My Italian Secret – Gli eroi dimenticati

My Italian Secret – Gli eroi dimenticati

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Il film di Oren Jacoby, My Italian Secret – Gli eroi dimenticati è un documentario civile e commosso che rispolvera la deportazione degli ebrei capitolini dal Ghetto di Roma, interpellando sia la dimensione pubblica che quella privata delle testimonianze. Purtroppo però la forma appare esile e semplificata.

Il dovere della memoria

My Italian Secret racconta la storia del ciclista Gino Bartali, del medico Giovanni Borromeo e di altri italiani che lavorarono segretamente per salvare ebrei e fuggiaschi dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Bartali fece centinaia di viaggi trasportando documenti falsi nella sua bicicletta. Il dottor Borromeo inventò una malattia inesistente per spaventare le SS e tenerle lontane dall’ospedale sull’Isola Tiberina in cui nascondeva gli ebrei. My Italian Secret segue il ritorno in Italia dei sopravvissuti che raccontano le loro storie e ringraziano le persone che offrirono la loro vita per salvare degli sconosciuti. [sinossi]

In occasione del 71esimo anniversario del rastrellamento del Ghetto di Roma per mano dei nazisti, il festival di Roma ricorda il tragico evento presentando, già nel primo giorno della manifestazione, il documentario di Oren Jacoby My Italian Secret – Gli eroi dimenticati, che di quel momento buio della nostra storia non evoca soltanto la ricorrenza ma svela anche un retroscena tutt’altro che di dominio pubblico, inerente la figura di Bartali e il suo ruolo attivo nel salvare concretamente delle vite umane. La voce narrante di Isabella Rossellini raccorda un flusso d’insieme che include anche le testimonianze di chi fu a suo tempo direttamente coinvolto, in qualità di semplice osservatore di ciò che accadde ma anche di vittima chiamata in causa in prima persona. Di rilievo anche l’apporto al film del figlio ancora vivente di Gino Bartali, Andrea, che più di ogni altro può avere voce in capitolo per parlare della figura del padre, delle sue disposizioni verso il prossimo e della sua vena umanitaria.

La funzione del film di Jacoby, filmaker americano che guarda al nostro paese con tutto l’affetto e perfino l’amore possibili, è dunque evidentemente civile: la volontà manifesta è quella di dare vita a un mosaico che respiri grazie alla pluralità delle voci, siano esse aneddotiche o commosse, prodighe di dettagli o semplicemente legate ad esperienze di vita particolarmente significative in rapporto all’economia narrativa tra ciò che è privato e ciò è pubblico, tra ciò che è intimo è ciò che è – e deve essere – doverosamente storico.
L’autore di Sister Rose’s Passion, film che gli valse la nomination all’Oscar come miglior documentario, non riesce però a staccarsi da quello che sembra un collage di testimonianze raccolte e assemblate in modo alquanto prevedibile, in cui alla necessità della riscoperta collettiva non corrisponde una forma capace di distanziarsi da un qualsiasi rotocalco d’impegno televisivo o di approfondimento storico, di quelli piuttosto formattati e generalisti nei modi e nelle ambizioni. Un format, per l’appunto, che forse rappresenta una merce rara e agognata per il panorama agonizzante del piccolo schermo (si pensi ai programmi di Gianni Minoli o, più di recente, a Il tempo e la storia di Massimo Bernardini, comunque ammirevole), ma che al cinema necessiterebbe di uno scatto in più, di qualcosa che renda l’insieme maggiore rispetto alla somma delle sue parti.

Il regista racconta così il modo in cui il progetto è nato: ”Vivo a New York e da 20 anni vado a tagliarmi i capelli sempre dallo stesso barbiere, Salvatore Macri. Salvatore non si occupa solo dei miei capelli, ma anche della mia mente. Insieme parliamo molto, delle nostre vite e dei film che ci piacciono. Un giorno mi ha presentato l’uomo che stava per sedersi al posto mio: si trattava di Joseph Perella, un finanziatore in cerca di un regista per un certo soggetto”. Una genesi che potrebbe apparire solo casuale ma che in realtà ha radici profonde nella sensibilità tutta italiana del regista e nel suo legame viscerale e profondo col Belpaese. Se il proposito di fondo è allora come detto piuttosto apprezzabile, lo stesso non si può tuttavia affermare dell’esito finale, che appare indebolito da uno stile troppo vellutato. Eccessivamente alla ricerca di un facile, per quanto legittimo, conforto, che per alcuni può essere necessario ma che alla lunga può benissimo risultare non adeguato ad affrontare lucidamente una pagina così nera della nostra storia. Il film di Jacoby non è esente da momenti intensi sotto il profilo emotivo, ma la sua natura essenzialmente didattica si limita ad illustrare i luoghi e le immagini piuttosto che ad interrogarli davvero.

Info
Il sito del Festival Internazionale del Film di Roma
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