscimenti raccolti nel circuito festivaliero internazionale (il bottino ammonta a una trentina di premi), approda per la seconda volta nella sezione collaterale dedicata ai film per ragazzi, nella categoria Young Adult.

Karukoski conferma il suo indubbio talento tanto nella scrittura quanto nella regia, fattore determinante per la riuscita delle pellicole precedenti: dall’esordio con il rom-drama a sfondo musicale Beauty and the Bastard (2005) alla tragicommedia campione d’incassi Lapland Odyssey (2010), passando per il dramma giovanile Forbidden Fruit (2009) e il già citato The Home of the Dark Butterflies. Filo conduttore del suo percorso cinematografico, la capacità di trattare argomenti difficili con una delicatezza rara, la stessa che contraddistingue questa commedia amare tinta di nero e di rosso. Bypassando la spettacolarizzazione e il politicamente corretto, il regista cipriota non ha paura di sporcarsi le mani, affrontando di petto un tema piuttosto delicato come l’odio razziale senza mai farsi tremare i polsi. Il risultato è una storia di amicizia e amore che supera il pregiudizio e il diverso colore della pelle, abbattendo il muro che separa e allontana le persone a tutte le latitudini. E sono ancora tali sentimenti a smuovere il cuore e la coscienza di un uomo, la cui ideologia neo-nazista lo ha condotto a percorrere per anni la strada dell’odio e del disprezzo verso l’altro, almeno fino a quando un adolescente di colore non entrerà come un ciclone nella sua vita. Sarà lui ad aprirgli gli occhi e il cuore, a fargli comprendere quanto l’odio che ne guidava le azioni non generasse altro che odio.

Heart of a Lion è una zampata diritta al cuore dello spettatore, che fa sorridere e riflettere in modalità random. Lo script non brilla certo per originalità, tant’è che basta un battito di ciglia per riavvolgere il nastro temporale fino al 2009, anno in cui sempre al festival romano s’impose Brotherhood di Nicolo Donato, film con il quale è possibile rintracciare non poche assonanze, fatta eccezione per una sostanziale differenza nel plot. In entrambi i casi ci troviamo in Scandinavia: Finlandia nel primo e Danimarca nel secondo; con storie che raccontano vicende di razzismo che coinvolgono frange neo-naziste e le persone contro le quali si scagliano. La differenza sta nella vittima contro la quale rivolgere la violenza fisica e psicologica e non nel carnefice, quest’ultimo mosso in entrambi i casi dall’odio: in Brotherhood l’omosessuale, mentre in Heart of a Lion le persone di colore. La sostanza drammaturgica resta dunque la medesima, con un cammino di redenzione che spinge il protagonista di turno (Jimmy da una parte e Teppo dall’altra) a rinnegare ciò in cui crede, pagando sulla propria pelle le conseguenze di una simile scelta. Anche qui si mettono in scena le azioni brutali del “branco” (l’aggressione al campo Rom su tutte) e lo scontro fraterno (Teppo come Jimmy ha un fratello con il quale condivide la “fede”). Insomma, l’originalità non è il pezzo forte del menù drammaturgico sul quale Karukoski costruisce l’architettura del racconto, viste i non pochi punti in comune con l’opera prima del collega danese. Il gap che separa i due film è legato piuttosto al registro utilizzato, all’impatto emapatico con il fruitore e soprattutto al grado di coinvolgimento con il pubblico. Donato non abbandona mai il tono nero e crudo, freddo e distaccato, che respinge lo spettatore, a differenza del collega cipriota che alterna al dramma folate di humour che dispensano sorrisi, spezzando la tensione accumulata strada facendo.

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